L'astronomo risponde Esplorazione dello spazio

Fluttuare nel vuoto cosmico

Leggendo la storia “Paolino Paperino e il mistero di Marte“, a un certo punto Paperino si ritrova appeso fuori dal razzo che lo sta portando su Marte. Per cui mi chiedevo: cosa succede se si viene esposti al vuoto cosmico?

Gianluigi
Uno dei pericoli mortali che gli astronauti corrono quando fatto una passeggiata spaziale è quello della rottura della tuta spaziale. Nonostante sia un’eventualità rara, una depressurizzazione improvvisa è sicuramente costata la vita all’equipaggio della Sojuz 11, uccisi durante il rientro da un malfunzionamento di una valvola che rilasciò nel vuoto l’aria della capsula. Però la fantascienza ci ha mostrato varie possibilità su come si possono finire i propri giorni a causa di una rottura della tuta.

Esplodere o ghiacciare?

Nei film Atmosfera Zero e Total Recall si vedono astronauti privati della protezione del casco letteralmente esplodere mentre in altre pellicole il corpo del malcapitato viene congelato all’istante.

da Atmosfera Zero

L’ipotesi che il corpo possa esplodere deriva dal fatto che se da una campana a vuoto con dell’acqua si estrae l’aria, l’acqua bolle immediatamente a qualunque temperatura.

Per questo motivo nello spazio vuoto non ci può essere acqua allo stato liquido. In realtà, si è visto che il contenimento elastico dovuto alla pelle e ai vasi sanguigni può mantenere in pressione il sangue per parecchi secondo dopo i quali si possono formare letali trombi.
Lo ha sperimentato letteralmente sulla propria pelle Jim LeBlanc, un ingegnere della NASA che nel 1966 stava collaudando una tuta spaziale in una grande camera a vuoto e a cui si ruppe il tubo che portava l’aria. Mentre stava svenendo, sentì la saliva sulla lingua bollire.
Ci vollero circa 30 secondi per accorgersi del problema e ripressurizzare la camera. Appena tornò cosciente ebbe un forte dolore alle orecchie, simile a quello che proviamo quando cambiamo quota rapidamente. L’effetto più curioso fu che per un mese non ebbe la sensazione del gusto.
Un altro tecnico di una ditta privata rimase per tre minuti in assenza di atmosfera e riuscì a sopravvivere dopo cure intensive.

Ricerche estensive sul comportamento degli animali nel vuoto cosmico sono state fatte per
capire meglio la possibilità di sopravvivenza. Per quanto riguarda il fatto di ghiacciarsi, bisogna considerare che la perdita di calore di un corpo caldo avviene per contatto con l’aria (o l’acqua) fredda a causa della conduzione e la convezione. Senz’aria rimane l’irraggiamento, il fenomeno che fa vedere i nostri corpi luminosi nella camera termica o che permette di misurare la febbre con il termometro infrarosso. Questo raffreddamento, però, è molto inefficente e ha bisogno di molto tempo per far calare la nostra temperatura interna.

Un conto alla rovescia mortale

Immaginiamo di essere all’esterno della stazione spaziale per una EVA (attività extraveicolare) quando si rompe il casco. La cosa che assolutamente non dovete fare è trattenere il fiato: dovete, invece, buttare fuori dai polmoni più aria possible. Questo perché l’aria nei polmoni si espande danneggiandoli. Anche l’aria nell’intestino si espande ma è meno grave (date le circostanze) anche se ci regala un aspetto da omino della Michelin.
Nel frattempo l’acqua su lingua e occhi comincia a bollire e dopo 15 secondi perdiamo conoscenza perché il sangue non porta ossigeno al cervello, che si “spegne”. Dopo 90 secondi si muore per asfissia che quindi è la vera causa della nostra dipartita. Se siamo verso il Sole la pelle viene danneggiata dai raggi ultravioletti e bruciata (un po’ quello che succede a Tim Robbins in Mission to Mars). Il raffreddamento avviene sulla scala delle ore.
Morale della favola il compagno che obbligatoriamente deve accompagnarvi nella vostra
attività extraveicolare ha circa un minuto e mezzo, al massimo due minuti per salvarvi: difficile ma possibile.

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Scritto da

Sandro Bardelli Sandro Bardelli

Ricercatore astronomo presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica-Osservatorio Astronomico di Bologna. Il suo ambito di ricerca è la cosmologa osservativa, la struttura su grande scale dell’Universo e l’evoluzione delle galassie, tramite grandi survey spettroscopiche e immagini da satellite. Ha usato i maggiori telescopi ottici, radio e nella banda X e ha lavorato all’Osservatorio di Meudon/Paris, all’Osservatorio di Trieste eall’ESO (Germania). È autore di più di 200 pubblicazioni scientifiche. Inoltre è il responsabile per la didattica e la divulgazione presso l’Osservatorio Astronomico di Bologna e cura eventi, lezioni e corsi di aggiornamento per insegnanti.

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