Scoperte Inclusione

Costruire un futuro dell’Astrofisica equo e sostenibile

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Arriva il White Paper dell'ESO che analizza come organizzare le grandi imprese astronomiche dei prossimi decenni - ALMA,ELT o SKAO - dal punto di vista della scienza, ma soprattutto delle comunità.

In tempi di profondi cambiamenti e tensioni internazionali si sente spesso dire che alcuni ambiti – lo sport, il mondo dello spettacolo, la scienza – dovrebbero limitarsi a “fare il proprio lavoro”, evitando di commentare ciò che accade nella società. La pubblicazione del white paper dell’ESO Designing the Community Infrastructure for ESO’s Next Transformational Facility. Equitable Governance and Sustainable Teams for 2040s Astronomy mostra quanto questa idea sia riduttiva.
La scienza non esiste nel vuoto: è fatta di persone, istituzioni, collaborazioni internazionali e scelte organizzative che influenzano direttamente la qualità della ricerca prodotta. Per questo motivo, mentre si progettano le grandi infrastrutture astronomiche dei prossimi decenni, la comunità scientifica sta iniziando a interrogarsi non solo su quali telescopi costruire, ma anche su come organizzare il lavoro delle comunità che li useranno.

Hercules A Onde Radio
La galassia ellittica Hercules A con i due getti relativistici osservati in onde radio – Crediti: NASA, ESA, S. Baum and C. O’Dea (RIT), R. Perley and W. Cotton (NRAO/AUI/NSF), and the Hubble Heritage Team (STScI/AURA) via commons

Il white paper – un documento che analizza un problema e suggerisce idee o raccomandazioni per affrontarlo, spesso preparato da esperti per guidare decisioni future – propone proprio questo: ripensare in anticipo le strutture di collaborazione, governance e partecipazione per le grandi facility astronomiche del futuro, con l’obiettivo di costruire una comunità scientifica più equa, sostenibile ed efficace.
Questa riflessione non nasce per caso. Come sottolinea l’astrofisica Annagrazia Puglisi, lecturer presso la School of Physics and Astronomy dell’Università di Southampton, nel Regno Unito, e prima autrice del white paper, si è aperta una finestra importante: la call di ESO nell’ambito di Expanding Horizons ha invitato la comunità astrofisica a interrogarsi sulle grandi domande scientifiche dei prossimi decenni, ma anche sulle condizioni necessarie per affrontarle. Non basta chiedersi quale scienza vogliamo fare, osserva, ma anche con quali persone, con quali strutture e in quali condizioni di accesso e sostenibilità.

Quando la scienza diventa un’impresa globale

Siamo ben lontani dai giorni in cui Galileo poteva puntare il proprio telescopio verso la Luna dal giardino di casa sua e cambiare per sempre il nostro modo di guardare il cielo. L’astrofisica moderna è sempre più basata su grandi infrastrutture: radiotelescopi come ALMA nel deserto di Atacama, il telescopio spaziale James Webb (JWST), o progetti ancora più ambiziosi come l’Extremely Large Telescope (ELT) e lo Square Kilometre Array Observatory (SKAO), che entreranno in funzione nei prossimi decenni.

ELT cantiere
Il cantiere dell’Extremely Large Telescope sul Cerro Armazones, in Cile, nell’aprile 2026. Crediti: ESO/G. Vecchia

Questi strumenti coinvolgono migliaia di ricercatori e ricercatrici in tutto il mondo e richiedono decenni di pianificazione. Ed è proprio questa scala temporale a rendere evidente una questione fondamentale: spesso le infrastrutture scientifiche vengono progettate molto prima della comunità che le utilizzerà. Un esempio concreto riguarda il JWST. Molti degli studenti e delle studentesse o dei giovani ricercatori che oggi analizzano i dati del telescopio non erano ancora nati – o non avevano iniziato l’università – quando il progetto fu concepito negli anni Novanta. Nel frattempo il contesto scientifico, tecnologico e geopolitico è cambiato profondamente. Anche la mobilità internazionale dei ricercatori, per esempio, è oggi influenzata da eventi globali come i conflitti in Ucraina, Palestina o in Iran.
In altre parole, quando i grandi strumenti entrano finalmente in funzione, le collaborazioni scientifiche si trovano spesso ad affrontare problemi organizzativi che non erano stati previsti all’inizio. Molti di questi problemi emergono quando le infrastrutture sono già operative e le collaborazioni scientifiche sono già avviate. A quel punto diventa più difficile intervenire.
Come evidenzia Puglisi, i grandi progetti internazionali si confrontano con almeno quattro criticità ricorrenti: la difficoltà di comunicare in comunità distribuite globalmente; la mancanza di trasparenza nei meccanismi di accesso e nelle posizioni di responsabilità; la precarietà, soprattutto per chi è a inizio carriera; e il peso del cosiddetto “lavoro invisibile”, come mentoring, sviluppo di software o coordinamento, fondamentale ma spesso poco riconosciuto. Si tratta di attività essenziali per il funzionamento della ricerca, ma che raramente ricevono lo stesso riconoscimento delle pubblicazioni. È lavoro fondamentale, ricorda Puglisi, ma spesso distribuito in modo diseguale e poco visibile, non adeguatamente riconosciuto, pur essendo una condizione necessaria per la qualità della ricerca.

Ripensare le collaborazioni: non solo strumenti, ma comunità

Costruire una comunità scientifica dopo che l’infrastruttura è già stata realizzata è molto più difficile: senza aver partecipato al processo decisionale in fase di realizzazione, il proprio ruolo e la scienza proposta sono svantaggiate. Per questo il white paper propone un cambio di prospettiva: progettare insieme l’infrastruttura scientifica e quella sociale della comunità che la utilizzerà.

The Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA) by night
Alcune antenne dell’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), nel deserto di Atacama, Cile. Crediti: ESO/C. Malin

Sono quattro, gli ambiti principali su cui lavorare: il primo riguarda la governance, cioè il modo in cui vengono prese le decisioni all’interno delle collaborazioni e chi rappresenta la comunità scientifica. In progetti molto grandi è fondamentale avere regole chiare e trasparenti per garantire fiducia e partecipazione. Il secondo tema è quello dei team sostenibili. Il lavoro scientifico non è fatto solo di osservazioni e pubblicazioni: include anche attività tecniche, sviluppo di strumenti e software, mentoring e coordinamento. Riconoscere e valorizzare queste attività è essenziale per mantenere collaborazioni equilibrate e durature. Il terzo ambito riguarda formazione e inclusione, cioè la possibilità per persone con background diversi di accedere alle opportunità scientifiche e contribuire alla ricerca. Infine, il documento sottolinea l’importanza di strutture di collaborazione internazionale più trasparenti e accessibili, in grado di adattarsi a una comunità scientifica sempre più globale.
Un esempio paradigmatico di questo approccio è rappresentato dalle pratiche di Equità, Diversità e Inclusione (EDI). Per equità si intende creare condizioni che offrano opportunità reali a tutte le persone. La diversità riguarda la presenza di background culturali, sociali e scientifici differenti. L’inclusione, infine, significa costruire ambienti in cui tutte le persone possano contribuire pienamente alla vita scientifica della comunità. Numerosi studi dimostrano che gruppi di lavoro più diversificati producono risultati scientifici migliori. Tuttavia, senza una progettazione consapevole, alcune dinamiche rischiano di ripetersi: per esempio, può accadere che sempre le stesse persone si occupino del lavoro organizzativo o di coordinamento, spesso senza ricevere un adeguato riconoscimento scientifico. Queste situazioni possono portare a carichi di lavoro sbilanciati e, nel lungo periodo, al burnout.
L’importanza di queste pratiche non è solo organizzativa o strategica. La scienza la fanno le persone, nota Puglisi. Non ha senso parlare di eccellenza scientifica senza preoccuparsi delle condizioni di chi la rende possibile. Ambienti in cui le persone si sentono ascoltate e rispettate favoriscono nuove idee e creatività, mentre contesti in cui una parte della comunità si sente esclusa o sottovalutata possono tradursi in una perdita scientifica reale. Ancora Puglisi: Alcune delle idee scientifiche più fertili che ho avuto sono nate in contesti in cui sentivo che la mia voce veniva presa sul serio.

Una questione che riguarda tutta la cultura scientifica

Per quanto specifiche della ricerca scientifica, queste questioni non riguardano solo chi fa ricerca. Anche chi si occupa di divulgazione scientifica o di didattica può riconoscere quanto siano importanti.
La scienza che raccontiamo nei libri, nelle conferenze o nei musei nasce da una rete complessa di collaborazioni internazionali, istituzioni e comunità di ricerca. Se queste strutture funzionano meglio, la ricerca diventa più solida, le opportunità sono distribuite in modo più equo e i risultati scientifici sono più affidabili. Inoltre, comprendere come nasce la scienza – non solo cosa scopre – è parte integrante del racconto scientifico.

Pale Blue Dot
Banner del progetto Pale Blue Dot. Crediti: IAU

Quale comunità per la scienza del futuro? Costruire oggi la scienza di domani

Il white paper guarda soprattutto ai prossimi decenni. Nuove infrastrutture astronomiche apriranno possibilità senza precedenti: l’ELT permetterà di osservare l’universo con una sensitività mai raggiunta prima, mentre lo SKAO studierà il cosmo alle onde radio con una sensibilità straordinaria.
La domanda che la comunità astronomica si pone non dovrebbe solo essere: quali telescopi costruire? Ma anche: quale comunità scientifica vogliamo costruire per usarli? Perché la scienza non è fatta solo di telescopi e dati, ma soprattutto di persone e delle strutture che permettono loro di lavorare insieme.
Per questo, la comunità astrofisica deve fare un passo in più: progettare le grandi collaborazioni scientifiche con la stessa cura con cui si progettano gli strumenti. Costruire una comunità scientifica più equa e sostenibile non è soltanto una questione etica. È anche una scelta profondamente scientifica: il modo migliore per permettere alle idee migliori di emergere e per garantire che le straordinarie infrastrutture del futuro possano davvero portare nuove scoperte sull’universo.
Il cambiamento immaginato non è immediato, ma riguarda una direzione di lungo periodo. Si tratta di passare da un modello in cui le persone devono adattarsi alla scala dei progetti a uno in cui le collaborazioni sono progettate per permettere a tutte e tutti di contribuire davvero. Questo significherebbe più trasparenza, maggiore riconoscimento del lavoro tecnico e organizzativo, e condizioni più stabili per chi oggi si trova a costruire il proprio futuro in contesti precari. span id=”cit”>Se vogliamo affrontare domande scientifiche sempre più ambiziose, conclude Puglisi, dobbiamo costruire infrastrutture che allarghino davvero la possibilità di restare in ambito accademico-scientifico, contribuire e costruire lavoro collettivo. Perché anche chi riesce ad andare avanti da solo, non va molto lontano da solo.

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