La geologia planetaria e l’amore per l’arte possono avere dei punti di contatto? A raccontarci questa possibilità, Lisa Molaro, dottoranda del Dottorato nazionale in Scienze e Tecnologie Spaziali (SST) presso l’Università di Trento. Nel suo percorso c’è un filo molto concreto che unisce questi due mondi: l’amore per la sperimentazione. Lisa la ritrova nello studio delle rocce e dei paesaggi extraterrestri, e la ritrova nell’uso dei colori, dei pigmenti, dei materiali con cui disegna, dipinge e scolpisce. Oggi Lisa lavora su Venere all’interno del team scientifico che sta preparando la missione ESA EnVision, con l’idea di capire che cosa si potrà imparare non solo guardando la superficie del pianeta, ma provando anche a “guardare sotto”, grazie ai radar.

Nel dottorato mi occupo di Venere, lavoro nel team scientifico della missione europea EnVision, che dovrebbe essere lanciata al più tardi nel 2032. In particolare mi concentro sul Subsurface Radar Sounder (SRS), lo strumento pensato per investigare il sottosuolo, guidato da Lorenzo Bruzzone, PI dello strumento. È una cosa diversa rispetto a un radar che produce immagini della superficie: con frequenze più basse, l’idea è quella di riuscire a penetrare sotto e capire che tipo di informazioni si possano ottenere. Un po’ come è stato fatto per Marte nell’identificare possibili evidenze di acqua nel sottosuolo.
Nel concreto, una parte importante del mio lavoro è costruire scenari per capire nelle nostre simulazioni, ad esempio, quanto può penetrare il segnale e in quali condizioni. Ci sono parametri che diventano centrali: la rugosità, le proprietà dielettriche dei materiali e soprattutto la temperatura, che su Venere è un fattore cruciale. Un altro punto fondamentale su cui sto lavorando è la selezione dei target da investigare con SRS. Da geologa è molto stimolante contribuire allo studio di questi obiettivi. Per ora ci sono due target scientifici su cui mi sto focalizzando: i lava flows, cioè le colate laviche che rappresentano le tracce di un vulcanismo che ha modellato e probabilmente modella ancora molte regioni del pianeta, e le “tesserae”, cioè vaste aree di altopiani intensamente deformati, spesso paragonate ai “continenti” terrestri, ma su un pianeta dove la tettonica a placche non esiste.
Due tra i misteri più affascinanti di questo pianeta.
Ecco, perché una geologa, che dovrebbe occuparsi del nostro pianeta è così affascinata da un luogo che a prima vista sembra così lontano?
Mi affascina Venere proprio perché è il nostro gemello infernale. Nonostante sia vicino, è ancora così poco compreso: un pianeta quasi “assurdo”, con morfologie uniche nel Sistema solare e contraddizioni enormi. Venere e Terra sono simili per alcuni aspetti, come massa e densità, eppure hanno avuto evoluzioni completamente diverse. Capire Venere significa porsi domande grandi su come cambiano i pianeti, su quali condizioni portano a esiti così diversi. E in questo senso, per me il legame con la Terra è fortissimo: studiare Venere non è un esercizio “esotico”, è un modo per capire meglio anche il nostro pianeta. Per esempio, ci aiuta a ragionare su perché sulla Terra esista la tettonica a placche e su Venere no, su quali meccanismi regolino il vulcanismo e sul rapporto tra superficie e atmosfera nel tempo. EnVision, tra l’altro, è interessante proprio perché porta strumenti complementari: non solo osservazioni radar della superficie, ma anche strumenti che aiutano a ricostruire aspetti composizionali, chimici, atmosferici. Rispetto alle missioni del passato, che avevano limiti importanti, l’idea è di fare un salto di qualità.

Questo salto di qualità, però, oggi sembra anche in dubbio a causa del contesto internazionale. Che cosa significa per una giovane ricercatrice lavorare su una missione che parte nel 2032, in un mondo che cambia di mese in mese?
La scienza lavora su tempi lunghi, ma vive nel mondo reale e questo, è vero, può comportare grandi incertezze. Per esempio, al momento le collaborazioni con la NASA sono incerte e si sta lavorando per trovare un nuovo assetto con una inevitabile sensazione di incertezza e rischi di ritardo. Allo stato attuale il lancio di EnVision è previsto per la fine del 2031, vedremo come andrà.
Eppure, nonostante tutto, per me resta un sentimento di ottimismo. È una sensazione particolare: tu investi tantissimo in una missione, in strumenti, simulazioni, preparazione, e sai che i dati “veri” arriveranno più avanti, tra decenni. Però cambieranno radicalmente la nostra visione del pianeta e della scienza in generale. Da geologa, in un certo senso, l’idea dei tempi lunghi mi è familiare. Però, capisco che in generale, legare la propria vita lavorativa a una missione richiede anche pazienza e fiducia. Ma sono proprio quelle “chance” che, nel range di una vita umana, senti che non puoi perdere.
Visto il tuo sguardo da geologa: come guardi al modo in cui stiamo trattando la Terra?
Sono molto preoccupata. Ho la sensazione che spesso ci comportiamo in modo miope: distruggiamo, preleviamo risorse, senza una visione. Io sento molto l’idea che dovremmo provare a lasciare un posto migliore di quello che abbiamo trovato.
E forse anche per questo mi piace così tanto la geologia: ti obbliga a vedere che è tutto collegato. Non è solo “rocce e minerali”, è un sistema: suoli, vegetazione, clima, e persino aspetti più umani, come il modo in cui le persone si spostano e si adattano in base alle condizioni ambientali. C’è un livello di complessità che mi affascina e che, allo stesso tempo, ti responsabilizza.

Tu sei anche un’aspirante artista e nella vita hai già fatto tante esperienze malgrado la giovane età: che consiglio daresti a un giovane che vuole coltivare più passioni?
Direi di non aver paura di provare e di cambiare. Il mio percorso non è stato lineare: ho fatto il liceo linguistico, per un periodo ho pensato di fare la bibliotecaria perché amo moltissimo leggere, poi sono andata all’estero come ragazza alla pari, ho provato strade diverse e alcune non mi hanno preso per niente. A un certo punto mi sono iscritta a geologia quasi “per tentare”, e invece ho scoperto che era il posto giusto anche grazie al contatto con il mondo e a un modo di studiare che sentivo mio.
Per l’arte è simile: ho sempre disegnato, spesso a matita e con soggetti fantasy, poi ho provato la pittura, i pastelli, e ultimamente mi sto avvicinando anche alla scultura. Per me non sono mondi separati. Mi piace proprio l’idea che i pigmenti, i materiali, vengano dalla materia stessa: rocce, piante. È un tutt’uno. E se una cosa ti incuriosisce, vale la pena seguirla senza pensare che debba per forza “entrare” in una sola definizione.
Che cosa ti sta insegnando il dottorato, e che idea ti stai facendo del lavoro del ricercatore?
Mi sta insegnando tanto, anche sul modo in cui si lavora davvero nella ricerca: la mobilità, il confronto con altri contesti, la necessità di costruirsi contatti e imparare a comunicare bene ciò che fai. Io, per esempio, ho fatto un periodo all’estero e per me è stato importante: non solo per la parte scientifica, ma proprio umana. Non so cosa farò dopo: del mestiere di ricercatore vedo anche le difficoltà e la precarietà mi spaventa. Mi piace la ricerca, mi piace l’idea di continuare su questi temi, ma so che non è semplice immaginare un percorso stabile. Mi interrogo spesso su come sarà il dopo e su quanto sia sostenibile, anche a livello personale, una vita totalmente assorbita dal lavoro scientifico.
Cos’è la scienza per te?
Per me la scienza è speranza. È speranza perché non conosciamo tutto, e questa cosa, paradossalmente, è confortante: ti ricorda che c’è sempre qualcosa da capire, ti rende umile. E allo stesso tempo ti lascia quella curiosità un po’ “da bambini”, quell’innocenza dello scoprire, che è una spinta fortissima.



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