Scoperte

Per una scuola che include, anche a distanza

Il punto di vista sulle tecnologie per la inclusività di Enza Benigno, Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR di Genova, in occasione del Congresso VITE3.
Enza benigno
Enza Benigno

Parliamo dal “compagno di classe digitale”. Chi è? Ci descriva questa scelta innovativa che racchiude il senso del vostro lavoro.
Il “compagno di classe digitale” nasce dalla necessità di mantenere vivo il legame tra gli studenti che, per motivi di salute, erano costretti a casa o in ospedale e gli studenti in aula.
L’idea è semplice ma potente: creare una presenza costante, usando strumenti tecnologici come tablet, telecamere e collegamenti, ma mediati da una relazione educativa.
Fino a oggi, il compagno digitale era uno studente della classe che aveva il compito di accendere e spegnere la connessione, di mediare l’interazione del compagno a distanza con il resto della classe. Questo ruolo è stato finora rivestito a turno dagli studenti della classe. In questo modo la tecnologia non diventava un muro, ma un ponte, uno strumento per far sì che il bambino o il ragazzo obbligato a restare fuori dalla classe, potesse continuare a sentirsi parte della comunità scolastica.
Questa esperienza ci ha insegnato che l’inclusione non è un atto tecnico, ma un processo relazionale: le tecnologie funzionano solo se sono inserite in un contesto educativo in cui tutti, docenti e studenti, si riconoscono corresponsabili.
Se fino ad adesso le tecnologie utilizzate in classe sono state il portatile e/o il tablet, per il futuro, prevediamo anche di inserire fisicamente nella classe un vero e proprio robot di telepresenza che si chiama “AV1” sviluppato dall’azienda NO ISOLATION. AV1 dispone di una videocamera e di un microfono integrati che trasmettono le lezioni allo studente a distanza, consentendogli di prendere attivamente parte alla vita scolastica in classe. Dalla sua postazione a distanza, lo studente può controllare AV1 e partecipare attivamente alle discussioni e alle altre attività partecipative in classe.

Questo progetto è nato nell’ambito del modello della “scuola in ospedale” come applicazione della “classe ibrida”. Come si è sviluppato?
È un modello che nasce più di trent’anni fa, da un percorso di ricerca condiviso con Guglielmo Trentin, nel contesto della scuola dell’Ospedale Gaslini di Genova.
Lì ci siamo posti una domanda molto semplice ma fondamentale: come garantire il diritto allo studio ai bambini ricoverati o impossibilitati a frequentare per lunghi periodi?
Da questa domanda è nata l’idea di supportare in un contesto di ricerca azione gli insegnanti che lavoravano in ospedale. Si tratta di una scuola itinerante, dove sono gli insegnanti ad andare dai bambini – nei reparti o a domicilio – e non il contrario.
Con il tempo, grazie alle tecnologie digitali, la scuola “itinerante” si è trasformata in una classe ibrida inclusiva, in cui gli spazi fisici e digitali si intrecciano: l’aula, la casa, l’ospedale diventano un unico ambiente di apprendimento connesso.
È una scuola che non interrompe le relazioni, ma le trasforma, perché anche chi è lontano può esserci, partecipare, contribuire.
Per molti bambini e ragazzi questo significa non solo continuare a imparare, ma continuare a sentirsi parte di un progetto di vita, che guarda al futuro anche nei momenti di fragilità.

Av1 compagno digitale
Il robottino AV1, nuovo compagno virtuale.

C’è quindi un significato pedagogico profondo dietro l’uso delle tecnologie in questo modello.
Assolutamente sì. Le tecnologie non servono solo a “compensare” una difficoltà, ma a partecipare.
Nel nostro lavoro, la tecnologia è sempre stata vista come catalizzatore di relazioni: deve mettere in contatto, non sostituire.
Per questo abbiamo investito molto anche sulla formazione dei docenti e delle famiglie, perché un ambiente inclusivo si costruisce insieme.
Abbiamo scoperto che quando la tecnologia è accompagnata da una visione pedagogica chiara, diventa un amplificatore di empatia, di collaborazione, di appartenenza.
Non è mai neutra: può includere o escludere, a seconda di come la usiamo. Il nostro compito, come ricercatori e come educatori, è fare in modo che amplifichi il pieno, non il vuoto, cioè la parte viva e relazionale della scuola.
Per questo, conta moltissimo il concetto di “ambiente sicuro” e di benessere come condizione per l’apprendimento. Le neuroscienze ci ricordano che il cervello apprende solo in condizioni di sicurezza: se uno studente si sente minacciato, escluso o non accolto, il suo sistema limbico, la paura si attiva e blocca l’apprendimento.
Un ambiente inclusivo è prima di tutto un ambiente che accoglie, in cui ciascuno si sente riconosciuto.
Per questo, prima ancora di parlare di tecnologie, dobbiamo parlare di benessere relazionale: un contesto in cui si può sbagliare, chiedere aiuto, esprimersi.
Solo in questo modo la tecnologia diventa un vero alleato, perché entra in un clima di fiducia.

Lei ha ricordato che la scuola italiana è la più inclusiva al mondo. In che senso?
È così, ed è un primato di cui dobbiamo essere consapevoli.
Dal 1977, con l’abolizione delle classi speciali, l’Italia ha scelto un modello di scuola inclusiva che non ha eguali a livello internazionale.
Abbiamo una legislazione avanzatissima, che riconosce il diritto all’educazione per tutti e la corresponsabilità di tutti i docenti nel percorso di ogni studente.
Negli altri paesi spesso esistono ancora scuole o classi separate per studenti con disabilità. Da noi, invece, l’alunno con disabilità fa parte a pieno titolo della classe.
Ma questo modello funziona solo se è sostenuto da una rete di relazioni: la scuola non è mai sola.
Lavoriamo in stretta collaborazione con famiglie, psicologi e operatori che accompagnano i ragazzi e gli insegnanti nei momenti più delicati.
È importante ricordare che l’inclusione suscita anche comportamenti che possono sembrare poco opportuni a volte le famiglie hanno timori, i compagni si trovano in difficoltà di fronte alla malattia o alla disabilità, e qui il supporto psicologico diventa prezioso per mediare, accogliere e ricostruire la relazione.
Perché, lo ripeto, non basta accendere una webcam per fare inclusione: bisogna accendere relazioni.

Timeline scuola inclusiva italia
Uno schema del percorso inclusivo della scuola italiana

Questo richiede quindi una collaborazione continua tra docenti curricolari e di sostegno.
Sì, assolutamente. L’inclusione si realizza solo quando tutti i docenti si sentono contitolari del percorso educativo di ciascun alunno.
Il docente di sostegno non è “dell’alunno con disabilità”, ma della classe: lavora insieme agli altri per costruire un contesto che funzioni per tutti.
Questo significa condividere obiettivi, strategie e anche emozioni.
È un cambiamento culturale importante, che richiede tempo e fiducia reciproca, ma è l’unico modo per costruire una scuola realmente inclusiva.

Come vive e traduce questi principi il suo Istituto, il CNR-ITD?
L’Istituto per le Tecnologie Didattiche del CNR è un luogo dove ricerca e scuola si incontrano ogni giorno.
Lavoriamo per capire come le tecnologie possano diventare strumenti di inclusione reale, non solo di innovazione formale.
Abbiamo sedi a Palermo e a Genova, e i nostri gruppi di ricerca sono multidisciplinari: informatici, pedagogisti, psicologi, insegnanti.
Crediamo che l’inclusione passi anche da un cambiamento culturale, non solo tecnico: la scuola deve essere un ambiente sicuro, accogliente, dove ciascuno possa esserci nel rispetto  delle proprie possibilità.
Le nostre ricerche vanno proprio in questa direzione: studiare, sperimentare e accompagnare i docenti nell’uso consapevole delle tecnologie, mettendo sempre la persona al centro.

Come immagina la scuola inclusiva dei prossimi anni?
Credo che il futuro dell’inclusione passerà attraverso una integrazione intelligente tra tecnologie, intelligenza artificiale e umanità.
L’AI potrà aiutarci a personalizzare i percorsi, a leggere i bisogni, a suggerire strategie, ma non potrà mai sostituire la relazione educativa.
La sfida sarà proprio questa: mantenere il cuore umano dell’inclusione, usando la tecnologia come amplificatore di partecipazione e non come filtro.
La scuola del futuro, se saprà restare una comunità educante, continuerà a essere il luogo dove nessuno è solo, neanche quando è lontano.

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Scritto da

Livia Giacomini Livia Giacomini

Direttore di EduINAF, il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

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