Studiare una roccia rossastra di quasi 25 kg, certificarne la provenienza marziana e poi vederla “scomparire”, venduta a un acquirente ignoto per 5,3 milioni di dollari, in un’asta newyorkese. Questa è stata l’esperienza unica di Xhonatan Shehaj, giovane geologo laureato all’Università di Firenze, dove tuttora lavora. Oggi Xhonatan è uno degli studenti del Dottorato in Scienze e Tecnologie Spaziali (SST), dottorato nazionale guidato dall’Università di Trento, grazie al quale ha avuto l’occasione straordinaria di analizzare NWA 16788, il più grande frammento marziano mai ritrovato sulla Terra. Con lui abbiamo parlato di meteoriti e di come questi dovrebbero essere considerati dei veri e propri beni culturali. Abbiamo parlato di geologia planetaria, di cosa significhi davvero maneggiare un pezzo di Marte, e di come la scienza, tra curiosità e pazienza, possa portare lontanissimo — anche restando con i piedi ben piantati a terra.

Xhonatan, partiamo dal tuo progetto di dottorato. Di cosa ti occupi?
Grazie al progetto Space It Up!, finanziato da ASI e dal MUR, ho avuto l’opportunità di lavorare nell’ambito del mio percorso di Dottorato SST sul più grande frammento marziano mai ritrovato: una roccia di circa 25 kg scoperta nel 2023 nella regione di Kefkaf, Niger. Probabilmente la roccia è stata notata negli immensi spazi del deserto Sahariano a causa di quella strana crosta di fusione rossa che la ricopriva. Il campione è poi entrato nel mercato dei meteoriti e, circa un anno fa, il proprietario di una galleria privata di Arezzo ce ne ha inviato un piccolo frammento: quanto bastava per confermare scientificamente la sua provenienza marziana. Su questa base, Sotheby’s ha potuto mettere all’asta NWA16788, raggiungendo la cifra astronomica che menzionavi. Ne è nato uno studio scientificamente rilevante, guidato dal Professor Giovanni Pratesi dell’Università di Firenze e recentemente pubblicato sul Journal of Geophysical Research – Planets.
Spiegaci. Come si fa a dire che una roccia arriva proprio da Marte?
Le meteoriti marziane provengono da grandi impatti sulla superficie di Marte. Infatti, le enormi energie liberate possono proiettare nello spazio interplanetario frammenti di roccia del pianeta Rosso, alcuni dei quali, per pura coincidenza, possono raggiungere la Terra. Vengono spesso cercati nei deserti caldi o freddi, dove le condizioni climatiche favoriscono la conservazione.
Per determinare l’origine marziana ci siamo concentrati sul rapporto ferro/manganese in alcuni minerali silicatici, un indicatore distintivo per ogni pianeta. Abbiamo inoltre integrato queste informazioni con analisi petrografiche, chimiche ed isotopiche. Tutti i dati convergevano: il nostro campione era marziano.

Come hai vissuto l’esperienza di lavorare su un campione tanto unico?
Con l’emozione di un bambino. Ho sempre avuto un profondo rispetto per le rocce, e trovarmi davanti a un frammento di Marte è stato incredibile. L’ho studiato in ogni dettaglio, al microscopio, da ogni angolazione. Non era solo lavoro: era anche meraviglia.
In questo percorso ho scoperto che sulla Terra sono note circa 400 meteoriti marziane per un totale di circa 400 kg di materiale, che possono veramente raccontarci la storia di questo pianeta.
Accanto alla meraviglia, però, c’è anche un lato meno scientifico: il mercato. Il commercio delle meteoriti è cresciuto molto negli ultimi anni, e il rischio è che pezzi unici vengano privatizzati e sottratti alla ricerca. A mio avviso dovrebbero essere considerati beni culturali a tutti gli effetti, con un valore simbolico paragonabile a un’opera d’arte, proprio come un quadro di Leonardo, Giotto o Raffaello. Spero che chi oggi possiede NWA 16788 decida di esporla pubblicamente.
Quali sono i prossimi passi della tua ricerca?
NWA16788 non è l’unica su cui stiamo lavorando: abbiamo altri due campioni, meno noti ma altrettanto preziosi dal punto di vista scientifico. L’obiettivo è ricostruire la storia di questi frammenti: quando sono stati espulsi da Marte, quanto hanno viaggiato nello spazio e quando sono arrivati sulla Terra. Ma soprattutto studieremo la composizione isotopica dell’acqua intrappolata in minerali e fasi idrate, come fosfati ed inclusioni vetrose, per capire quanta acqua contenevano al momento dell’impatto e come gli impatti abbiano influenzato la conservazione di questo elemento fondamentale per la vita. Sono analisi complesse, che richiedono laboratori specializzati. I risultati potrebbero poi essere applicati ad altri campioni per ricostruire, nel tempo, la storia globale del pianeta Rosso.
Che percorso ti ha portato fin qui? E come sei “finito” nello spazio partendo dalla geologia terrestre?
Sono geologo di formazione con Laurea triennale e magistrale all’Università di Firenze. Mi sono specializzato nello studio delle rocce, in particolare quelle ignee: vulcaniche e del mantello terrestre. All’inizio pensavo di fermarmi lì, poi ho visto il bando del dottorato SST e ho deciso di provarci. All’inizio avevo la testa rivolta verso il basso — verso la Terra — poi, per caso, l’ho alzata verso il cielo e non l’ho più abbassata. Quello è stato un gesto di curiosità che si è trasformato in una vera e propria passione. Oggi spero di restare nella ricerca planetaria: richiede tanto impegno e sacrificio, ma è tutto compensato dalla bellezza di questa scienza.

Che cosa ti ha colpito della geologia planetaria rispetto a quella terrestre?
Ci sono molte similitudini nei processi geologici, ma anche differenze sostanziali. La geologia terrestre è diversa da quella planetaria: bisogna disimparare certi automatismi e ricalibrare il proprio approccio. I concetti di base sono simili, ma ci sono molte sfumature nuove da considerare.
Marte, ad esempio, è geologicamente meno evoluto della Terra. Studiarlo ci permette di capire meglio come si formano i pianeti, inclusa la nostra Terra. Grazie alle meteoriti, per esempio, possiamo datare il Sistema Solare: i 4,5 miliardi di anni che conosciamo derivano proprio da queste analisi.
Che impatto ha avuto il dottorato SST sul tuo percorso e come vedi il futuro?
Enorme. Mi ha permesso di confrontarmi con persone con background molto diversi: fisici, biologi, ingegneri… anche se ciascuno lavora al proprio progetto, c’è uno spirito di collaborazione forte. Abbiamo una chat Telegram in cui ci scambiamo informazioni, consigli e supporto nel momento del bisogno. Poi abbiamo gli SST Days, momenti di incontro fondamentali per condividere direttamente le nostre esperienze e rafforzare nuove amicizie.
Ho avuto anche il piacere di conoscere ASI, a cui rivolgo tutta la mia gratitudine per questa opportunità. E sempre grazie al dottorato, ho trascorso un periodo di ricerca alla Open University, in Inghilterra, lavorando con un gruppo specializzato nello studio isotopico di materiali extraterrestri. E tra poco partirò per un ulteriore periodo di ricerca presso l’UCLA, dove avrò la preziosa opportunità di approfondire i miei studi con uno dei massimi esperti a livello mondiale nello studio delle meteoriti. Per il futuro sogno di continuare a studiare meteoriti, sia marziane che primitive come le condriti. Mi appassionano sia gli aspetti teorici che quelli sperimentali. E, sparando altissimo, partecipare un giorno a una missione spaziale. Per un geologo, camminare su Marte -anche solo in senso figurato- sarebbe il massimo.
Che consiglio daresti a uno studente incerto sul futuro, magari affascinato dalla geologia?
Intanto che la Terra è un pianeta unico e merita tutta la nostra attenzione e cura. Non conosciamo altri pianeti simili, e non sappiamo se ce ne siano. La vita è nata sulla Terra e, con ogni probabilità, resterà qui ancora a lungo. Capire come evolverà e che impatto avrà l’uomo su di essa è una delle sfide più urgenti.
Per questo servono geologi: persone che si occupino di studiare e capire il nostro pianeta. Le opportunità lavorative non mancano: dalla ricerca, alle multinazionali, fino alle piccole aziende locali. Anch’io ho ricevuto proposte dal settore privato. Ma, qualunque strada si scelga, serve passione. E tanta pazienza: i risultati nel lavoro non arrivano subito, ma quando arrivano, ripagano tutto.
E cosa rispondi a chi dice che dovremmo occuparci più della Terra che dello Spazio?
Studiare lo Spazio non significa dimenticare la Terra. Anzi, ci aiuta a capirla meglio. Le missioni spaziali hanno portato innovazioni enormi, molte delle quali sono diventate parte della nostra vita quotidiana. E poi c’è una componente filosofica: pensare che l’umanità possa esplorare altri pianeti è qualcosa che emoziona. Solo 400 anni fa Galileo scrutava la Luna con un cannocchiale. Oggi parliamo di andare su Marte.
Per te, cos’è la scienza?
La scienza è curiosità. È farsi domande, perché spesso le domande sono più importanti delle risposte. È un modo di guardare il mondo, di cercare risposte anche quando non le hai. È quasi una vocazione. Ma è anche uno strumento concreto, che ci permette di costruire il futuro della nostra società. Perché la nostra società si basa sulla scienza e sul metodo scientifico, sia che vengano applicati per studiare le profondità della Terra, sia che ci portino a guardare oltre, verso lo Spazio.



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