Oltre l'orizzonte Arte e letteratura

La creatività tra scienza e utopia

Diamo il via a una rubrica dalla firma prestigiosa di Stefano Sandrelli, astrofisico dell’INAF ma anche scrittore di eccezione, che mese per mese ci racconterà il suo punto di vista da sperimentatore, fisico, scrittore, filosofo, cantastorie, innovatore, ovvero da ricercatore nel campo della didattica.

Aggiornato il 21 Luglio 2021

Tutto il mio folle amore,
lo soffia il cielo, lo soffia il cieloP.P.Pasolini, Che cosa sono le nuvole, 1967

Guardare il cielo con il naso all’insù è notoriamente pericoloso. Dall’antichità fino a oggi cosmologi, astronomi, filosofi e sognatori hanno inciampato spesso e, talvolta, sono persino caduti in un pozzo come Talete, almeno a quanto riporta Platone nel suo Teeteto – uno dei dialoghi socratici.
Eppure non vedere dove si mettono in piedi è solo il rischio minore. Prendete quel ragazzino protagonista di Ciaula scopre la Luna, di Luigi Pirandello (1912). Ciaula non guarda né stelle né nuvole ma nel pozzo ci si deve infilare perché non può farne a meno: lavora in miniera dalla mattina alla sera per un pezzo di pane e, quando di notte ne esce sfinito e impolverato, scivola a testa bassa verso casa a dormire. Ma quella volta che, uscendo dal pozzo vede la Luna chiara e pulita, anche Ciaula cade: s’inginocchia, si mette a piangere. Sopra di lui c’è un mondo che non aveva mai potuto considerare prima, dominato da quella Luna che, si dice, ospita il senno perduto di noi terrestri. Un mondo limpido e aperto. Pieno di stelle. Un mondo nuovo e alternativo, che gli s’impone con violenza.
Sì, guardare il cielo è pericoloso: se alzi la testa, c’è il rischio che tu possa vedere in concreto un mondo diverso da questo.

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Luce cinerea. Crediti: Valeriano Antonini

Pochi anni prima era accaduto di vedere un mondo diverso anche a un serio uomo di scienza: serio, ma non serioso. Giovanni Virginio Schiaparelli era direttore dell’Osservatorio Astronomico di Brera da oltre quindici anni quando, quell’estate del 1877, si era messo a osservare il pianeta Marte dai tetti di Palazzo Brera. Questo gesto fu la sua maledizione e il suo lascito più grande. Nei suoi diari osservativi, Schiaparelli registrò con cura l’assottigliarsi delle calotte polari nel corso dell’avanzare della primavera marziana e la successiva comparsa di lunghe striature scure sulla superficie. Strane, per la verità, perché andavano giù dritte come i boulevard di Parigi o la rete stradale di New York. Poteva addirittura capitare che si duplicassero: prima una striscia scura e, qualche tempo dopo, eccone un’altra parallela alla prima. Fin qui le osservazioni.
Per quasi trent’anni Schiaparelli s’interessa di Marte e il suo pensiero vola. Osa una prima interpretazione delle sue osservazioni comparando Marte e Terra. Chi di noi non ricorda le esondazioni del Nilo e il terreno reso fertile dal limo? Quelle strisce scure non potrebbero essere proprio la vegetazione che si risveglia, alimentata da un corso d’acqua non visibile da Terra? La fantasia si nutre di domande. Eppure il cerchio non si chiude, perché manca un tassello fondamentale alla ricostruzione: le nuvole. Su Marte non ci sono nuvole. Almeno non che Schiaparelli fosse in grado di identificare. Ma se non ci sono nuvole, su quel pianeta la redistribuzione dell’acqua può avvenire solo attraverso i fiumi.
A questo punto è difficile fermarsi: nel 1905, per la rivista Scienza e Arte, Schiaparelli esagera. Decide di salire sull’ippogrifo e collegare gli elementi, cambiare punto di vista, smontare e rimontare.
Quei fiumi, data la geometria anomala, non potrebbero essere forse canali artificiali? Dopo tutto, in quell’epoca anche la Terra è cambiata: nel 1869 è stato inaugurato il canale di Suez, che separa il continente africano dall’Eurasia, e nel 1893 il canale di Corinto, che rende il Peloponneso un’isola. E in quegli anni si stanno per iniziare i lavori per aprire il canale di Panama (1907), che letteralmente sega in due le Americhe. Basta supporre che la civiltà marziana abbia capacità d’ingegneria idraulica avanzate: potrebbe essere “il paradiso degli (ingegneri) idraulici“, scrive Schiaparelli. Ma perché dovrebbero dannarsi tanto per portare l’acqua a chi ne ha bisogno? Sulla Terra non lo facciamo: i costi e lo sforzo sarebbero sproporzionati.
Che razza di società sarebbe disposta a canalizzare un intero pianeta per dare acqua a tutti, senza escludere nessuno? La risposta di Schiaparelli fu chiara: una società socialista. No, non il socialismo marxista, ma il socialismo marziano, di tipo utopista: Fourier, Saint-Simon e così via. L’utopia dei falansteri, fatti di solidarietà e comunione.

Osservazioni astronomiche e fisiche sull'asse di rotazione e sul
Mappa di Marte di Schiaparelli realizzata tra il 1877 e il 1878

Utopia e scienza: strana coppia. Che cosa hanno in comune? Di sicuro entrambi ricorrono all’utilizzo della funzione creatrice della fantasia, come direbbe Gianni Rodari, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita. Provate a pensare ad Albert Einstein che sale a cavallo di un fascio di luce per rendersi conto degli effetti della relatività. O alle dimostrazioni per assurdo in matematica, che sono vere e proprie narrazioni che finiscono in un paradosso logico (come in generale sono narrazioni tutte le dimostrazioni dei teoremi).
Scienza e utopia utilizzano, infatti, la pratica degli esperimenti mentali: come funzionerebbe la natura (la società) “se fosse…“. Che poi non è altro che la versione sofisticata di quell’immenso, meraviglioso gioco, il gioco dei giochi: quel “facciamo finta che eravamo…“, che è il mezzo più potente a disposizione dei bambini per prepararsi alla vita che li attende negli anni a venire. Un gioco legato a doppio filo con quel che Rodari chiama senso dell’utopia, che “un giorno, verrà riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato. Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo“.
Rodari, in altri termini, cerca di rendere sistematica nella sua opera, ma anche nelle creazioni collettive, nella collaborazione con il Movimento di Educazione Cooperativa, quella tensione utopica e fantastica, ma fortemente nutrita di scienza di cui scriveva il suo amico Italo Calvino in quegli stessi anni: “È appunto questo a preoccuparmi,” scrive Calvino all’indomani del lancio dello Sputnik, “che la fiducia nelle forze dell’uomo s’esprima oggi nell’alzar gli occhi al cielo. E nel voltarli, quindi, alla terra. Non è questo che i filosofi chiamarono alienazione? (…) Bisognerebbe che la presenza del satellite non rimpicciolisse ma ingrandisse, aumentasse di peso e d’importanza ogni gesto umano, anche il più umile, e in tutti i lavori le lotte le ricerche si sentisse che l’era interplanetaria è cominciata. (…) In ogni cosa che si fa dovremmo vedere un bambino che nasce.

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Scritto da

Stefano Sandrelli Stefano Sandrelli

Tecnologo dell'Inaf presso l’Osservatorio Astronomico di Brera, dirige l'Office of Astronomy for Education Center Italy dell'International Astronomical Union. Già responsabile nazionale della Didattica e Divulgazione per l’Ufficio Comunicazione dell’INAF dal 2016 al 2020, è Docente del corso “nuovi modi per comunicare l’astronomia” per il master MACSIS, Università Bicocca. Collabora con le riviste Sapere e Focus Junior, per le quali per la quale tiene rubriche mensili. Dal maggio 2000 al dicembre 2015 ha curato per l’ Agenzia Spaziale Europea (ESA) oltre 500 puntate di una rubrica televisiva in onda da Rainews24 e RAI 3. Autore per Zanichelli, Einaudi e Feltrinelli.

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