Oltre l'orizzonte Inclusione

L’indagine PISA, i quindicenni e il modello economico di riferimento

Primo di una serie di articoli che ha lo scopo di comprendere meglio le survey nazionali e internazionali sulla scuola, sulla scolarizzazione e sugli assunti impliciti.

Aggiornato il 21 Luglio 2021

Il Programme for International Student Assessment, il celebre PISA, promosso dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nasce nel 2000 con l’idea di promuovere e stimolare la formazione di un cittadino consapevole. Diciotto anni dopo, il Segretario Generale dell’OCSE Angel Gurría chiarisce che

Fornire ai cittadini la conoscenza e le competenze necessarie per realizzare il proprio potenziale, per contribuire a un mondo sempre più interconnesso, e per trasformare le migliori competenze in vite migliori è necessario diventi un obiettivo prioritario per tutti i decisori politici del mondo.(1)Andreas Schleicher (a cura di), PISA 2018, Insights and Interpretations, © OECD 2019 (pdf)

PISA riconosce un ruolo centrale alla scuola e traduce i suoi obiettivi cercando di fotografare il livello di scolarizzazione dei quindicenni e, in modo indiretto, di stimolare un insegnamento di qualità.
Ma che cosa è il PISA? In sintesi, si tratta di un campionamento internazionale che, ogni triennio, misura le competenze di lettura, matematica e scienza degli studenti di 15 anni dei paesi OCSE e di altri paesi che aderiscono a questo rilevamento.

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In Italia, oltre a guardare al contenuto (i risultati) o al contenitore (l’OCSE), per lunghi anni si è stati molto attenti a comprendere anche il significato del termine “competenza“, che è apparso inizialmente oscuro a tanti e che ha rimpiazzato i più familiari “saper essere” e “saper fare”.
Oggi è abbastanza semplice indicare che cosa non può essere ricondotto alla competenza: competenza non significa saper ripetere una definizione matematica o descrivere una cellula. Competenza non equivale neanche al saper fare: per esempio al saper svolgere problemi di matematica o al saper scrivere un tema, anche se ci si avvicina. Questa equivalenza non c’è perché nel saper svolgere un esercizio di matematica, nella scuola di oggi, si presuppone di averne visto un esempio prima o qualcosa che gli assomigli. Così come nel saper svolgere un tema, si presuppone che esista un “archetipo” di tema a cui ispirarsi e che sia stato reso noto agli studenti.
La competenza in una determinata materia, invece, riguarda la capacità di mettere in gioco se stessi e tutto quel che si conosce, la propria esperienza di vita oltre che “di disciplina”, per risolvere un problema piuttosto inedito. Quanto risulti inedito a ogni singola persona dipende dall’esperienza di quella persona, dalla sua capacità di osservazione, dalla sua esposizione negli anni (mesi, giorni) precedenti a situazioni che ne hanno allargato l’orizzonte.
Intendiamoci: non è che per risolvere ogni singolo quesito del PISA ci si debba mettere a nudo, sia necessario aver viaggiato in Kenya o aver sviluppato un approccio olistico all’esistenza. Sono problemi e questioni calibrati sull’esperienza di un quindicenne “ideale” che servono a fissare un “punto 0” comune a tutti i paesi che partecipano all’indagine stessa.

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Come nelle precedenti indagini triennali, PISA 2018 ribadisce un fatto noto. In Italia gli studenti che hanno maggiori competenze sono coloro che, in media, possono contare su condizioni socioeconomiche migliori: per esempio coloro che hanno oltre 500 libri in casa e almeno tre bagni. Questo matrimonio fra performance e background socioeconomico è, in realtà, la regola generale in tutti i paesi, anche se esistono delle eccezioni.
E se è vero che c’è sempre qualcosa da imparare dalle rondini fuori stagione, resta il fatto che una rondine non fa primavera: nel nostro paese, anche le aspettative per la vita futura riflettono lo status socioculturale ed economico delle famiglie. Fra le persone che hanno buoni risultati, oltre l’80% degli studenti avvantaggiati si aspetta di poter proseguire gli studi, mentre solo il 60% di quelli svantaggiati. Vale la pena sottolineare che le eccellenze italiane sono competitive con le eccellenze a livello mondiale, ma rimangono comunque a livello di performance inferiori.
Per contro, PISA mostra che gli insegnanti italiani, sulla carta, sono fra i più preparati del pianeta. Eppure servono a poco: l’indagine conferma che le scuole non incidono molto sulle competenze. Il report del 2018 lo dice chiaramente:

In molti paesi, il modo migliore per predire la qualità della preparazione di uno studente è la sua condizione socioeconomica o quella del bacino di utenza del contesto scolastico.

Ovvero se sei immerso in una condizione socioeconomica favorevole hai maggiore probabilità di essere bravo.
Se da una parte questa conclusione era prevedibile in senso molto generale, dall’altra ci offre lo spunto per qualche riflessione sull’indagine stessa. L’OCSE (OECD in ambito internazionale) riunisce essenzialmente i paesi sviluppati che si riconoscono in un’economia di mercato. Per dire: in OCSE c’è pochissima parte del continente latino-americano, nessuna dell’Africa continentale, pochissima ASIA – eccetto Corea e Giappone – sebbene oggi l’adesione al PISA si estenda ben oltre i confini dell’OCSE stesso. “La missione dell’OCSE“, si legge sul sito del MAECI, “è la promozione, a livello globale, di politiche che migliorino il benessere economico e sociale dei cittadini.” Inoltre favorisce “l’integrazione dei mercati e la realizzazione dei più alti livelli di crescita economica e di occupazione sostenibile, favorendo gli investimenti e la competitività e mantenendo al contempo la stabilità finanziaria.
Senza lanciarsi in chissà quali interpretazioni, è lecito il dubbio che le competenze valutate dal PISA riguardino soprattutto quelle che sono ritenute positive nel modello socioeconomico di riferimento. Come dire: più ottimizzazione di processi e meno ricerca di vie alternative. Approfondiremo la questione. Chi volesse contribuire mi contatti.

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1 Andreas Schleicher (a cura di), PISA 2018, Insights and Interpretations, © OECD 2019 (pdf)

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Scritto da

Stefano Sandrelli Stefano Sandrelli

Tecnologo dell'Inaf presso l’Osservatorio Astronomico di Brera. E' stato responsabile nazionale della Didattica e Divulgazione per l’Ufficio Comunicazione dell’INAF dal 2016 al 2020. Docente del corso “nuovi modi per comunicare l’astronomia” per il master MACSIS, Università Bicocca. Collaboratore della rivista Sapere, per la quale tiene la rubrica Spazio alla scuola. Dal maggio 2000 al dicembre 2015 ha curato per l’ Agenzia Spaziale Europea (ESA) oltre 500 puntate di una rubrica televisiva in onda da Rainews24 e RAI 3. Autore per Zanichelli, Einaudi e Feltrinelli.

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