Cose dell'altro cielo

Fotografare il cielo, dopo cena

Di giorno lavora in banca, la sera fotografa il cielo dal tetto di casa con un telescopio automatico. Attraverso il racconto di un appassionato di astrofotografia amatoriale, una storia di tempo, osservazione e immagini costruite con pazienza, tra tecnologia accessibile e desiderio di reimparare a guardare il cielo.

Di giorno lavora in banca. La sera, quando può, sistema un piccolo telescopio sul tetto della mansarda, imposta una sequenza e rientra in casa. Non resta fuori a lungo, eppure quello che succede dopo ha ancora a che fare con il tempo, con l’attenzione, con il modo in cui si impara a guardare.
Paolo Bozza, che vive nei dintorni di Casertavecchia, ha iniziato a fotografare il cielo da poco meno di un anno. Non è un astronomo professionista: fino a poco tempo fa pensava che strumenti del genere fossero troppo ingombranti, troppo complessi, troppo lontani dalla vita quotidiana. Poi scopre il ZWO Seestar S50, un telescopio compatto controllabile da smartphone che negli ultimi anni ha avvicinato molte persone all’astrofotografia amatoriale.
Non elimina le difficoltà, ma rende possibile iniziare anche in spazi piccoli e con poco tempo a disposizione, e soprattutto fa tornare in Paolo il desiderio quella passione che aveva attraversato l’infanzia.
Da piccolo volevo fare l’astronomo, racconta. In casa c’erano i libri di fantascienza del padre, la collezione degli Urania, grazie ai quali immaginava altri mondi e altri cieli. Quando il padre è mancato, tre anni fa, quella curiosità è tornata in modo diverso.
Ho pensato che forse potevo riuscire a vedere con i miei occhi cose che lui aveva sempre immaginato.

La galassia M16 fotografata con il telescopio Seestar
La nebulosa M16 fotografata con il telescopio Seestar S50 – foto di Paolo Bozza

Il telescopio arriva nell’estate del 2025. A convincerlo è soprattutto la dimensione pratica: uno strumento compatto, relativamente economico, controllabile da un’applicazione. Non serve un osservatorio né una strumentazione ingombrante. Dal telefono si sceglie l’oggetto, il telescopio lo cerca nel cielo e lo segue mentre si sposta.
Una fotografia, però, non nasce da uno scatto singolo. Per ottenere l’immagine finale servono decine o centinaia di esposizioni consecutive che vengono sommate tra loro.
La prima volta, racconta Paolo, non va bene: nell’inquadratura finiscono le travi di legno del giardino, proprio davanti alla galassia Messier 51. Il giorno dopo si ricomincia.

M51 seestar
La galassia M51 fotografata con il telescopio Seestar S50 – foto di Paolo Bozza

Uno sguardo più da vicino

Cosa succede davvero quando osservi, al di là dell’automatismo?
Imposto tutto, il telescopio cerca l’oggetto e comincia a scattare centinaia di fotografie: anche 400 immagini, una ogni 10 secondi, mentre il dispositivo segue continuamente l’oggetto nel cielo. Poi le immagini vengono sommate tra loro. Ma non è automatico nel senso che basta premere un bottone: ci sono nuvole, vento, la Luna, i satelliti. E poi c’è tutta la parte dopo. Il risultato finale viene corretto con software fotografici per esaltare le nebulosità, i colori, cercando però di mantenere un equilibrio naturale.

Come capisci quando un’immagine “funziona”?
Una buona immagine è una questione di equilibrio. Se esageri con i contrasti o scurisci troppo il cielo, il risultato diventa artificiale. E soprattutto non bisogna aggiungere nulla: semmai si toglie. Tutte le modifiche vengono fatte senza intelligenza artificiale e senza aggiungere dati che non ci sono. Nei gruppi di condivisione ogni tanto qualcuno prova a usare immagini generate dall’AI, ma spesso si riconoscono subito: ci sono dettagli innaturali. A forza di guardare le forme del cielo, impari a riconoscerle.

Il fatto che il telescopio lavori mentre tu sei dentro casa cambia qualcosa nel modo in cui vivi il cielo?
In realtà non cambia molto. Dall’interno posso seguire tutto dall’app: vedo l’immagine che si forma poco alla volta, mentre il telescopio si sposta impercettibilmente per seguire l’oggetto. Certo, non è il piacere della scoperta immediata, però è anche bello vedere un’immagine crescere gradualmente, mentre il programma mette insieme i singoli fotogrammi. Con il tempo si impara anche a riconoscere le strutture del cielo profondo. Mi piace, per ogni oggetto, provare due o tre angolazioni diverse e poi, con le stagioni, fare un po’ alla volta il giro della volta celeste. Alcune restano più impresse di altri: la nebulosa Messier 16, con le regioni dove si formano nuove stelle, oppure ancora la Messier 51, due galassie che sembrano avvicinarsi e restare legate.

Cosa ti lascia, alla fine, questo modo di guardare il cielo?
È un hobby che non ha bisogno di strumenti costosissimi e che, invece di alimentare l’ego, ti ridimensiona: ti fa capire quanto siamo piccoli rispetto a galassie enormi, con centinaia di miliardi di stelle.
A volte c’è anche un senso di solitudine, pensando a quanto possano essere deserti questi oggetti lontani. E allo stesso tempo capisci quanto siano particolari le condizioni che abbiamo qui sulla Terra.
Però c’è anche una dimensione condivisa: un amico a New York guarda le mie stesse cose e, in qualche modo, si crea una specie di casa comune.

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