
Cielo nero di stelle(1)da Chissà se lo sai in Dalla del 1980: nell’immagine di Lucio Dalla c’è forse tutta la suggestione delle notti di ottobre. Il buio che arriva prima non cancella il cielo: al contrario, lo rivela. E con esso emergono stelle, pianeti e oggetti lontanissimi, trasformando l’oscurità in una porta verso il mistero dell’Universo. Ottobre è il mese in cui, alle nostre latitudini, il buio conquista progressivamente spazio a scapito della luce del giorno, che sembra ritirarsi lentamente. Le giornate si accorciano, il cielo serale scivola lentamente verso l’inverno e cambiano le costellazioni visibili, le ore disponibili per osservarle e le posizioni apparenti degli astri.
Il cielo non è mai lo stesso, è l’arte del divenire. Noi lo percepiamo come immutabile, ma in realtà cambia continuamente davanti ai nostri occhi: per effetto della rotazione della Terra, nel corso della notte; con il passare delle stagioni, mentre la Terra percorre la sua orbita attorno al Sole; e, su scale di tempo molto più lunghe, per l’evoluzione degli stessi oggetti celesti.
Ottobre può allora diventare anche un’occasione per parlare del valore del buio, necessario per osservare le stelle, la Via Lattea e gli oggetti lontani che popolano la volta celeste. In un cielo buio scopriamo quanta luce c’è nell’Universo e, allo stesso tempo, quanto poco riusciamo realmente a vedere. È nel buio che si nasconde ciò che non vediamo: il mistero, l’ignoto, ciò che ancora non sappiamo spiegare. L’Universo è infatti pieno di fenomeni che non possiamo osservare facilmente attraverso la luce: la materia oscura, che non ne emette né assorbe; i buchi neri e i pianeti extrasolari, la cui presenza è stata per lungo tempo ricostruita soprattutto attraverso gli effetti che producono sull’ambiente circostante. Possiamo perfino ricevere oggi la luce di stelle che, nel frattempo, sono esplose o hanno subito profonde trasformazioni: quella luce ci racconta il loro passato, non necessariamente il loro presente.
Il cielo del mese diventa così una raccolta di “casi” da risolvere. Qualcuno alza gli occhi in una notte d’ottobre e vede una luce improvvisa attraversare il cielo. Che cos’è? Potrebbe essere una meteora, cioè il fenomeno luminoso prodotto dall’ingresso nell’atmosfera terrestre dalle correnti di un meteoroide. Potrebbe essere un satellite artificiale, un aereo, un fenomeno atmosferico. La domanda non è ancora che cos’è?, ma: come possiamo saperlo? Ed è qui che il cielo “incontra” Dylan Dog.

Come l’indagatore dell’incubo indaga sui misteri che si nascondono nelle ombre, affrontando fenomeni apparentemente inspiegabili, anche l’astronomo parte da qualcosa che non comprende: osserva un fenomeno, raccoglie indizi e cerca di spiegarlo attraverso il metodo scientifico. La differenza fondamentale è che non si accontenta del mistero: misura, osserva, confronta, formula ipotesi e cerca di verificarle. Anche l’astronomo è un investigatore. Raccoglie la luce arrivata da luoghi lontanissimi, ne studia le tracce e prova a ricostruire una storia. Perché la luce è anche questo: un messaggio dal passato. Quando osserviamo una stella lontana, non la vediamo necessariamente com’è “adesso”, ma la vediamo com’era quando la luce che stiamo ricevendo ha iniziato il suo viaggio verso di noi. Più lontano guardiamo, più indietro nel tempo osserviamo. L’astronomia è quindi anche un’immensa attività investigativa sul tempo. Ogni fotone (particella di luce) è un indizio, ogni spettro contiene informazioni sulla composizione, sulla temperatura e sul movimento di un oggetto. Ogni variazione di luminosità può raccontare qualcosa che non possiamo vedere direttamente.
E allora il cielo del mese può diventare una raccolta di casi: una luce improvvisa, una stella che varia di luminosità, una meteora che attraversa il cielo, un pianeta che si sposta tra le stelle, un oggetto lontanissimo di cui riusciamo a raccogliere soltanto una debole traccia. Ogni volta le domande sono le stesse: che cosa stiamo vedendo? Come possiamo saperlo? Sono queste le domande che trasformano il mistero in ricerca scientifica. Non perché la scienza elimini l’ignoto, ma perché costruisce strumenti per attraversarlo. Forse non esiste davvero un punto in cui “finiscono” le stelle, ma finisce piuttosto ciò che sappiamo di loro. E quel confine si sposta continuamente, ogni volta che una nuova osservazione, una nuova misura o una nuova idea ci permette di vedere un po’ più lontano. Là dove finiscono le stelle(2)da Chissà se lo sai in Dalla del 1980, comincia l’ignoto. E forse, proprio lì, comincia anche la scienza.
Il cielo e la sua sceneggiatura
Di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno, canta Francesco Guccini in Stagioni. È forse una delle immagini più efficaci per raccontare il cielo di ottobre: le giornate si accorciano, il blu lascia spazio a tonalità più profonde e il cielo sembra diventare, ogni sera, un po’ più misterioso. È proprio nel passaggio dalla luce al buio che la volta celeste cambia volto. Ciò che durante il giorno rimane nascosto dalla luce del Sole comincia lentamente a emergere: prima le stelle più luminose, poi le costellazioni, i pianeti e, con un po’ di pazienza e di buio, anche gli oggetti più deboli. È come se, con l’arrivo della notte, il cielo cambiasse sceneggiatura e aprisse una storia tutta da leggere.

Alla latitudine di circa 40° N, nelle prime ore della sera, spiccano alcune delle stelle più luminose del firmamento: Vega nella Lira, bianco-azzurra, a ovest dello zenit, tra le prime stelle a comparire all’imbrunire. Poi Capella nell’Auriga, giallastra a nord-est, in alto nella mappa celeste. Arturo, nel Boote, arancione, verso nord-ovest. Altair nell’Aquila giallo-bianca a sud-ovest. Fomalhaut nel Pesce Australe, bianca verso sud sud-est, quando la si vede sorgere tra le luci al crepuscolo, l’autunno è arrivato. Deneb nel Cigno vicino allo zenit.
Nelle prime ore della sera, la costellazione dell’Acquario raggiunge il suo punto più alto nel cielo, mentre del Pesce Australe è facilmente riconoscibile soprattutto Fomalhaut, mentre il resto della costellazione è più debole e basso sull’orizzonte.
Più a sud-est è visibile anche l’estesa e poco luminosa costellazione della Balena, che si distende bassa sull’orizzonte. A ovest dell’Acquario si trova il Capricorno, ormai avviato alla culminazione verso sud-ovest. Nella prima serata, verso nord-est, ecco apparire le enigmatiche Pleiadi; poco dopo, verso est, compaiono Aldebaran e le Iadi. Il Triangolo Estivo è ancora alto e quasi al centro del cielo, con il Cigno e l’Aquila che volano l’uno verso l’altro nella parte più luminosa della Via Lattea. Un esercizio molto interessante è quello di rintracciare nel cielo la Galassia di Andromeda, posta proprio sul ginocchio della costellazione omonima.
Una sceneggiatura, però, non è fatta soltanto di personaggi: è fatta anche di incontri. E ottobre ne offre diversi, infatti, il 4 ottobre la Luna passa vicino alla stella Polluce mentre il giorno successivo si trova a 0,4° N dal Presepe; il 7 ottobre è la volta della stella Regolo, mentre l’11 ottobre incontra la stella Spica.

Il 14 ottobre la Luna passa vicinissima ad Antares, nella costellazione dello Scorpione, con una separazione di appena 0,5°. Più avanti, il 28 ottobre, torna a incontrare le Pleiadi, uno degli ammassi stellari più riconoscibili del cielo autunnale, mentre il 31 ottobre ancora con Polluce.
E, tra tutti questi incontri, possiamo puntare lo sguardo verso il gigante Saturno, con gli anelli ancora relativamente poco inclinati, quasi di taglio rispetto al nostro sguardo. Il 4 ottobre il pianeta raggiunge l’opposizione al Sole: Terra, Sole e Saturno si trovano quasi allineati, con la Terra tra il Sole e Saturno. È il momento dell’anno in cui il pianeta si trova nelle condizioni migliori per essere osservato: è più luminoso, raggiunge il maggiore diametro apparente dell’anno ed è visibile per gran parte della notte. Con i suoi anelli, Saturno è forse uno degli oggetti celesti meno adatti a fare paura, o almeno così sembrerebbe, ma basta osservare quel piccolo disco luminoso attraverso un telescopio per rendersi conto di quanto sia straniante ciò che abbiamo davanti agli occhi: un mondo distante oltre un miliardo di chilometri dalla Terra, circondato da un sistema di anelli composto soprattutto da ghiaccio d’acqua e materiale roccioso.
A occhio nudo, molti oggetti del cielo sembrano soltanto punti luminosi, al telescopio, invece, possono trasformarsi in un altro mondo, ma osservare non significa soltanto riconoscere ciò che abbiamo davanti agli occhi, significa chiedersi come accade ciò che vediamo e, soprattutto, perché. E questo è già un piccolo caso da investigare: quanto può cambiare ciò che vediamo quando cambiamo gli strumenti con cui osserviamo?
Orizzonte est

Oltre le nuvole, a est, prende forma il cielo della stagione fredda. Il Quadrato di Pegaso spicca alto verso est, mentre poco più a nord si distende Andromeda, nella quale possiamo cercare la debole luce della grande Galassia di Andromeda.
Più a est e verso nord-est Ariete e Pesci cominciano a salire, mentre le Pleiadi e Aldebaran, nel Toro, si fanno sempre più evidenti. Aldebaran, la stella rossastra che sembra disegnare l’occhio del Toro, è uno dei punti di riferimento più facili da riconoscere.
Poco più tardi, verso est-sud-est, compare la grande figura di Orione, che nelle settimane successive diventerà sempre più protagonista delle notti autunnali e invernali.
Orizzonte nord

Volgendo lo sguardo verso nord, con straordinaria bellezza, l’Orsa Maggiore si abbassa verso l’orizzonte e sembra quasi camminare lungo il cielo. Tra le due Orse, imponente, si attorciglia il Dragone, mentre più in alto si riconoscono Cefeo e Cassiopea.
Verso nord-est comincia a farsi strada Capella, nella costellazione dell’Auriga, una delle stelle più brillanti visibili in autunno. La debole costellazione della Giraffa rimane invece difficile da riconoscere, alta verso nord.
Orizzonte sud
Spostando lo sguardo verso sud, nel cielo si svelano ai nostri occhi l’Acquario e il Capricorno, che occupano la parte meridionale della volta celeste. Più bassa sull’orizzonte brilla Fomalhaut, la stella più luminosa del Pesce Australe.
Verso sud-ovest, Ofiuco e il Serpente sono ormai bassi nel cielo, mentre le ultime tracce del cielo estivo scivolano lentamente verso il tramonto, lasciando la scena.

Orizzonte ovest
Rivolgendo lo sguardo verso ovest, il cielo conserva ancora il ricordo dell’estate. Il Triangolo Estivo, formato da Deneb nel Cigno, Vega nella Lira e Altair nell’Aquila, è ancora ben riconoscibile, ma comincia lentamente a scendere verso l’orizzonte con l’avanzare della notte.
Più in basso, Ercole e la Corona Boreale volgono ormai al tramonto. Le costellazioni estive lasciano così spazio, poco alla volta, alle nuove figure che stanno sorgendo dall’altra parte della volta celeste.
I pianeti

Il cielo notturno ha sempre qualcosa di misterioso. Quando la luce del Sole scompare, ciò che durante il giorno rimane nascosto comincia lentamente a emergere: pianeti, stelle, ammassi e oggetti lontanissimi si fanno strada nel buio. È un’atmosfera che potrebbe appartenere a una storia di Dylan Dog, dove ciò che appare inspiegabile diventa il punto di partenza di un’indagine.
Anche il cielo di ottobre offre molti fenomeni da osservare e, soprattutto, da capire. Il 2 ottobre Venere appare stazionario, iniziando il suo moto retrogrado apparente, mentre due giorni dopo, Saturno raggiunge l’opposizione al Sole: il signore degli anelli rimane così visibile per gran parte della notte, in condizioni particolarmente favorevoli all’osservazione, e in questo periodo si trova nella costellazione della Balena.
Nella tradizione della medicina antica, il pianeta più lento allora conosciuto, aveva una reputazione tutt’altro che univoca. Gli si attribuivano infatti influssi ambivalenti sul temperamento: da una parte saggezza, capacità di meditazione e riflessione; dall’altra mutismo, malinconia e persino follia. Era, insomma, un astro capace di condurre la mente verso la profondità della contemplazione, ma anche verso gli abissi dell’umore e della solitudine. Un’immagine ambivalente, sospesa tra ragione e inquietudine, che sembra quasi uscita da una storia di Dylan Dog.
Il cielo di ottobre, però, continua a offrire nuovi “casi”. Il 5 ottobre Mercurio e Venere si avvicinano sulla volta celeste. Mercurio si affaccia nel cielo serale, molto basso sull’orizzonte occidentale, e il 12 ottobre raggiunge la massima elongazione orientale dal Sole, ma la sua posizione rispetto all’orizzonte rende comunque difficile l’osservazione dall’Italia. Venere, invece, si avvia verso la congiunzione inferiore del 24 ottobre e diventa progressivamente più difficile da osservare, perso nella luce del Sole, prima di ricomparire nel cielo mattutino verso la fine del mese.
Nella seconda parte della notte entrano in scena Marte e Giove. Marte, nella costellazione del Cancro, l’11 ottobre passa vicino all’ammasso del Presepe, e verso la fine del mese si sposta nella costellazione del Leone. Giove, il gigante sempre in tempesta, si trova anch’esso nel Leone e sorge poco dopo Marte, diventando progressivamente più favorevole all’osservazione nelle ore che precedono l’alba.
Anche Urano, il gigante ghiacciato quasi sdraiato, è ben posizionato per l’osservazione nelle ore serali e notturne nella costellazione del Toro; per individuarlo è però utile almeno un binocolo, mentre l’opposizione al Sole arriverà soltanto a fine novembre.
Nettuno, nella costellazione dei Pesci, è ancora ben posizionato nel cielo notturno dopo aver raggiunto l’opposizione alla fine di settembre. Due pianeti che si avvicinano sulla volta celeste, un pianeta che sembra invertire il proprio moto, un altro che raggiunge l’opposizione, Marte che passa vicino a un ammasso stellare: a prima vista possono sembrare fenomeni scollegati, quasi piccoli misteri disseminati nel cielo, ma è proprio qui che il mistero incontra la scienza. Il cielo del mese diventa così un viaggio nel tempo e nello spazio, oggetto dopo oggetto: un cielo che conserva il suo mistero, ma che la scienza ci permette, passo dopo passo, di comprendere.
Gli sciami meteorici
Quando le correnti di meteoroidi incontrano la Terra, entrano nell’atmosfera ad alta velocità e si vaporizzano, producendo le scie luminose che chiamiamo meteore (per i romantici sono “stelle cadenti”). I meteoroidi appartenenti alla stessa corrente seguono orbite simili e, osservati dalla Terra (creano un effetto prospettico), sembrano provenire dalla stessa regione del cielo, chiamata radiante. Si ha quindi uno sciame di meteore, che viene nominato in base al punto del cielo da cui sembrano provenire le tracce luminose.
Anche in questo mese la Terra attraversa diverse nubi di detriti lasciate da comete o da asteroidi in disgregazione. Tra gli sciami del mese ricordiamo: le Draconidi, generate dalla cometa 21P/Giacobini-Zinner e osservabili già in prima serata (il loro radiante, a differenza di molti altri sciami, è alto nel cielo subito dopo il tramonto), attive nei primi giorni di ottobre e con il massimo previsto intorno all’8-9 ottobre, e le Orionidi, attive per gran parte del mese e con il massimo intorno al 21-22 ottobre. Le Draconidi saranno favorite dalla vicinanza della Luna nuova del 10 ottobre, che garantirà cieli particolarmente bui proprio nei giorni del massimo, anche se normalmente producono un numero modesto di meteore.
Le Orionidi sono invece prodotte dai detriti lasciati lungo l’orbita dalla cometa di Halley e impattano contro la nostra atmosfera a circa 67 km/s. Il loro massimo cadrà alcuni giorni dopo la Luna nuova: la Luna gibbosa crescente, piuttosto luminosa, potrà quindi ridurre il numero di meteore più deboli visibili. Nelle ore che precedono l’alba, con il radiante ormai alto nel cielo, le condizioni diventano più favorevoli all’osservazione; in condizioni ideali lo sciame può raggiungere una frequenza di circa 20 meteore l’ora.
Per le comete, le previsioni di luminosità a lungo termine sono molto meno affidabili rispetto a quelle delle piogge meteoriche: restano tra gli oggetti più imprevedibili del cielo, capaci di sorprendere anche gli osservatori più esperti. Come dice l’astronomo e divulgatore David Levy, le comete sono come i gatti: hanno la coda e fanno quello che vogliono. È quindi preferibile consultare le effemeridi aggiornate poco prima dell’osservazione: le comete possono cambiare luminosità in modo inatteso e, proprio per questo, riservare sorprese.
Dopo aver seguito il passaggio delle meteore, lo sguardo può tornare al resto del cielo, popolato da pianeti, stelle e altri oggetti celesti che sembrano accompagnare da sempre la storia dell’uomo: un orizzonte con cui confrontarsi, una meravigliosa quinta teatrale apparentemente immutabile, mentre tutto intorno a noi, meravigliosamente, evolve e si trasforma. E noi, sotto quel cielo, … solo un istante nell’eternità…(3)Da Dylan Dog n.7.
La Luna

E si ammanta di fantasmi o di un ricordo lontano, canta Guccini in Luna fortunata, con parole che sembrano affiorare da una notte illuminata dalla Luna. È allora che il cielo può trasformarsi in uno scenario sospeso, dove realtà e immaginazione si confondono e ogni ombra sembra custodire una storia. Quasi una “favola inquietante”, capace di evocare presenze lontane, memorie e misteri.
Ottobre offre anche una notte in cui la Luna non illumina il cielo notturno. Il 10 ottobre, infatti, sarà Luna nuova: una circostanza particolarmente favorevole per chi vuole osservare gli oggetti più deboli presenti lungo la volta celeste, perché la luce della Luna non disturba l’osservazione. È proprio nel buio, allora, che possiamo fare l’indagine più interessante.
Allontaniamoci dalle luci delle città, lasciamo che gli occhi si adattino alla notte e osserviamo. Il cielo autunnale comincia a cambiare volto e, verso oriente, la grande figura di Orione si prepara lentamente a tornare protagonista delle notti. Il buio, però, non è semplicemente assenza di luce. È una condizione per vedere. Senza un cielo sufficientemente buio non potremmo percepire la maggior parte delle stelle più deboli, né la Via Lattea nella sua imponenza.
Anche questo, forse, è un piccolo mistero da Dylan Dog: per vedere meglio, qualche volta dobbiamo prima spegnere le luci. E la Luna, anche quando quasi scompare, continua a scandire il cielo di ottobre. Nel corso del mese cambia fase, attraversa il cielo e passa vicino a pianeti e stelle, creando incontri che dalla Terra appaiono spettacolari, anche se gli oggetti coinvolti possono trovarsi a distanze enormemente diverse nello spazio celeste.

Il 3 ottobre raggiunge l’ultimo quarto; il 10 è Luna nuova; il 18 raggiunge il primo quarto e il 26 ottobre torna a illuminare il cielo con la Luna piena. Nel frattempo, nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, torna l’ora solare. Tra una fase e l’altra, la Luna offre diversi piccoli “casi” da osservare. Il 1° ottobre passa vicino a Urano, il 5 si avvicina a Marte e il 6 ottobre passa, nel cielo mattutino, vicino a Giove con una separazione apparente di appena 0,2°. Il 12 ottobre passa prima vicino a Venere e poi a Mercurio. Il 24 è la volta di Nettuno, mentre dopo il 28 ottobre torna vicino a Urano. Sono incontri soltanto apparenti: sulla volta celeste gli oggetti sembrano avvicinarsi, ma nello spazio possono essere separati da milioni o addirittura miliardi di chilometri.
Già Keplero aveva messo in scena questa idea nel suo Somnium, immaginando osservatori sulla Luna per i quali sarebbe stata la Terra a muoversi nel cielo: Se mi obiettasse che i sensi dei miei lunari si ingannano, con pari diritto potrei obiettare che sono i sensi terreni di noi terrestri a ingannarsi, quando sono privi della ragione.
Ed è proprio questo il punto: ciò che vediamo nel cielo non coincide necessariamente con ciò che sta accadendo nello spazio. Per capire che cosa stiamo davvero guardando, però, non basta fidarsi dei sensi: dobbiamo raccogliere indizi, confrontare posizioni, misurare distanze e seguire il movimento degli astri. Anche la Luna, dunque, può diventare un piccolo caso da investigare. E nella notte del 10 ottobre, con la Luna appena nuova e praticamente invisibile, la luce lunare sarà quasi del tutto assente: il buio può finalmente mostrare ciò che normalmente rimane nascosto.



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