Scoperte Eclissi

Ombre di stelle: storia e scienza delle eclissi solari

Il 12 agosto 2026 un'eclissi totale di Sole sarà visibile in Spagna, Islanda e Groenlandia: un'occasione per raccontare una breve storia delle eclissi.
Dragone cinese sole spazio
Dragone cinese mentre si appresta a mangiare il Sole – disegno di G. Filippelli colorato con Copilot
Quando il Sole si oscura, anche solo per pochi minuti, succede qualcosa che va oltre l’astronomia. È successo migliaia di anni fa e continua ancora oggi: lo stupore si mescola alla paura, alla curiosità, al bisogno di capire. Le eclissi solari sono uno di quei fenomeni rari in cui mito, osservazione e scienza si sono intrecciati senza mai separarsi davvero. Per molto tempo, infatti, ciò che oggi descriviamo con precisione matematica veniva interpretato come un segno, e il Sole “oscurato” era capace di scatenare stupore e timori.
Basti pensare che nell’antica Cina si pensava che un leggendario drago celeste stesse divorando il Sole, e per allontanarlo si battevano tamburi e si pronunciavano formule rituali; mentre in Mesopotamia l’eclissi era vista come un segno divino, al punto che la scomparsa del Sole era considerata un cattivo presagio soprattutto per il re, che veniva sostituito simbolicamente con un monarca fittizio capace di “assorbire” le maledizioni. E ancora, nel 585 a.C. un’eclissi solare, racconta Erodoto, pose fine a una guerra tra Medi e Lidi, spaventando entrambi gli eserciti. L’episodio è particolarmente suggestivo, poiché è forse la stessa eclissi che Talete di Mileto aveva previsto, lasciando agli antichi il primato della prima previsione scientifica di un fenomeno celeste.
È proprio qui che qualcosa cambia: le eclissi, da eventi “subiti”, iniziano lentamente a diventare eventi osservati.

Le eclissi nella storia

Aristarco da samo
Aristarco da Samo in un dipinto del Seicento – via commons
Le prime tracce scritte di eclissi risalgono al II millennio a.C. Una celebre tavoletta ugaritica (XIII sec. a.C.), che potrebbe contenere la descrizione di un’eclissi totale (la più antica menzione nota), e le incisioni su ossi oracolari datati tra il 1600 e il 1050 a.C. rinvenuti in Cina, che registrano eventi astronomici, mostrano un tentativo ancora incerto ma già sistematico di dare ordine al cielo.
Poi fu il turno dei Babilonesi che, con il tempo, grazie a osservazioni ancora più sistematiche, riuscirono a codificare i cicli celesti. Già dall’VIII sec. a.C. emerge l’uso del ciclo di Saros (circa 18 anni) per prevedere le stagioni delle eclissi. Celebre fu poi la stima della scala del Sistema Solare che Aristarco di Samo realizzò intorno al III sec. a.C. sfruttando le eclissi stesse. Misurando i tempi di ingresso e uscita della Luna nell’ombra terrestre, ne ricavò una distanza di circa 60 raggi terrestri, sorprendentemente vicino al valore moderno.
Da queste osservazioni emerse anche un’altra idea fondamentale: la Terra è sferica. Non per filosofia, ma perché la sua ombra circolare proiettata sulla Luna lo dimostra. Intuizioni analoghe comparvero anche nel mondo greco e arabo.
Con il passare dei secoli, questa linea di ricerca trasforma progressivamente l’eclissi in un banco di prova sempre più preciso.

Le eclissi per misurare l’universo

Edmond halley
Edmond Halley – via commons
Con il Rinascimento si capì che potevano essere previste e calcolate matematicamente. Nel 1715 Edmond Halley predisse con precisione l’eclissi inglese del 22 aprile, dimostrando che il fenomeno è governato da leggi di moto celeste. In quell’occasione Halley poté verificare i modelli orbitali di Isaac Newton, segnando un vero punto di svolta nella comprensione razionale del cielo e mostrando concretamente che l’universo obbedisce a leggi calcolabili.
Da lì fu la volta di numerosi altri scienziati che studiarono le eclissi per affinare parametri orbitali e fisici. La misura esatta della scala del Sistema Solare venne perfezionata con i transiti di Venere e altri metodi, ma le eclissi restarono utili anche per determinare il calendario. Gli astronomi mesopotamici regolavano intercalazioni e sabati sacri sulla base delle previsioni di eventi solari e lunari.
Poi arriva l’Ottocento, che porta un cambio di prospettiva ancora più radicale: le eclissi diventano banchi di prova per la nuova spettroscopia. Celebri le osservazioni durante l’eclissi del 18 agosto 1868, quando l’astronomo francese Pierre Janssen e, indipendentemente, l’inglese Norman Lockyer individuarono una riga spettrale gialla sconosciuta, emessa dalla cromosfera solare e non riconducibile a nessun elemento noto. Si trattava dell’elio, il primo elemento scoperto prima nello spazio che sulla Terra.
Quell’evento segnò la nascita dell’astrochimica: per la prima volta si comprese che la luce del Sole poteva essere scomposta in righe spettrali identificabili e collegate a elementi chimici, rivelando la composizione dell’atmosfera solare e stellare. Allo stesso modo, le eclissi permisero di osservare la corona solare e le protuberanze senza l’abbagliamento del disco, contribuendo allo sviluppo di strumenti come il coronografo. In quel momento, l’eclissi diventa una chiave d’accesso: non solo alla meccanica celeste, ma alla natura stessa delle stelle.

L’eclissi che dimostrò la relatività

Albert einstein
Albert Einstein nel 1921 – via commons
Eppure, il momento più iconico, e forse il risultato scientifico più celebre legato a un’eclissi, arriva nel Novecento: la conferma sperimentale della relatività generale di Albert Einstein.
Pubblicata nel 1915, la teoria di Einstein prevedeva che la luce delle stelle in prossimità del Sole deviasse a causa della curvatura dello spaziotempo. In sostanza, un raggio che sfiora il Sole viene deviato di circa 1,75 secondi d’arco, il doppio di quanto prevedeva la teoria newtoniana.
Tuttavia, tale deflessione è piccolissima e poteva essere misurata solo in condizioni molto particolari, come durante un’eclissi totale. Il 29 maggio 1919 si verificò una rarissima congiunzione: la Luna coprì interamente il Sole per quasi 7 minuti, mentre il Sole transitava davanti alle stelle delle Iadi, rendendo visibili stelle normalmente invisibili in pieno giorno.
Arthur eddington
Arthur Eddington – via commons
Arthur Eddington e Andrew Crommelin, su incarico del Royal Greenwich Observatory, guidarono due spedizioni (rispettivamente a Principe, in Africa, e a Sobral, in Brasile), mentre Frank Dyson coordinava dall’Inghilterra.
Le spedizioni partirono per luoghi lontani, inseguendo pochi minuti di oscurità. Le condizioni erano difficili, i dati imperfetti, le misure al limite della strumentazione, ma nonostante tutto il giorno dell’eclissi furono acquisite lastre fotografiche della corona solare con le stelle circostanti. Il risultato, per quanto fragile, era chiaro: la deviazione osservata risultava compatibile con quella prevista da Einstein.
Da quel confronto nacque il “risultato del 1919”: le misure, per quanto al limite, mostravano una deflessione più vicina a 1,75″ che al valore newtoniano. L’annuncio del 6 novembre 1919 consacrò Einstein alla fama mondiale, trasformando una previsione teorica in un evento mediatico globale. Non era una conferma definitiva, ma fu sufficiente a cambiare la percezione della teoria. La relatività entrò nello spazio pubblico, e l’eclissi divenne, per la prima volta, protagonista non solo dell’astronomia, ma della fisica moderna.

Col senno di poi, sappiamo che i dati del 1919 erano fragili, discussi, in parte selezionati: le lastre di Principe fornirono risultati coerenti, mentre quelle di Sobral furono più incerte. Alcuni storici della scienza hanno anche sottolineato possibili bias nella selezione dei dati effettuata da Eddington, che selezionò dati più consoni alle sue attese, ma è proprio questa imperfezione a renderli interessanti. Non come verità assoluta, ma come esempio concreto di come funziona la scienza tra tentativi, errori, interpretazioni e verifiche successive.
Fu infatti l’insieme degli studi successivi, con nuove eclissi e osservazioni sempre più precise (anche tramite tecniche radioastronomiche), a confermare la relatività generale con crescente accuratezza. Eppure, quell’esperimento resta un momento iconico: personalità come Eddington, Dyson e Crommelin diventano protagonisti di una narrazione scientifica in prima persona, fatta di intuizioni, difficoltà e confronto pubblico.

Eclissi: tra scienza e divulgazione

Eclissi eddington
Una delle 16 foto scattate da Arthur Eddington durante l’eclissi del 29 maggio 1919 – via commons
Le eclissi, tuttavia, non si esauriscono in questo episodio. Nel corso del tempo hanno continuato a rappresentare uno strumento prezioso per la ricerca scientifica. Durante l’eclissi totale del 1878 negli Stati Uniti, per esempio, furono osservate ampie strutture coronali. Nei decenni successivi, osservazioni ripetute permisero di migliorare la comprensione della dinamica solare e di affinare modelli fisici sempre più complessi.
Allo stesso tempo, lo studio dei fenomeni celesti contribuì alla ricostruzione di antichi strumenti astronomici, come il meccanismo di Antikythera, mentre la verifica delle leggi gravitazionali trovava conferma in osservazioni sempre più precise dei moti planetari.
Più recentemente, missioni spaziali come SOHO e altri osservatori hanno utilizzato principi analoghi per studiare la corona solare e il vento solare, estendendo nello spazio ciò che le eclissi permettevano di osservare da Terra.
Oggi, accanto alla ricerca, le eclissi sono diventate anche potenti strumenti di divulgazione. Ogni evento totale attira milioni di persone, trasformandosi in un momento collettivo di osservazione e apprendimento. Fenomeni come l’anello di diamante, gli “spilli di Baily” e la corona solare diventano occasioni per spiegare la fisica del Sole in modo accessibile ma rigoroso.
Sempre più spesso, inoltre, le eclissi vengono utilizzate in progetti di citizen science: cittadini e studenti partecipano a esperimenti, registrando variazioni di luce, temperatura o comportamento animale. Parallelamente, agenzie come NASA ed ESA forniscono modelli sempre più precisi dell’ombra lunare e strumenti per un’osservazione sicura.
Il 12 agosto 2026 un’eclissi totale di Sole sarà visibile in Spagna, Islanda e Groenlandia. Eventi come questo non sono soltanto spettacoli naturali, ma veri e propri laboratori a cielo aperto: occasioni per misurare, osservare, verificare.
Perché, in fondo, ogni eclissi racconta la stessa storia.
Non quella di un Sole che scompare, ma di uno sguardo che cambia.

Per approfondire

  1. Sandri M., La “prima” eclissi e l’eredità dei babilonesi, MediaINAF (2024).
  2. Biga M.G., Paniaino A., Vicino Oriente antico – Il computo del tempo, Enciclopedia Treccani.
  3. Eclissi solare: miti, leggende e significati, Quotidiano Nazionale (2025).
  4. Della Vecchia V., Aristarco misura il Sole e la Luna (2011).
  5. Il cielo cinese, Scienza per tutti, INFN (2011).
  6. Smithsonian Magazine, How Scientists Discovered Helium, 150 Years Ago
  7. ESO, Highest resolution image of the 1919 solar eclipse (2019).
  8. NASA (GSFC), Cosmic Times – Why a Total Solar Eclipse? (2017).
  9. Paknazar B., Eclissi solare, uno spettacolo e un’occasione preziosa per studiare la corona, Il Bo Live (Univ. Padova, 2024).

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