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Avventure di un viaggiatore del tempo

Illustrazione di Norman Saunders per l’edizione del romanzo pubblicata sulla rivista Famous Fantastic Mysteries, agosto 1950 – via commons
Era il gennaio del 1895 quando iniziò la serializzazione de La macchina del tempo di Herbert George Wells. E’ il terzo romanzo dello scrittore, saggista e giornalista britannico, e riprende un tema che, in realtà, era già presente nella sua prima opera, The Chronic Argonauts (Gli argonauti del tempo) del 1888.
La storia è riportata da uno degli amici del protagonista, identificato semplicemente come il Viaggiatore del Tempo: questi ha costruito uno strano macchinario che gli permette di muoversi a piacimento lungo il tempo, avanti o indietro. Per sua scelta il Viaggiatore si sposterà in avanti fino all’anno 802701, dove resterà per una settimana, prima di spingersi ancora più in là, fin quasi alla fine dell’esistenza della Terra, e poi tornare al suo tempo per raccontare tutto ai suoi amici che lo stavano aspettando esattamente una settimana dopo la sua partenza.
Dal punto di vista squisitamente narrativo, le parti migliori del romanzo sono il capitolo iniziale e quello finale, dove l’interazione tra il Viaggiatore e i suoi amici da vivacità al racconto. Il soggiorno e le avventure temporali nel futuro del Viaggiatore sono, invece, una lunga descrizione senza dialoghi: Wells, infatti, con grande attenzione, considera che anche il linguaggio umano è destinato a modificarsi e dunque il suo inglese di fine Ottocento non può essere utile per comunicare con i pro-pro-pro-nipoti. Questa lunga descrizione, a volte infarcita da considerazioni sociologiche, a volte da momenti di azione pura, risulta nel complesso sufficientemente breve e dinamica da non risultare eccessivamente pesante e propone al lettore anche alcuni interessanti spunti di approfondimento scientifico. E il primo di questi è, ovviamente, legato al tempo: d’altra parte la discussione su questa grandezza fisica, poco agevole da definire, era abbondantemente precedente alla relatività ristretta di Albert Einstein, che avrebbe fatto la sua comparsa dieci anni più tardi dell’uscita del romanzo di Wells.

La quarta dimensione

Illustrazione di Virgil Finlay tratta dalla rivista Famous Fantastic Mysteries, agosto 1950 – via commons
Nel 1884 Edwin Abbott Abbott aveva dato alle stampe Flatland. Il romanzo, che aveva come principale intento quello di essere una satira della società vittoriana, narrava le vicissitudini di un abitante di un mondo bidimensionale. Dopo aver descritto Flatland, Abbott narra dell’incontro tra il protagonista, un quadrato, e un abitante di Spaceland, una sfera, che per il quadrato coincide con un cerchio che cambia nel tempo le sue dimensioni.
Abbott, però, grazie a un comune amico, Howard Candler, aveva molto probabilmente conosciuto il matematico e scrittore Charles Howard Hinton, figlio del chirurgo James, che nel 1880 aveva a sua volta dato alle stampe un articolo dal titolo decisamente esplicito: What is the Fourth Dimension? Nel testo Hinton parte da un’immagine non molto diversa da quella della sfera immersa nello spazio bidimensionale presente in Flatland: possiamo dedurre la presenza di un cubo che attraversa il piano a partire dal moto di un quadrato. Hinton, allora, estende l’idea a un ipercubo(1)In effetti Hinton usò il termine four-square, che potrebbe essere reso come quadri-quadrato la cui presenza è deducibile dal moto di un cubo nello spazio tridimensionale, e dunque più in generale il moto di punti nello spazio tridimensionale è l’evidenza che un oggetto di dimensione superiore sta attraversando tale spazio.
Hinton, però, nonostante queste immagini, non associò mai la quarta dimensione con il tempo, né nel saggio citato, né in suoi altri scritti successivi, sia sagistici sia narrativi. L’idea, in effetti, era stata abbozzata, ma mai più ripresa, dal matematico torinese Joseph-Louis Lagrange(2)Archibald, R. C. Time as a fourth dimension. Bull. Amer. Math. Soc. 20 (1914), no. 8, 409–412. a fine XVIII secolo e ritornò appena cinque anni dopo il primo saggio di Hinton sulle pagine di Nature: in Four-Dimensional Space l’anonimo (almeno per i lettori) S. affermava esplicitamente che il tempo era da considerarsi come una quarta dimensione della “nostra esistenza(3)S. Four-Dimensional Space. Nature 31, 481 (1885). doi:10.1038/031481a0 .
L’aspetto più interessante della faccenda è che l’anonimo articolista descrive una dinamica di quelli che chiama sur-solid molto simile a quella descritta da Hinton nel suo primissimo articolo. Esiste, però, un’altro possibile autore dell’articolo, il matematico e astronomo Simon Newcomb, che nel 1893 discusse la geometria quadridimensionale in una conferenza per la New York Mathematical Society. E questa conferenza viene citata esplicitamente dal protagonista nel corso del primo capitolo del romanzo, anche se le basi filosofiche e scientifiche rimandano, ancora una volta, a Hinton:

Non c’è nessuna differenza tra il tempo e le altre tre dimensioni dello spazio, a parte il fatto che la nostra coscienza si muove lungo di esso.

E più avanti ecco un riferimento ancora più evidente:

Per esempio, abbiamo qui il ritratto di un uomo a otto anni, un altro a quindici, un altro a diciassette, un altro a ventitré e così via. Tutte queste sono evidentemente delle sezioni, rappresentazioni tridimensionali del suo essere quadridimensionale, che è una cosa fissa e inalterabile.

Ciò di cui non si discuteva, almeno all’epoca, dal punto di vista scientifico era, invece, la costruzione di una macchina per viagiare nel tempo, cosa che al contrario fa il protagonista del romanzo.

Un pianeta che cambia

Così il Viaggiatore del Tempo decide di provare la sua macchina del tempo e parte per il lontano futuro, fermandosi per circa una settimana durante l’anno 802701. Ovviamente il mondo in cui si trova è profondamente mutato rispetto a quello di fine Ottocento. In questo caso la linea di pensiero di Wells è duplice: da un lato quella scientifica, dove lo scrittore non nasconde il fatto che anche l’essere umano è soggetto all’evoluzione biologica, dall’altro quella poltica, visto che è lo stesso autore che, all’inizio, suggerisce un accostamento di questo genere tra le due razze di esseri umani che il Viaggiatore incontra nel suo soggiorno.
Il cambimento più interessante per noi, però, è quello del cielo stellato:

Sopra di me splendevano le stelle: era una notte molto limpida. Trovavo un certo senso di amichevole conforto nei loro brillii. Erano scomparse dal cielo però tutte le vecchie costellazioni: il lentissimo movimento che rimane impercettibile nel corso di cento vite umane aveva da tempo riorganizzato gli astri in composizioni del tutto nuove.

Il movimento cui fa riferimento il Viaggiatore e, con esso, Wells è il lentissimo moto dell’asse terrestre, noto come precessione degli equinozi: in pratica l’asse di rotazione terrestre cambia il suo orientamento a causa della forma non esattamente sferica della Terra e del’interazione gravitazionale con la Luna e il Sole. Questo implica che lo stesso cielo oservabile dalla Terra subisce delle variazioni.
Ad esempio possiamo confrontare cosa succede al cielo sopra la città di Londra tra il 2020 e l’anno 100000, il massimo al momento raggiungibile con Stellarium:

Il cielo sopra Londra – anno 2020 – realizzato con Stellarium
Il cielo sopra Londra – anno 10000 – realizzato con Stellarium

La precessione avviene con un periodo di circa 25772 anni, ovvero il cielo che stiamo vedendo in questo momento dalla Terra sarà nuovamente lo stesso, a meno di cambiamenti nelle stelle stesse e considerando trascurabile l’effetto dovuto alla rotazione del sistema solare intorno al centro della Via Lattea, tra 25772 anni. Questo vuol dire che possiamo farci un’idea del cielo dell’802701 giocando un po’ con la matematica: se calcoliamo la differenza temporale tra il 1895, anno di pubblicazione del romanzo, e l’802701, scopriamo che nel frattempo sono trascorsi poco più di 31,04 cicli di rotazione dell’asse terrestre. Questo vuol dire che il cielo di quell’anno nel lontano futuro coinciderà con l’anno 1895 sommato con la quantità di anni corrispondenti al prodotto tra il periodo di rotazione dell’asse e la parte decimale del numero di cicli trascorsi, ovvero 0,04. Facendo il calcolo e sommando al 1895, scopriamo che il cielo del 802701 dovrebbe essere all’incirca simile al cielo del 3700, che non è molto differente dal cielo che possiamo osservare ora dalla Terra.

Il cielo sopra Londra – anno 3700 – realizzato con Stellarium

Il romanzo originale di Wells può essere letto, in inglese, su project Gutenberg.

Abbiamo parlato di:
la macchina del tempo
Herbert George Wells
Traduzione di Tullio Dobner
Newton Compton, 2018
528 pagine, cartonato – € 9,90
ISBN: 9788822700407
Il romanzo è pubblicato insieme con altri tre dello stesso autore in un volume della serie Mammut Gold

Note

1. In effetti Hinton usò il termine four-square, che potrebbe essere reso come quadri-quadrato
2. Archibald, R. C. Time as a fourth dimension. Bull. Amer. Math. Soc. 20 (1914), no. 8, 409–412.
3. S. Four-Dimensional Space. Nature 31, 481 (1885). doi:10.1038/031481a0

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Scritto da

Gianluigi Filippelli Gianluigi Filippelli

Ha conseguito laurea e dottorato in fisica presso l’Università della Calabria. Tra i suoi interessi, la divulgazione della scienza (fisica e matematica), attraverso i due blog DropSea (in italiano) e Doc Madhattan (in inglese). Collabora da diversi anni al portale di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, dove si occupa, tra gli altri argomenti, di fumetto disneyano, supereroistico e ovviamente scientifico. Last but not least, è wikipediano.

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