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Un’astrofisica alla “Maker Faire” di Roma

Ultimo aggiornamento il 26 Ottobre 2020 alle 09:54 am

maker_faire_rome-2016Fare laboratori con i bambini costringe ad attrezzarsi. Con due o tre sbadigli poco politically correct un bimbo di sette anni lancia segnali inequivocabili: NOIA!  Come invece urla di giubilo, grandi abbracci e disegnino da portare a casa ti comunicano velocemente che stai andando nella direzione giusta.
La “mia” direzione giusta è fare laboratori hands-on basati sulla “filosofia” del tinkering dove ci si sporca le mani e ci si diverte costruendo qualcosa senza ricetta. Dal giorno in cui ho imbracciato questa filosofia nulla è stato più lo stesso. Un vasetto di yogurt formato famiglia mi si mostrava come una ottima piattaforma per una macchina per scarabocchiare, pezzi di gelatina fotografica occhieggiavano vagheggiando possibili esperimenti sulla mescola sottrattiva dei colori persino un prosaico tubo della carta igienica rimandava a infinite possibilità creative.
Immaginate l’effetto deflagrante della Maker fair di Roma su una astrofisica come me! La Maker Faire Rome – The European Edition 4.0  è stata organizzata per la prima volta all’interno della Fiera di Roma dal 14 al 16 ottobre. Una tre giorni all’insegna dell’innovazione che ha coinvolto 110mila partecipanti, tra cui molte famiglie e scuole (25mila ragazzi solo durante l’Educational day) ma anche imprenditori e professionisti che hanno vissuto la fiera come una ottima opportunità di crescita. Al di la dei singoli progetti alcuni veramente interessanti e innovativi la fiera  è stato un momento importante perché ha contribuito, a mio avviso, a modificare lo stereotipo sulla scienza e la tecnologia: qualcosa di difficile, qualcosa per esperti, poca creatività e molto metodo.  Guardando negli occhi gli appassionati di tecnologia e i makers delle 700 invenzioni presenti in fiera questo stereotipo crolla e tra l’odore di patatine fritte e i droni che volteggiavano  sulle nostre teste scopriamo  una tecnologia amica, divertente e creativa. Pensiamo a Talking Hands, il dispositivo indossabile capace di tradurre la lingua dei segni in voce, creato da giovani makers marchigiani vincitore del il R.O.M.E. Prize (Rome Outstanding Maker of Europe), assegnato da una giuria  d’eccezione  – Neil Gershenfeld, fondatore del “Centre for Bits & Atoms” dell’Istituto di Tecnologia del Massachusetts (MIT), Bruce Sterling, autore di fantascienza, e Simona Maschi, direttore dell’Istituto di Interaction Design di Copenaghen – o Bare Conductive un tool elettronico (pittura conduttrice+una touch board basata su arduino) per immaginare progetti interattivi. E qui mi fermo…
Questa volta l’INAF non c’era ma al prossimo giro vi sapremo stupire, stay tuned!

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Scritto da

Sara Ricciardi Sara Ricciardi

Ricercatore presso l'Osservatorio di Astrofisica e di Scienza dello Spazio di Bologna. Nel campo della didattica e della divulgazione, si occupa di attività di tinkering per le scuole.

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