Ci siamo ormai: la Luna è più vicina di prima e la strada sembra segnata.
Sembra, perché mentre l’indice punta alla Luna, ci sarà da stare attenti sia alla Luna che all’indice. Per indice intendo la Terra, naturalmente, perché ancora più che nell’epoca della missione Apollo, le missioni lunari saranno condizionate dalle vicende terrestri.
In quel caso, la corsa alla Luna era un tutto un mostrare i muscoli e far vetrina delle proprie forze tecnologiche: i missili per la Luna erano la versione meno aggressiva ma più potente dei missili balistici intercontinentali. E se una potenza era in grado di lanciare i primi, figuratevi i secondi – opportunamente caricati da nuove generazioni di Little Boys e Fat Men. La corsa alla Luna arrivava come piatto collaterale fra una Guerra di Corea e il conflitto vietnamita: un Apollo affannato e poco olimpico.
In questo caso, invece, la corsa alla Luna è l’inizio di un far west di dimensioni bibliche: le tecnologie ci sono e sono un patrimonio condiviso, molto poco segrete e molto diffuse. Come deterrente, ormai, i rocket non servono più a molto – serve piuttosto arrivare primi, scoprire l’oro (l’isotopo 3 dell’elio, le terre rare, i metalli preziosi) e iniziare a utilizzarlo. Perché leggi spaziali sullo sfruttamento ancora non ci sono, ed è un vuoto legislativo enorme: il far west non è una metafora, per quanto la mente faccia fatica a comprenderlo e accettarlo.

E tutto questo con il nome grazioso e opportuno di Artemis, Artemide, compagna di Apollo. Il nome non tragga in inganno: Artemis è anch’essa un piatto collaterale, servito ancora caldo dopo quasi 40 anni dal crollo del muro di Berlino, evento che ha dato il via alla prima guerra del Golfo, alla guerra civile in Jugoslavia e poi, piano piano, al terrorismo internazionale, alla guerra in Afghanistan, per arrivare all’espansionismo israeliano, all’invasione dell’Ucraina, ai massacri di Gaza e alle centinaia di altre guerre e massacri che non voglio e non so elencare. La maggior differenza con le missioni Apollo, è che Artemis appare più fragile, meno determinato, più legato alle condizioni e agli equilibri internazionali, perché l’epoca di globalizzazione in cui nessuno è indipendente dagli altri obbliga a tener conto di tanti fattori in più: l’approvvigionamento di terre rare, di semiconduttori, di carburante, i legami del mercato. Insomma, non ci sono più due blocchi separati, URSS e USA, ma un magma di paesi nel quale navigano le superpotenze in lotta.
Poi c’è l’altro lato della medaglia: l’avventura, la bellezza, la poesia, come per esempio, una delle fotografie più celebri di tutte, l’Earthrise – la Terra che sorge – dell’astronauta William Anders, scattata durante la missione Apollo 8, nel simbolico giorno del 14 dicembre 1968 e che il giorno dopo fu commentata sul New York Times da Archibald MacLeish, poeta e drammaturgo statunitense, 3 volte vincitore del Premio Pulitzer, in un pezzo intitolato Riders On Earth Together, Brothers in Eternal Cold:
Era la prima volta che la Terra veniva fotografata dallo spazio esterno, oltre 20 anni prima della celebre Pale Blue Dot di Carl Sagan, del 14 febbraio 1990, un’altra fotografia che ha fatto epoca e di fronte alla quale: 1) mi commuovo; 2) mi irrito. Come con l’Earthrise.

E mi irrito perché penso che la medaglia ha un terzo lato e poi un quarto, un quinto, un senso e forse un numero infinito di lati. Ed è vero che le cose umane e non sono complesse, ma a volte anche basta con la complessità, servirebbe un po’ di manicheismo: bisognerebbe essere anche capaci di vedere bianco o nero. “O”, non “e” – senza tanti distinguo.
E mi irrito anche per un motivo più semplice: questa mania del dover vedere a tutti i costi, come se l’immaginazione non bastasse mai: vedere la Terra dallo spazio, andare nello spazio. Anche se basta guardare lo spazio per capire come si vede la Terra. E basta un po’ di immaginazione: senza scomodare gli antichi greci, Dante osserva la Terra nel corso del suo volo verso Dio. E la tenerezza (oltre la condanna) è la stessa.
E ancora di più, ne La Ginestra di Giacomo Leopardi, c’è la medesima fuga vertiginosa dello sguardo di Dante, ma questa volta puntato verso l’alto, verso i “nodi quasi di stelle, cioè le nebulose: come se Giacomo calcolasse il limite all’infinito della celebre siepe. E una volta arrivati lassù e voltato lo sguardo e cercato il nostro Sole, sarà immediato capire come tutto sia reciproco: siamo noi stessi un indistinto limite all’infinito per chi ci osserva da una nebulosa di stelle. È l’effetto Pale blue dot per il quale vale lo stesso discorso dell’Earthrise: davvero abbiamo avuto bisogno di una fotografia? Ma allora il cielo stellato che cosa lo osserviamo a fare?

Insomma, saremo anche tutti fratelli e sorelle, ma che fatica ricordarsene! E che fatica ricordarsi che apparteniamo alla stessa fragile umanità e che abbiamo davvero gli stessi diritti, persona per persona, ciascuno di noi. Questo, in fin dei conti, è il significato dell’Equal Day 2026, l’iniziativa che abbiamo lanciato, grazie alla proposta di Jean-Pierre Saghbini, National Coordinator of Astronomy for Education del Libano, come Office of Astronomy for Education Center Italy. Quest’anno le adesioni sono state oltre 150, da più di 30 paesi.
Un piccolo, minuscolo passo per ricordare che siamo davvero fratelli e sorelle: non c’è bisogno della Luna, bastano solo un po’ di fantasia, i nodi di stelle e saper guardare le persone intorno a noi.



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