Insegnare l'astronomia

L’universo in una scatola

Dalle definizioni di un glossario astronomico a scatole, poesie e racconti: un percorso che ha portato l'universo in una classe di scuola primaria.
Emozionante. Emozionantissimo.

Alla domanda su cosa abbiano pensato all’annuncio di un progetto di astronomia, gli studenti di quinta della scuola primaria “Trento e Trieste” dell’IC Virgilio di Roma rispondono rapidamente e senza esitazioni. Poche parole, precedute da lunghi sorrisi e qualche momento di timidezza, ma sufficienti a raccontare l’attesa con cui avevano accolto la proposta.
Il percorso, sviluppato nell’arco di alcuni mesi, aveva un obiettivo preciso: lavorare sulla comprensione del testo scientifico attraverso il linguaggio dell’astronomia. Un tema centrale nella scuola primaria, dove la comprensione del testo costituisce la base su cui si costruisce gran parte dell’apprendimento.
Intorno alla comprensione del testo ruota l’apprendimento di tutte le discipline, è il cardine dell’autonomia nell’apprendere, spiega l’insegnante Laura Campioni, che ha promosso il progetto. Il problema che incontro maggiormente è la diversità dei livelli di competenza: c’è chi comprende un testo leggendolo rapidamente e chi, per ragioni linguistiche, sociali o legate a difficoltà particolari, incontra ostacoli maggiori.
Per affrontare questa sfida, all’interno di un nuovo laboratorio didattico dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, abbiamo scelto di partire da alcune definizioni tratte dal glossario dell’Office of Astronomy for Education dell’Unione Astronomica Internazionale, la cui versione italiana è stata curata da OAE Center Italy. Parole come stella di neutroni, costellazione, satellite artificiale, macchia solare o astronauta sono diventate il punto di partenza di un lavoro di lettura, interpretazione e confronto.

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Un esempio di parola del glossario

Ogni gruppo ha cercato prima di comprendere il significato dei testi e poi di raccontarlo ai compagni, ma il passaggio decisivo è arrivato quando il linguaggio scientifico ha incontrato la creatività. La classe ha progettato e costruito delle scatole ispirate alle opere dell’artista Joseph Cornell, pioniere dell’assemblage, trasformando definizioni e concetti astronomici in oggetti, immagini, storie e installazioni tridimensionali – seguendo un approccio simile a quello adottato per l’Abbecedario dell’Universo durante il progetto SC.ART a Cagliari. Alcuni gruppi hanno scelto di rappresentare fedelmente i contenuti studiati; altri hanno seguito strade più personali, costruendo racconti, poesie, haiku e storie di fantascienza. È stata proprio questa la parte più apprezzata del percorso.
La realizzazione collettiva della scatola, rispondono quasi all’unanimità gli studenti intervistati quando domando quale sia stato il momento preferito. Qualcuno aggiunge semplicemente: Vorrei continuare a farlo anche dopo.

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Due esempii di scatola di Cornell realizzate a partire dalle parole “pianeta” e “astronauta”

Anche le parole dell’astronomia hanno lasciato tracce diverse. C’è chi ricorda il satellite artificiale perché ho scoperto che i satelliti non erano solo la Luna, chi è rimasto affascinato dalle stelle di neutroni, chi dalle macchie solari e chi dalle costellazioni, che in questo periodo sono bellissime nel cielo.
Naturalmente non tutto è stato facile. Alcuni ricordano che la parte più difficile è stata costruire la scatola; altri raccontano l’emozione di dover presentare il proprio lavoro davanti alla classe. Eppure proprio questa difficoltà sembra aver reso il progetto significativo. Il compito scolastico si è trasformato in qualcosa di personale, in cui ciascuno ha potuto trovare il proprio modo di partecipare.
Secondo l’insegnante, la chiave è stata la curiosità: stiamo facendo qualcosa di diverso: come uscirà? cosa succederà? cosa faranno gli altri? E così, ci si dimentica che sia un compito.
Da questa osservazione emerge una riflessione più ampia sul ruolo dei progetti nella scuola. Le collaborazioni con enti di ricerca, università e professionisti esterni non portano soltanto contenuti specialistici: introducono nuovi linguaggi, nuove modalità di lavoro e nuove occasioni di incontro e rompono la routine scolastica.

Gli studenti entrano in contatto con professionisti esperti e gli insegnanti con strategie diverse dalle proprie. È stimolante e arricchente per tutti.

Allo stesso tempo, dalle conversazioni con le docenti emerge una consapevolezza condivisa. Le scuole sono ricche di progetti, talvolta persino troppo. Il rischio è che le esperienze si susseguano senza lasciare il tempo necessario per approfondire.
Dovremmo fare meno progetti ma più continuativi e approfonditi, osservano alcune insegnanti.
In questo senso, uno degli aspetti più apprezzati del percorso è stato proprio il suo sviluppo nel tempo. Il lavoro è proseguito per settimane dopo il primo incontro, favorendo non solo la riflessione della classe, ma anche lo scambio di pratiche tra docenti e tra classi diverse.

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I gruppi ci raccontano la storia dietro le scatole

Per Laura, il valore di queste esperienze va oltre il singolo argomento affrontato. La conoscenza non è qualcosa che si esaurisce nel programma scolastico o in una verifica. È un processo continuo, che può essere alimentato dall’incontro con persone, competenze e mondi diversi. Non è un caso che a sottolinearlo sia proprio un’insegnante di Italiano, Storia e Geografia:

Sono rimasta colpita dal fascino che la scienza, e l’astronomia in particolare, hanno suscitato in tutta la classe. La scuola deve aprirsi a professionisti preparati e specializzati in settori specifici del sapere, per rendere l’istruzione più coinvolgente, ma anche più precisa e di alto livello.

L’ultimo incontro si è concluso con una lunga serie di domande rivolte alle astronome coinvolte nel progetto. È stato il momento più partecipato dell’intero percorso: una raffica di curiosità sull’universo, sui pianeti, sulle stelle e sul lavoro di chi fa ricerca. Forse è questa l’immagine che rimane più impressa. Non le scatole finite, né le definizioni imparate. Ma una classe che, alla fine del progetto, vuole ancora fare domande. E per chi si occupa di educazione e divulgazione scientifica, difficilmente si potrebbe desiderare un risultato migliore.

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