Step-Up Space Jobs

Un ingegnere, tra musica e silenzio elettromagnetico

Per Space Jobs, il percorso di Leonardo Di Vincenzo per il Dottorato nazionale SST: da aspirante musicista a ingegnere che studia le camere anecoiche In Thales Alenia Space.
Leonardo di vincenzo
Leonardo Di Vincenzo davanti a un suo poster
Leonardo Di Vincenzo suona pianoforte e tastiere e da ragazzo voleva fare il musicista, studiare al conservatorio. Oggi lavora in uno degli ambienti più silenziosi – dal punto di vista elettromagnetico – che si possano immaginare: una camera anecoica grande come un edificio, rivestita di coni blu che assorbono le onde elettromagnetiche.
Dal suono alla soppressione delle onde. Dalla melodia all’assenza di campi elettromagnetici. Un percorso nato quasi per caso, che lo ha portato dalla musica, all’industria aerospaziale e infine al Dottorato Nazionale in Scienze e Tecnologie Spaziali (SST), dove oggi sviluppa in Thales Alenia Space il modello digitale di una camera anecoica utilizzata per testare i satelliti.

Partiamo dal tuo passato, Leonardo. Come sei arrivato a fare l’ingegnere?
È nato tutto dalla musica. Mi piaceva tantissimo suonare e pensavo di iscrivermi al conservatorio. Ho scelto ingegneria elettronica principalmente pensando all’ingegneria del suono e alla possibilità di fare il tecnico del suono.
Durante il percorso universitario, però, mi sono appassionato ai campi elettromagnetici e alle telecomunicazioni. È successo quasi per caso, dopo un esame sulle trasmissioni radio. Da lì ho iniziato ad approfondire e non ho più cambiato strada.
Mi sono laureato in ingegneria elettronica, triennale a Napoli e magistrale al Politecnico di Torino, con una specializzazione sui sistemi a radiofrequenza e campi elettromagnetici.
Forse, tutto sommato, c’è un elemento comune con la musica: le onde, le frequenze. Effettivamente sembra ironico pensare che oggi lavoro in una camera anecoica, dove le onde vengono assorbite per fare “silenzio”.

Camera anecoica thales alenia space roma
La camera anecoica presso il centro di integrazione satelliti di Thales Alenia Space

Raccontaci meglio di cosa ti occupi e il tuo progetto di ricerca ‘ambito del dottorato.
Le camere anecoiche sono ambienti che riproducono uno spazio “vuoto” dal punto di vista elettromagnetico, cioè senza riflessioni. Sono utilizzate per i test di compatibilità elettromagnetica dei satelliti, per la caratterizzazione di apparati radio di bordo come antenne o strumenti radar. Quella dove lavoro io si trova a Roma ed è di Thales Alenia Space.
Dovete immaginare uno spazio di circa 10 metri per 10, alto 5 metri. All’interno della camera viene posizionato il satellite e si effettuano misure di autocompatibilità tra i dispositivi o di compatibilità reciproca. In pratica si verifica che i vari sistemi non interferiscano tra loro.
Il mio lavoro consiste nel creare un modello digitale – un digital twin – della camera. Sviluppo un modello numerico che permetta di prevedere come si comportano i campi elettromagnetici al suo interno, così da poter ottimizzare il posizionamento del satellite e avere una previsione dei risultati dei test.
La parte più complessa riguarda i materiali assorbenti: quei coni blu che rivestono le pareti. Sono materiali compositi, misture di più materiali, e ne studio le proprietà elettromagnetiche in funzione della frequenza e del tipo di segnale.
Ho sviluppato un modello matematico che rappresenta queste proprietà. È come se “tagliassi a fette” il cono per calcolare le percentuali tra il materiale e l’aria circostante, creando un blocco equivalente che si comporti allo stesso modo dal punto di vista elettromagnetico. In questo modo, nel software di simulazione, si può sostituire la geometria dettagliata dei coni con una superficie equivalente che restituisce lo stesso comportamento.

Prima di iniziare il dottorato tu hai lavorato diversi anni in azienda. Cosa ti ha insegnato questo percorso?
Dopo la laurea ho lavorato prima in Thales Alenia Space, poi in altre due aziende del settore. Sono state esperienze importanti, perché ho visto da vicino il mondo industriale: mi sono reso conto che il lavoro era molto strutturato, con procedure definite, tempi rapidissimi e poco margine per uscire dagli schemi. In alcuni casi il ruolo era più gestionale che tecnico.
Nel dottorato ho trovato qualcosa di diverso. Anche se la mia è ricerca applicata e legata a un’azienda, c’è molta più libertà nelle scelte. Si parte da zero, si sviluppa un’idea, si può esplorare. È questo l’aspetto che mi ha colpito di più: la libertà.
Lo spazio mi affascina da sempre, lo immaginavo come la frontiera della ricerca e dello sviluppo tecnologico. Stando dentro l’industria ho visto che oggi il settore sta cambiando molto rapidamente: si parla di New Space economy, con tempi di sviluppo sempre più ridotti e una crescente industrializzazione dei processi.
Questo non significa che la ricerca non esista più, ma che le logiche stanno evolvendo. Il dottorato mi ha permesso di ritrovare una dimensione più esplorativa, senza escludere che in futuro le due realtà possano tornare a dialogare nel mio percorso.

Camera anecoica dettaglio
Dettaglio della parete interna di una camera anecoica – foto di Bryan Tong Minh via commons

Il dottorato SST è un’esperienza particolare. Perché?
È un dottorato nazionale e questo fa la differenza. Si incontrano persone di università diverse, con background molto differenti: ingegneri, fisici, giuristi, biologi. È un ambiente molto internazionale, dove puoi confrontarti apertamente con persone di tante parti del mondo. Questo è estremamente stimolante, sia scientificamente sia umanamente. Si crea una rete che va oltre la singola università. È una palestra continua di confronto.
Inoltre il dottorato ti costringe a sviluppare competenze che non sono solo tecniche: gestione del tempo, delle priorità, autonomia. Sono capacità che poi vengono richieste anche in azienda e che fanno davvero la differenza.
Nel dottorato è previsto anche un periodo di ricerca all’estero. Non è sempre semplice da organizzare, ma è una parte importante del percorso. Confrontarsi con altri gruppi di ricerca e lavorare in un contesto diverso fa parte della crescita, sia professionale sia personale. È un’esperienza che non vedo l’ora di fare.

Che consigli daresti a un giovane che oggi deve scegliere il suo percorso?
Parto da un esempio concreto: recentemente, con il mio supervisore dell’Università di Trento, Leonardo Lizzi e due studenti triennali abbiamo deciso di partecipare a un contest della comunità Antennas and Propagation dell’IEEE. Non era strettamente legato al mio progetto di dottorato: era una sfida nuova e inaspettata. Abbiamo lavorato durante le vacanze di Natale a un progetto su un’antenna automotive che integra GPS e comunicazioni V2X, cioè quelle tecnologie wireless che collegano i veicoli a tutto ciò che li circonda. Il risultato? Siamo tra i sei team selezionati in tutto il mondo e ora dobbiamo andare in America a presentare il progetto. Davvero non ce lo aspettavamo ed è meraviglioso.
Ecco, il mio messaggio è questo: continuare a provare, anche quando non sai come andrà. Bisogna non accontentarsi mai. Se ti trovi in un posto che non ti valorizza, non significa che non vali tu: può essere l’ambiente sbagliato. E’ vero che cambiare richiede coraggio, perché sai cosa lasci ma non sai cosa troverai. Però restare in una situazione che non ti permette di crescere è peggio.
Poi, incontrare le persone giuste e saperle riconoscere, è fondamentale. È una cosa che auguro a tutti, perché fa davvero la differenza. Per me, ad esempio, il mio supervisore è stato fondamentale nella scelta di iniziare il dottorato: è una persona molto stimolante. Quando trovi qualcuno così, che ti comprende, ti aiuta e ti incoraggia, cambia completamente il modo in cui vivi il percorso.

Che cos’è – o cosa dovrebbe essere – la scienza per te?
La scienza dovrebbe essere qualcosa che rende migliore la vita delle persone.
Non è sempre stato così nella storia – penso anche alla bomba atomica – ma io la vedo come uno strumento che può aiutare a migliorare la vita della gente.
Mi piacerebbe che il mio lavoro andasse in quella direzione: sentirmi utile attraverso la ricerca. Il mondo, da solo, non tende a migliorare. Serve uno sforzo consapevole, e la scienza può essere uno degli strumenti per farlo.

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Scritto da

Livia Giacomini Livia Giacomini

Direttore di EduINAF, il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

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