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Aggiungere la A alle STEM: il ruolo delle arti nella didattica STEAM

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Andiamo alla scoperta dell'approccio STEAM alla didattica e divulgazione scientifica con Niamh Shaw, attrice, scrittrice e comunicatrice scientifica irlandese

Aggiornato il 16 Gennaio 2023

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Niamh Shaw

Bentornati su Universo Mondo! Per cominciare il 2023, andiamo in Irlanda e intervistiamo l’attrice, autrice e comunicatrice scientifica Niamh Shaw. Con due lauree in ingegneria, un dottorato in scienze e una carriera di recitazione alle spalle, Niamh (pronuncia: Niəv) ama stimolare la curiosità delle persone esplorando tutti i possibili incontri tra le discipline STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), le arti e la comunicazione. La missione di vita è andare nello spazio, da artista e da cittadina.

Wow, la tua biografia è notevole! Come al solito, iniziamo parlando del tuo lavoro attuale e di cosa ti ha portato fin qui…
Direi che sono una comunicatrice della scienza e dello spazio. Questo si manifesta in molte cose diverse: dalla copertura di lanci, missioni scientifiche o notizie spaziali, alla realizzazione del mio podcast e di video, passando per visite alle scuole e conferenze. Quindi c’è anche la didattica, oltre alla comunicazione.
Per tutta la vita ho sempre fatto quello che sto facendo ora, ma in versioni e forme diverse, e adesso sono riuscita a identificare il filo conduttore. Ciò che amavo è sempre stato spiegare le cose e scoprire le persone, come sono arrivate dove si trovano, imparando da loro e cercando di far entusiasmare la gente verso cose nuove.
Quando ho iniziato a guardare alla mia vita, realizzando i miei vari spettacoli teatrali, ho cominciato a far chiarezza sulle mie diverse carriere e quello che amavo in esse, e poi le ho mescolate tutte insieme. Adesso gestisco la mia attività, con sede nel ‘campus incubator’ della International Space University: essenzialmente, quello che faccio è ispirare le persone a essere curiose.

Di recente sei stata votata tra i principali comunicatori scientifici ed esperti STEAM in Irlanda, e infatti il tuo percorso unisce splendidamente scienza, tecnologia, ingegneria, le arti e la matematica. Quando e come, lungo questo percorso, hai iniziato a dedicarti alla divulgazione e didattica della scienza?
È stato più o meno nel periodo in cui ero completamente entrata nel giro delle arti e mi sono resa conto che mi mancava la scienza. Così ho iniziato a portare sempre di più la scienza nell’ambiente di lavoro, nella creazione di spettacoli teatrali, e mi sono resa conto di quanto mi piacesse spiegare le cose alle persone. Era intorno al 2011. Da allora, indipendentemente dal modo in cui si manifesta, che si tratti di uno spettacolo teatrale o una conferenza, di una visita scolastica, un podcast o un video, quello che faccio è sempre cercare di avvicinare le persone alla scienza e abbattere tutte le barriere che incontrano nell’apprendimento.

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Niamh Shaw durante una simulazione analoga di esplorazione marziana nel deserto dello Utah

La tua missione di vita è andare nello spazio. Che c’entra lo spazio in tutto questo?
Beh, lo spazio c’è sempre stato. È sempre stato il mio sogno, ma non pensavo che avrei mai potuto realizzarlo. Quando ho iniziato a esplorare argomenti scientifici più ampi, la mia capacità di spiegarli e la mia passione per tutto questo, ho pensato: beh, perché non lo spazio? Se posso fare tutto questo con la scienza, perché non potrei farlo con lo spazio?
Sono sempre stata un’entusiasta dello spazio, ma poiché non c’era un settore spaziale vero e proprio in Irlanda, non mi è mai venuto in mente che avrei potuto avere una carriera nel campo della divulgazione, didattica e comunicazione dello spazio. Una volta capito che era possibile, il gioco era fatto! Ma mi ci sono voluti molti anni per costruire una fiducia tale per poter seguire quel sogno, perché non sentivo che qualcuno come me potesse avere un simile futuro, qualcuno che viene dall’Irlanda, da un paese con un’attività spaziale limitata o nulla, intorno al 2011 sicuramente, e in un certo senso ancora adesso. Ma ero io che mettevo dei limiti a me stessa.

Puoi raccontarci qualcosa di più sullo stato delle attività spaziali in Irlanda?
L’Irlanda fa parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) da molti anni, ma forse all’epoca non se ne parlava molto. Come stato membro dell’ESA, le nostre università, istituti di ricerca e alcune imprese hanno preso parte ai principali contratti e missioni, fornendo parti della strumentazione scientifica o conducendo analisi per alcuni dei progetti scientifici portati avanti dall’ESA (e alcuni dalla NASA).
Negli ultimi 10 anni, l’Irlanda sta sviluppando un’attività sempre più florida di spin-off nel campo satellitare e lancerà il suo primissimo satellite nel 2023. È un’iniziativa studentesca, attraverso lo University College Dublin, chiamata EIRSAT-1: Educational Irish Research Satellite 1.
Per molto tempo c’era solo una laurea in Ingegneria Aeronautica, ma ora stanno spuntando tanti corsi di laurea dedicati allo spazio. Negli ultimi 5-7 anni, il nostro settore spaziale è cresciuto e nel 2017 abbiamo presentato al governo un white paper su come svilupparlo ed estenderlo, e continua a crescere ogni anno. Sono molto orgogliosa del settore spaziale oggi in Irlanda.

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Una ricostruzione del telescopio detto Leviatano presso il Castello di Birr – via commons

E l’astronomia, invece?
L’Irlanda ha una ricca storia in astronomia, ma probabilmente non è stata condivisa a lungo. Quando sei un paese sotto il dominio di un altro paese, che nel nostro caso era l’Inghilterra fino agli anni Venti del secolo scorso, quello che succedeva è che gli irlandesi si fondevano con la storia britannica, e non raccontavamo davvero le storie dei nostri astronomi e delle nostre grandi scoperte. Ma ci sono una serie di cose che l’Irlanda ha fatto che sono davvero straordinarie.
In mezzo all’Irlanda c’è un posto chiamato Birr: lì c’è un castello dove, alla fine dell’Ottocento, il conte di Rosse, un grande ingegnere, costruì un telescopio con uno specchio di quasi due metri, il cosiddetto Leviatano. Per qualche tempo è stato il telescopio più grande del mondo e gli astronomi venivano qui da tutto il mondo per fare osservazioni. Osservò M51, la stessa “nebulosa” che osservò anche William Herschel, ma con una chiarezza molto maggiore, con cui riuscì a osservare la struttura a spirale della nebulosa [che più tardi fu confermata essere una galassia al di là della nostra, ndr]. C’è stato anche Rowan Hamilton che aveva un osservatorio a Dunsink, nella regione di Dublino, ed è qui che sviluppò la sua teoria dei quaternioni, che oggi è usata per la navigazione satellitare. L’osservatorio oggi ospita il Dublin Institute of Advanced Studies, dove nel 1943 Erwin Schroedinger tenne una famosa serie di lezioni dal titolo ‘Che cos’è la vita?‘, un passo importante nella storia del pensiero umano. Quindi direi che abbiamo una storia molto ricca.

Quali sono secondo te le più grandi sfide per la didattica e divulgazione scientifica oggi, in Irlanda e nel mondo?
Penso che la sfida più grande riguardi il posto che la scienza occupa nella mente della gente. La scienza è qualcosa dentro a un libro, con camici bianchi, occhiali, cilindri graduati, titolazione. Non si pensa a cose vive o a esempi dalla vita di tutti i giorni. Le persone che sono interessate alla scienza sono persone già impegnate nella scienza: dobbiamo fare ancora molta strada affinché tutti abbiano un livello accettabile di fiducia nei confronti della scienza.
Questa è una parte importante di quel che cerco di fare: sto cercando di lavorare sempre più con persone che non vanno agli eventi dedicati alla scienza o allo spazio perché non sono sul loro radar, non si vedono parte di quella comunità. Quello che sto davvero cercando di fare è rompere l’idea che spazio appartiene a qualcuno: tutti possono far parte del club. Penso che c’è molto da fare, ma è un momento davvero interessante come educatrice.

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Niamh Shaw durante lo spettacolo To Space

Parliamo del tuo lavoro. Vuoi raccontarci qualcosa sui tuoi spettacoli dedicati alla scienza e all’esplorazione spaziale?
Il primo spettacolo che ho scritto risale a quando mi ero allontanata dalla scienza: ero diventata un’artista e un’attrice e per questo mi sentivo molto in colpa. La compagnia teatrale con cui lavoravo aveva molto successo e per questo ho avuto l’opportunità di esprimermi artisticamente come scienziata. Nel mio primo spettacolo, stavo cercando di capire perché le altre persone sembrano avere un’idea chiara di cosa fare della loro vita mentre io ero una scienziata, un’artista e un’ingegnera che ancora stava cercando di capire cosa fare. Ho preso in esame la fisica delle particelle grazie al programma Arts at CERN, con cui si può visitare il CERN e parlare con i ricercatori che lavorano lì. Ho esaminato il modello standard della fisica delle particelle e la teoria delle stringhe, perché sono gli strumenti usati per comprendere l’inizio del nostro universo e io stavo cercando di comprendere chi sono io, il mio inizio. Così ho riscoperto la mia passione per lo spazio: c’è stato un momento in quello spettacolo in cui ho capito quanto fosse importante per me e come invece l’avessi lasciato andare. Mi è piaciuto molto fare questo lavoro, era terrificante condividere così tanto di me stessa, ma penso che abbia dato i suoi frutti.
Partendo da qui, ho realizzato il mio secondo spettacolo ‘To space’ (in italiano: ‘Allo spazio’), sul motivo per cui avevo abbandonato questo sogno che avevo sempre avuto. Come dicevo, l’Irlanda a lungo non aveva un settore spaziale florido, quindi mentre crescevo non vedevo nessuno coinvolto nello spazio. È stata la mia lettera d’amore allo spazio. Ho ricreato momenti di autoriflessione: il momento in cui ho capito che volevo diventare un’astronauta, il momento in cui mi sono allontanata dalla scienza e come mio padre mi ha aiutato a buttare giù il mio piano quinquennale. La cosa davvero interessante è che, filtrando sempre di più e diventando un’educatrice e comunicatrice scientifica, la parte artistica trasuda in tutti i miei modi di comunicare. Sono un’educatrice scientifica ma in realtà, per me, gli umani vengono prima di tutto: tutte le mie attività e le mie avventure riguardano la descrizione della scienza attraverso la lente di un essere umano. Penso che sia la migliore forma di autoespressione che ho.
Il mio ultimo spettacolo, ‘Diaries from Martian beekeeper'(1)In italiano: Diari di un’apicultrice marziana, è stato ispirato da una missione analoga su Marte che ho intrapreso nel 2017. Ho ricevuto un finanziamento dalla Science Foundation Ireland e il supporto dell’ESA per realizzare un pezzo che catturasse l’enorme costo umano di portare gli esseri umani nello spazio ma anche l’enorme gruppo di persone necessarie affinché ciò avvenga. Parla dell’idea che da soli non siamo niente, ma insieme possiamo creare grandi cose. Lo spettacolo era ambientato nel futuro, come se fossi effettivamente andata su Marte per una missione scientifica in cui studiavamo l’impollinazione delle piante usando le api. Ho usato le api come colonia perché si parla di colonizzare Marte. Secondo me, facciamo cose straordinarie perché così tante persone sono appassionate di spazio: è incredibile quello che possiamo fare se lavoriamo tutti insieme nella stessa direzione, e una colonia di api è un perfetto esempio del lavoro di una comunità.

Stai lavorando anche a spettacoli per il futuro?
Ho scritto queste tre spettacoli teatrali ma poi ho smesso perché volevo connettermi in tempo reale con le persone. Per quanto amassi scrivere per il teatro, avevo il desiderio di parlare direttamente con le persone e ascoltare le loro risposte, e questa è l’unica ragione per cui ho smesso, ma amo ancora moltissimo scrivere per il teatro. Da allora, ho scritto un libro e molte altre cose di attualità, ora mi esprimo artisticamente in modi molto più pratici… ma potrebbe esserci un altro spettacolo teatrale in me. Aspetto l’ispirazione per il quarto!

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Locandina dello spettacolo To Space al Fringe festival di Adelaide, Australia

Essendo una scienziata, ingegnera, attrice, autrice e comunicatrice, l’approccio STEAM deve essere naturale per te. Perché ritieni che sia importante aggiungere le arti all’universo STEM?
Penso che la domanda da fare sia piuttosto: perché abbiamo separato queste discipline? Perché l’abbiamo fatto? Penso che quello sia stato il giorno in cui abbiamo commesso un errore. C’era un tempo in cui chi sapeva tante cose di scienza era considerato una specie di intrattenitore. C’è un dipinto, ‘Esperimento con una pompa ad aria‘ di Joseph Wright of Derby del 1768, in cui uno scienziato mostra a una famiglia una pompa pneumatica che rimuove l’aria da un contenitore di vetro: dentro c’è un uccellino, alcune persone sono infastidite ma altre sono molto divertite. La scienza era un passatempo della classe agiata, avevano tutti un laboratorio in casa da qualche parte: fotografia, un set di chimica, un telescopio. Era un hobby, qualcosa che percepivano in maniera molto positiva.
Poi non so cosa sia successo ma abbiamo reso la scienza professionale e quando l’abbiamo fatto abbiamo iniziato a usare parole e un linguaggio che hanno fatto sentire le persone escluse. Non era più un hobby, è diventata una professione molto rispettata – come è giusto che sia! – ma abbiamo perso il legame con la comunità. Le parole che abbiamo iniziato a usare e anche i costumi – i camici bianchi, i laboratori, gli alambicchi e tutto il resto – hanno solo segregato le persone. È stato allora che tutto è iniziato a crollare. Per rispondere alla scienza oggi, da artista, ti deve esser stata presentata in qualche modo o comunque devi sentirti molto a tuo agio con essa. Ma la vera domanda è: perché si sono separate le discipline? Se guardiamo indietro ai tempi antichi, si insegnava filosofia, scienze, matematica tutto nello stesso respiro. C’è sempre stata una certa interdisciplinarità, solo nella civiltà occidentale negli ultimi 150-200 anni abbiamo scelto di separarle.

Prima hai menzionato di aver partecipato a una missione analoga di esplorazione spaziale, hai anche preso parte a un volo a gravità zero dell’ESA. Come includi queste esperienze fuori dall’ordinario nelle tue attività di divulgazione e didattica scientifica?
Dopo essere tornata dalla missione analoga su Marte, mi sono resa conto che quando raccontavo storie sulle mie esperienze personali, che a volte erano piuttosto tecniche, la gente restava lì ad ascoltarmi, con la voglia di capire di cosa parlo, anche gli aspetti tecnici. Se racconto la storia di come io ho vissuto queste attività, alle persone può sembrare che non ci sia la scienza, ma ovviamente la scienza c’è ed è quindi un ottimo modo per insegnare ad apprezzare la scienza in maniera alternativa.
Dopo il volo a gravità zero, è stato fantastico poter spiegare cosa succede al tuo corpo nella fase di salita e di discesa e poi nella fase di ‘gravità zero’ nel mezzo: ho scoperto che potevo parlare della meccanica e dell’ingegneria di tutto questo e anche di come si sente il corpo, quanto è confuso questo stato, il che mi permette di parlare di quanto siano straordinari gli astronauti che possono dormire, mangiare e lavorare con questa strana sensazione nel corpo, a cui è molto difficile abituarsi. È così che uso tutte le mie attività ed esperienze per la divulgazione e la didattica. Ecco perché voglio andare sulla Stazione Spaziale Internazionale, in modo da avere un’esperienza vissuta che posso scomporre in pezzi concreti di divulgazione e didattica, ma anche qualcosa di artistico che posso catturare: come ci si sente, da essere umano, nello sperimentare qualcosa del genere.

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Niamh Shaw a bordo di un volo ESA in microgravità nel 2017

Quali sono le parti più emozionanti e più difficili del tuo lavoro?
Amo viaggiare. Potrei viaggiare continuamente, non ne ho mai abbastanza: andare in un posto nuovo, saltare giù da un aereo e dare un’occhiata. Adoro quella sensazione: incontrare nuove culture, nuovi posti, nuovi modi di fare le cose, nuovi cibi che non ho mai visto, nuovi sistemi di trasporto, nuovi edifici, nuove lingue. Adoro il fatto che ovunque vada raccolgo qualcosa di nuovo e imparo qualcosa su come essere un essere umano migliore.
La parte difficile è l’aspetto economico, perché nessuno vede veramente quello che sto facendo, ma so che è un lavoro davvero importante. Lo farei gratis se potessi permettermelo. Cerco di far durare pochi soldi molto a lungo, ma è davvero difficile. Ho pensato di chiudere e andare a lavorare in un’azienda perché è davvero difficile, forse un giorno dovrò farlo, non lo so. Mi piacerebbe se venissi finanziata ogni anno da qualche filantropo, per esempio… Voglio condividere quello che so con molte più persone, costruire una rete e lavorare insieme, ma non riesco a farlo perché non posso permettermi di assumere persone. Ho uno stagista, Diego, che è bravissimo, ma vorrei fare molto di più e con più persone potrei farlo… Quindi se ci sono filantropi o persone con grandi somme di denaro che ci ascoltano, parliamone!

A cosa stai lavorando attualmente?
Al momento sto lavorando con comunità di persone sempre più piccole. Ho avuto l’opportunità di parlare su grandi palcoscenici come New Scientist Live, Wired Live UK, TedX, è tutto molto bello, ma ho iniziato a vedere che chi si presentava erano persone che sapevano tutto quello che stavo dicendo. Non stavo davvero scambiando tante informazioni, stavo solo rafforzando quello che queste persone già sapevano. Analogamente, quando facevo teatro, chi veniva erano le persone che hanno una certa confidenza nell’andare a teatro. Io voglio parlare con persone che non sanno nemmeno che questo tipo di spettacolo esiste, che non hanno questa confidenza, che non pensano di avere il diritto di essere in quella stanza o semplicemente che non si vedono come il tipo di persona che andrebbe a una mia conferenza.
L’ho scoperto lavorando con le biblioteche. Ho conosciuto nuovi gruppi di persone molto ben radicate nella comunità, ho iniziato a conversare con loro e a capire piace e cosa no della scienza. Ascoltandoli, ho iniziato ad adattare quello che presentavo, costruendo su misura qualcosa che avrebbero voluto ascoltare e dando valore a questo. Ho trovato questo lavoro molto gratificante. Richiede più tempo, ma penso che abbia un impatto più duraturo perché si lavora praticamente uno-a-uno con le persone.
Ho lavorato ad alcuni progetti finanziati dalla Science Foundation Ireland con tre biblioteche in tutto il paese, sto raccogliendo dei dati perché vorrei presentarli, e sto cercando di sviluppare una nuova pedagogia su come coinvolgere chi non è coinvolto. Ho conseguito un certificato in comunicazione scientifica pratica a Cambridge e il Midland Science Festival ha sponsorizzato una formazione individuale per alcuni di noi sull’apprendimento scientifico informale con Louise Archer dello University College London, che studia da vicino perché alcune persone intraprendono certe carriere e altre no. Il lavoro che sto facendo adesso mi piace molto, nessuno lo sa ma non importa.

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Niamh Shaw in veste didattica

Chi ti ha ispirato di più nel tuo percorso? C’è qualche scienziato, pensatore o libro che vorresti citare?
Se non conoscete Carl Sagan, dovete assolutamente cercarlo, è stato una grande ispirazione per me. Mio padre lo metteva su alla televisione spesso, tanto di quello che diceva era molto al di sopra di me perché parlava del cosmo ma era semplicemente molto artistico: lui e sua moglie, Ann Druyan, fondevano genuinamente scienza e arte insieme in un modo molto naturale. Hanno scritto ‘Contact’, che è il mio film preferito, con Jodie Foster e Matthew McConaughey, sul contatto con una forma di vita aliena. Consiglio qualsiasi libro che faccia pensare in grande. ‘Astrofisica per chi va di fretta’ di Neil De Grass Tyson è molto bello, lui è in grado di spiegare alcune grandi idee in modo molto semplice. Anche ‘Una breve storia del tempo’ di Stephen Hawking è molto bello. Se cercate un buon libro di memorie su cosa vuol dire essere un astronauta nello spazio, ‘Endurance’ di Scott Kelly è ottimo, e pure ‘La stoffa giusta’ di Tom Wolfe. Un libro davvero eccezionale che ho recensito di recente per Sky at Night Magazine è ‘Soviets in space’, un buon resoconto di quanto la Russia ha investito nell’impresa spaziale.
Penso che i libri da cui sono attratta siano quelli che sono scritti come una storia. Sono sempre attratta dal lato umano della scienza. Ho tanti libri scientifici che servono da riferimento, ma i libri che apprezzo di più sono quelli molto personali. E sono una persona visiva più che una lettrice, quindi ci sono molti spettacoli, documentari o programmi TV che consiglio: sicuramente ‘Cosmos’ di Carl Sagan, e poi Stephen Hawking ha fatto una serie fantastica sull’Universo. Trovo molto interessante Tom Sachs: è un artista americano che costruisce razzi di cartone e stazioni spaziali, modellini di stazioni spaziali in cui fa anche vivere le persone.
E poi i podcast: la gente sta avendo conversazioni davvero interessanti nei podcast. Ascolterei continuamente Lex Friedman: a volte si occupa di spazio ma anche solo di grandi idee e di come sarà il nostro futuro. Assorbo tutto e ascolto molto le persone. Il mio podcast ‘Humans of space‘ riguarda tanto la comprensione di me stessa ascoltando gli altri quanto la condivisione, far sentire alla gente come queste persone di grande successo siano riuscite a raggiungere quel che hanno fatto nella vita.

Qual è la più grande lezione che hai imparato da tutte queste esperienze?
La scienza è passiva se non ne parliamo, se non la respiriamo con le narici e i polmoni. Parlare di questi argomenti è ciò che dà loro vita. Si tratta di persone, di essere umani: qualunque sia la forma di cui abbiamo bisogno per ascoltare storie sulla scienza, dobbiamo cercarla. È nostro compito fornire quel servizio, dobbiamo davvero ripensare il modo in cui raccontiamo le storie sulla scienza e lo spazio oggi. È la passione della mia vita farne parte come artista, come comunicatrice, come avventuriera e, spero, come qualcuno che avrà visto la Terra da lontano.

Niamh Shaw è una pluripremiata comunicatrice STEM, scienziata, ingegnera, scrittrice e artista irlandese. Si è laureata in ingegneria meccanica, ha conseguito un master in ingegneria dei biosistemi e un dottorato di ricerca in scienze alimentari presso University College Dublin. Dopo un periodo di ricerca post-dottorato in scienze e tecnologie alimentari, ha lavorato per molti anni come attrice, prendendo parte a diverse serie televisive e film in Irlanda. Ha creato tre spettacoli teatrali, tre installazioni multimediali, ha partecipato a un volo a gravità zero dell’ESA, ha completato oltre 20 ore di attività extraveicolare come astronauta analoga in missioni simulate su Marte e ha partecipato al programma di studio della International Space University, dove è attualmente docente. Il suo primo libro, Dream Big: An Irishwoman’s Space Odyssey (2020) pubblicato da Mercier Press, racconta una storia lunga 40 anni per realizzare il suo sogno d’infanzia di andare nello spazio.

Note

Note
1 In italiano: Diari di un’apicultrice marziana

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Scritto da

Claudia Mignone Claudia Mignone

Astrofisica e comunicatrice scientifica, tecnologa all'Istituto Nazionale di Astrofisica.

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