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La Luna cancellata

Nel 1957, Italo Calvino decide di cancellare la Luna. E lo fa a modo suo, con una abbagliante pubblicità al neon. Che cosa ha rappresentato la Luna per poeti e scrittori fino a quel momento? E perché Calvino la cancella?

Aggiornato il 10 Maggio 2023

Gli articoli della serie:

A ogni secolo e a ogni rivoluzione del pensiero sono la scienza e la filosofia che rimodellano la dimensioni mitica della immaginazione, cioè il fondamentale rapporto fra uomini e cose .Italo Calvino, Corriere della Sera, 7 settembre 1975

Nella tradizione letteraria italiana più nota, quella che va da Dante a Leopardi, passando per Ariosto e Galileo, la Luna ha un ruolo piuttosto chiaro, anche se naturalmente adattato alla sensibilità delle varie epoche e degli specifici autori. Se volessimo trovare una sintesi, potremmo dire che la Luna rappresenta una soglia, ovvero quel particolare stato dell’esistenza nel quale ti soffermi e cerchi di comprendere chi sei stato e chi vuoi essere. Da una parte guardi al tuo passato, alla vita che hai condotto, alle scelte che hai fatto e dall’altra ti chiedi se sei pronto a scoprire un mondo nuovo. La Luna è, in questo senso, un momento di crisi, intesa in senso etimologico: una scelta, una decisione, un ripensamento necessario.
Giusto per fare due esempi. Quando Dante si trasfigura e ascende con Beatrice al mondo celeste, la Luna è il primo cielo che lo accoglie, la prima tappa. Una volta librato in volo, mentre Dante si avvicina a Dio, accadrà più di una volta che si fermi a osservare il nostro pianeta, con discese vertiginose dello sguardo, sempre più in grado di comprendere l’intero disegno divino: il movimento delle sfere, il ruolo della Terra, il comportamento degli uomini. Non è un caso che sia proprio dalla sfera delle stelle fisse e dal Primo Mobile che Dante torni a definire folle il tragitto di Ulisse di retro al Sol, verso occidente, oltre le colonne d’Ercole. Aggettivo che aveva già usato nell’Inferno (de’ remi facemmo ali al folle volo), ma che lì poteva apparire iperbolico e che qui si sostanzia di contenuto: è folle dal punto di vista di Dio. Passato e presente, dunque.

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Astolfo in viaggio verso la Luna. Illustrazione di Gustave Doré

E se qualche secolo più tardi, nell’Orlando Furioso dell’Ariosto, il viaggio di Astolfo sulla Luna si risolve nell’ironia, nella satira, nell’allegoria è solo perché quest’epoca non è più quella ferocemente religiosa di Dante, ma è regno di ultimi cavalieri, di mondi alla rovescia, di utopie, di paesi di Cuccagna. Il cambiamento del punto di vista, più che un dramma, è una caricatura. Così la Luna è il luogo perfetto per trovare l’effimero umano: la gloria perduta, i sogni degli amanti e i loro sospiri, le preghiere dei peccatori, il senno perduto degli uomini. Una Luna a metà strada fra una cantina e un ufficio degli oggetti smarriti.
In Leopardi, invece, è l’immaginazione che vola, non gli uomini: non importa andare sulla Luna per avere un rapporto con lei, basta parlarle. Si chiede direttamente a lei quale sia il senso del nostro destino, come a uno specchio. La Luna osserva, ma non risponde: maieutica, attende che sia quel secolo di sorti magnifiche e progressive che sappia trovare la risposta. Ma non per questo la Luna è meno cara a Giacomo, né meno rugiadosa. Semplicemente, come la giovinezza finisce per svanire.
Leopardi, fra l’altro, fa un uso poetico dell’astronomia dell’epoca talmente mirabile e delicato che pochi se ne accorgono: ne La Ginestra, c’è la medesima fuga vertiginosa dello sguardo di Dante, ma questa volta puntato verso l’alto, verso i nodi di stelle, verso le nebulose: come se Leopardi calcolasse il limite all’infinito della celebre siepe. E una volta arrivati lassù e voltato lo sguardo e cercato il nostro Sole, sarà immediato capire come tutto sia reciproco: siamo noi stessi un indistinto limite all’infinito per chi ci osserva da una nebulosa di stelle. È l’effetto Pale blue dot attribuito a Sagan, descritto circa 140 anni prima.

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Foto della Terra e della Luna scattata il 6 maggio 2010 dalla sonda Messenger – credit:NASA

Ecco, tutto questo, nel ‘900 si spezza – come molte altre cose. Era già successo con la prima industriale e anche adesso la tecnologia impone il cambiamento nei fatti prima ancora che nelle idee. Dante, Ariosto, Leopardi: il filone lunare della nostra letteratura è costretto a cambiare direzione. Per un motivo molto semplice: a partire dal lancio dello Sputnik, si capisce subito che la Luna non è più così lontana. In Italia, uno degli interpreti più interessanti e profondi del nuovo ruolo della Luna è Italo Calvino.
All’inizio degli anni ’50, forte è l’idea di una letteratura che possa contribuire a cambiare il mondo attraverso la sensibilità poetica: sono gli anni del maggior impegno politico di Calvino. In questo periodo, la scienza comincia a far capolino nella sua produzione e lo fa sotto forma di extraterrestri, con il racconto Lettera ad Amelia sui dischi volanti, pubblicato nel 1950 su L’Unità. Ma è nel 1957 che Calvino scrive il primo racconto esplicitamente dedicato a un oggetto astronomico: Luna e Gnac, che sarà inclusa in Marcovaldo, pubblicato nel 1963.

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Italo Calvino nel 1961. Da una foto di Johan Brun – via commons

La trama è semplicissima e divertente: vista dal terrazzo della casa dove abitano Marcovaldo, sua moglie Domitilla, i figli Paolino, Pietruccio, Michelina (Calvino ogni tanto cambia loro nome, di racconto in racconto), la Luna è nascosta da uno GNAC al neon, una scritta pubblicitaria che si accende e si spegne ogni 20 secondi. Inquinamento luminoso, diremmo oggi.
Quando Luna e stelle tornano a comparire, ecco che si scatenano le passioni dei gatti sui tetti e di due giovani innamorati che si salutano dalla finestra. Luna, buio e firmamento accendono le passioni, i trasporti dell’animo:

(…) E Marcovaldo a guardare quella stretta riva di luce tagliata là fra ombra e luce, provava una nostalgia come di raggiungere una spiaggia rimasta miracolosamente soleggiata nella notte (…).

Niente spoiler, per chi non conoscesse il racconto.
Il fatto è che la Luna è sconfitta dal potere, questa volta commerciale. La cancellazione della Luna implica la cancellazione della tradizione letteraria lunare: non che sia da buttare via, naturalmente. Si intende solo che il rapporto con la Luna non può – letteralmente: non può più – essere lo stesso di prima.
Nello stesso anno Calvino scrive La tribù con gli occhi al cielo, che reca in calce ottobre 1957, dopo il missile sovietico, prima del satellite. Si tratta del lancio del primo missile balistico intercontinentale, che era avvenuto alla fine di agosto. E l’anno successivo, dopo il lancio dello Sputnik, scrive Dialogo sul satellite, in cui prende le distanze dalle esaltazioni facili dei successi sovietici sulla stampa comunista:

È appunto questo a preoccuparmi: che la fiducia nelle forze dell’uomo s’esprima oggi nell’alzar gli occhi al cielo. E nel voltarli, quindi, alla Terra. Non è questo che i filosofi chiamarono alienazione? (…) Bisognerebbe che la presenza del satellite non rimpicciolisse ma ingrandisse, aumentasse di peso e d’importanza ogni gesto umano, anche il più mille, e in tutti i lavori le lotte le ricerche si sentisse che l’era interplanetaria è cominciata. (…) In ogni cosa che si fa, dovremmo vedere un bambino che nasce (…)

Ecco la sfida che Calvino accoglie: un mondo modificato da tecnologia ed economia, che genera nuove immagini. Come può la letteratura farle proprie e, al tempo stesso, essere in grado di indicare la via per un mondo migliore? Un mondo nel quale facciamo le cose, tutte, con la stessa cura che riserviamo a un bambino che nasce?
Nei prossimi incontri, scritti e in video, vedremo le ricerche, i tentativi, le discussioni di Calvino e degli altri protagonisti di questa bella avventura culturale.

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Scritto da

Stefano Sandrelli Stefano Sandrelli

Tecnologo dell'Inaf presso l’Osservatorio Astronomico di Brera, dirige l'Office of Astronomy for Education Center Italy dell'International Astronomical Union. Già responsabile nazionale della Didattica e Divulgazione per l’Ufficio Comunicazione dell’INAF dal 2016 al 2020, è Docente del corso “nuovi modi per comunicare l’astronomia” per il master MACSIS, Università Bicocca. Collabora con le riviste Sapere e Focus Junior, per le quali per la quale tiene rubriche mensili. Dal maggio 2000 al dicembre 2015 ha curato per l’ Agenzia Spaziale Europea (ESA) oltre 500 puntate di una rubrica televisiva in onda da Rainews24 e RAI 3. Autore per Zanichelli, Einaudi e Feltrinelli.

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