Oltre l'orizzonte Margherita Hack 100 Buchi neri Arte e letteratura

I buchi neri e l’immaginazione

Ispirati dall'immagine del buco nero al centro della Via Lattea, un confronto a distanza tra Italo Calvino e Margherita Hack su una ipotetica immagine di un buco nero.

Ho una domanda. Può sembrare capziosa. Forse è solo mia, ma me la faccio da anni. Da quando me ne sono occupato per la mia tesi del Master in Comunicazione della Scienza organizzato dalla SISSA. Titolo: L’artista di Feynman: verso una letteratura dell’immaginario scientifico. La tesi non è niente di che ma, in breve, mi interrogo su quali siano le condizioni affinché le immagini della scienza (immagini anche solo mentali), possano contribuire a modificare il rapporto delle persone con il mondo circostante. E se esistano condizioni semplici. E su quali scale temporali.
Oscillo molto nella risposta. Per esempio: è chiaro che la tecnologia influisce grandemente sul rapporto fra persone e cose. Basti pensare a come i servizi di messaggistica istantanea hanno modificato il lavoro quotidiano, ma anche le amicizie o la continuità del dialogo a distanza. O come il digitale abbia rivoluzionato la vita, secondo per secondo o quasi. È altrettanto chiaro che la mappatura del genoma umano o l’entanglement quantistico non sembrano aver modificato granché, se non nell’immaginario degli scrittori più o meno di fantascienza.
Oggi la domanda la riformulo prendendo a prestito un’affermazione di Italo Calvino, che nel secolo XX è stato, a mio avviso e per le mie conoscenze, uno dei più lucidi a ragionare su questi argomenti. Secondo voi, l’immagine del buco nero al centro della Via Lattea e mostrata in pubblico per la prima volta giovedì 12 maggio 2022, modifica la dimensione mitica dell’immaginario delle persone?
Che significa esattamente? La questione non si coglie al volo. Faccio un breve excursus che, forse, può aiutare meglio a capire. È divertente, perché ha due protagonisti d’eccezione. Calvino, appunto, e Margherita Hack.

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Sagittarius A*. Immagine realizzata dall’Event Horizon Telescope Collaboration, ESO

Come ormai sanno tutti, giovedì 12 maggio 2022 è stata mostrata in pubblico, per la prima volta, l'”immagine” del buco nero al centro della Via Lattea.
Il 7 settembre 1975, quasi mezzo secolo prima, l’Event Horizon Telescope non esisteva neanche come concetto. Si era ancora affascinati dall’Hale Telescope dell’Osservatorio di Monte Palomar che, per quasi 30 anni a partire dal 1949, fu il telescopio con lo specchio primario più grande al mondo, grazie ai suoi 5 metri di diametro. Tanto affascinati che, nei primi anni ’70, Italo Calvino trasforma il telescopio del Monte Palomar, o meglio l’Osservatorio, in un punto di vista sulla Terra, facendone un personaggio la cui attenzione si posa sulle cose che gli capitano sotto gli occhi nella vita quotidiana, scrutate nei minimi dettagli con un ossessivo scrupolo di precisione. Per Calvino è il periodo della lettura del mondo, della descrizione del mondo attraverso l’immaginario scientifico, il suo metodo, la sua capacità di analisi e di sintesi: occorre osservare e trovare le parole giuste per descrivere e comprendere un mondo di complessità labirintica. Poi, solo dopo, si potrà decidere come renderlo migliore.
Il 7 settembre 1975, dunque, nella rubrica Osservatorio del signor Palomar ospitata su Il corriere della sera, Calvino si confronta in pubblico, per la prima volta, con l’immagine di un buco nero. Un’immagine del tutto ipotetica, che deriva dall’elaborazione di uno scritto di Kip Thorne, letto qualche mese prima in traduzione, su Le scienze. I buchi neri, appunto.
Calvino è colpito dalla forza mitica delle nuove immagini. Nella notizia che una stella della costellazione del Cigno ruota intorno a un buco nero, sono faccia a faccia una metafora poetica dell’antichità classica, il Cigno, e una metafora scherzosa e riduttiva, il buco nero, con cui in un osservatorio astronomico hanno provvisoriamente identificato un fenomeno non ancora identificato. Eppure Cygnus è una fredda denominazione scientifica, intercambiabile con altre, e non dice nulla di quella porzione della Galassia; mentre la brutale definizione di black hole è carica di senso per ciò che dice e ciò che non dice, fa restare con il fiato sospeso.
Fin qui, tutto va bene. Poi aggiunge: (…) A ogni secolo e a ogni rivoluzione del pensiero sono la scienza e la filosofia che rimodellano la dimensioni mitica della immaginazione, cioè il fondamentale rapporto fra uomini e cose.
Il fondamentale rapporto fra uomini (persone, diremmo oggi) e cose. Possibile che ne sia toccato? Che ne pensate? Ora che la distorsione dello spazio-tempo è pubblicata con una fotografia sui giornali, come il bacio fra amanti clandestini, cambia qualcosa nella percezione della nostra vita quotidiana? Nel nostro destino? Nell’idea che ci siamo fatti del cosmo e del nostro ruolo? Cambia la nostra sensazione di viventi effimeri, rispetto a un tessuto, quello spazio-temporale, del quale facciamo parte e che presenta lacerazioni così profonde da essere irreversibili? Roba solo da artisti e astrofisici, com’era già da tempo?
Oppure non è una prova sufficiente, gli amanti sono solo intravisti, ma l’immagine presentata in pubblico deve essere ancora talmente spiegata da non significare molto più di quanto non significasse già la pura ipotesi del buco nero?
Ecco il parere – 50 anni fa – di Margherita Hack, di cui quest’anno ricorre il 100 dalla nascita (e il prossimo anno ricorrerà quello di Calvino). È la solita Margherita dissacrante.
Dopo quasi un mese dall’articolo di Italo Calvino sui “Buchi neri”, vedo che continuano gli ammirati commenti dei lettori, scrive la Hack. Tuttavia, nessuno ha notato che il signor Palomar non ha capito è cosa sia questo corpo astronomico ancora ipotetico (…) né il significato di espressioni astronomiche come “diagramma di Russell” e “Nane Bianche”.
Infatti il “Black Hole” non è un gorgo buio nello spazio, tagliato fuori da tutto ciò che gli ruota intorno, perché nulla ne può uscire, nulla (forse) può entrarci, ma semmai un buco dove tutto può entrare e nulla può uscire. Un errore di traduzione dell’articolo originale di Thorne ha ingannato Calvino-Palomar, che pure aveva qualche dubbio, altrimenti non avrebbe aggiunto quel forse fra parentesi. Però è anche vero che avrebbe potuto correggerlo senza esitazioni, se non si fosse fatto incantare dalle immagini, trascurando il significato (…)
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Dopo essersela presa con il Calvino interessato alle nane bianche, delle quali sopravvaluterebbe il significato di “stabilità” o di “permanenza”, conclude in modo secco ma ironico, nel quale si intravede la sua risata:
E’ evidente che Calvino si è fatto trascinare da un eccessivo amore per le analogie (…). A questo punto, si potrebbero fare molto commenti, ma mi limiterò ad osservare che ciò dimostra quanto sia reale e grave il divario fra le due culture, quella scientifica e quella umanistica (…).
Se è così, se perfino Calvino tende un orecchio distratto alla scienza, nessuna meraviglia che astrologi siano tornati tanto di moda
.
Calvino replicherà, un po’ sulla difensiva un po’ spiegando meglio come funziona l’immaginario di chi scrive e di chi crea dal punto di vista artistico. In breve: le traiettorie con la scienza si incrociano, si fecondano, si allontanano, ma questo non significa mancanza di dialogo, ma semplicemente rispetto della diversità.

Potete approfondire leggendo Calvino, Levi e i buchi neri di Marco Belpoliti e La scoperta letteraria dei buchi neri di Domenico Scarpa.

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Scritto da

Stefano Sandrelli Stefano Sandrelli

Tecnologo dell'Inaf presso l’Osservatorio Astronomico di Brera. E' stato responsabile nazionale della Didattica e Divulgazione per l’Ufficio Comunicazione dell’INAF dal 2016 al 2020. Docente del corso “nuovi modi per comunicare l’astronomia” per il master MACSIS, Università Bicocca. Collaboratore della rivista Sapere, per la quale tiene la rubrica Spazio alla scuola. Dal maggio 2000 al dicembre 2015 ha curato per l’ Agenzia Spaziale Europea (ESA) oltre 500 puntate di una rubrica televisiva in onda da Rainews24 e RAI 3. Autore per Zanichelli, Einaudi e Feltrinelli.

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