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Stereotipi di genere: Martina Tremenda contro tutti

Come gli stereotipi di genere hanno dato vita al personaggio di Martina Tremenda.

Aggiornato il 18 Giugno 2021

Alla fine del 2008 mia figlia aveva 3 anni e suo fratello 1. Da sorella maggiore, aveva iniziato ad andare al nido, con grande voglia e determinazione. C’erano un sacco di amici e amiche e le sue educatrici erano persone meravigliose, piene di energia, di entusiasmo, aggiornatissime – tutte donne.

All’uscita dal nido, due volte su cinque, andavo io. E lì iniziavano i dolori. A quell’ora infatti, regolare come un orologio svizzero, arrivava la telefonata a cui era assolutamente necessario rispondere. In effetti, era urgente: la grande mostra che stavamo preparando era alle battute finali e le decisioni, in quella fase, andavano prese rapidamente e in modo deciso. Si trattava di una mostra in esterno, nella via del passeggio di Milano, che porta da Piazzale Cordusio al Castello Sforzesco: 100 immagini astronomiche di grandi dimensioni che stavamo regalando ai milanesi per tre mesi, da ottobre a oltre Natale. Sarebbe stato un ingresso entusiasmante nel 2009, anno internazionale dell’astronomia.

Ma torniamo a me, che aspetto di entrare al nido per aiutare la mia piccola a cambiarsi le scarpe, a vestirsi. Torniamo a me e al mio cellulare che squilla. Il giorno prima glielo avevo spiegato alla mia referente della mostra: non chiamarmi a quest’ora, per favore, perché ho un impegno con la mia piccolina. Chiamami una mezz’ora prima o una mezz’ora dopo. Ma mi sta richiamando: alla stessa ora del giorno prima. Rispondo: guarda, scusami ma non posso proprio parlare ora, sto entrando nel nido, le dico. Mi risponde così: Stefano, ho bisogno di una risposta immediata a un mio problema. E tu, mi dispiace molto dirtelo, devi decidere se vuoi fare la mostra o vuoi fare il padre. Testuali parole.

Martina Tremenda, che i lettori di EduINAF conoscono bene, ha iniziato a nascere lì, in mezzo alla strada, di fronte a questo bivio demenziale che la mia referente mi suggeriva. O la mostra o la figlia.

martinaQuesto non è per raccontare che le discriminazioni toccano a tutti. Al contrario: è per mostrare come lo stereotipo uomo-lavoro e donna-famiglia sia ancora sorprendentemente forte, anche in una città con ambizioni internazionali come Milano, anche in un ambiente – quello della ricerca e del suo indotto – che dovrebbe esserne immune, per cultura e aspirazione. Sei uomo? Dunque scegli la mostra, il lavoro.

Poi, quando i miei figli sono cresciuti, la faccenda è precipitata. Quando avevano 5 e 7 anni, per esempio, andavamo tutti insieme a comprare dei vestiti per loro, in un negozio qualsiasi di una marca commerciale e molto diffusa. Tu entravi e se eri un bambino venivi indirizzato sulla parte sinistra del negozio; se eri una bambina, sulla parte destra. Le proposte per bambine prevedevano molto utilizzo del rosa, dello stretchato (attillato ed elasticizzato), di strass e brillantini. Ho una figlia allergica ai bamboleggiamenti e qualche gonnellina pizzata determinava il rimbalzo definitivo nel reparto bambini. E sono felice: se non che una ragazzina potrebbe chiedersi che cosa ci sia di sbagliato in lei. Nulla, naturalmente, ma molte persone soffrono per sentirsi anche solo diversi e poco accettati.

È ben noto, d’altra parte, che gli stereotipi si formano fin dai primi anni di vita e che si formano e sono veicolati attraverso meccanismi molto diversi fra loro: famiglia, ambiente sociale, musica, televisione, cinema, pubblicità. Una volta penetrati e consolidati, gli stereotipi si radicano talmente in profondità che sono i gruppi sociali stessi più colpiti che, spesso, li rafforzano. Restiamo in tema di vestiti, perché non è un problema di gusto.

Alcune ricerche svolte negli USA (link esterno a un documento pdf), infatti, hanno mostrato che almeno nel 30% degli abiti proposti alle pre-adolescenti si riscontrano caratteristiche sessualizzanti associate con quel che è comunemente valutato come “essere sexy” (lingerie di seta rossa, per dirne una) oppure che enfatizzano specifiche caratteristiche sessuali (come un push-up). Le ricerche evidenziano che le ragazze che le indossano si sentono in bilico fra il sentirsi più sicure e il sentirsi poco di buono. Ecco il doppio stereotipo: se scegli di non vestirti come ti propongono, allora sei diversa. Se ti vesti come la società di suggerisce, allora ti senti accettata e giusta. Però, una volta denotata sessualmente, ti condanni da sola. È un paradosso solo apparente: la condanna vera deriva dal far dipendere il proprio star bene con se stessi non tanto dalle nostre caratteristiche globali di persona, ma da elementi che mettono il sesso in primo piano.

È solo un esempio del fenomeno noto come sessualizzazione – termine che è in sé molto polarizzante e che desta l’attenzione, spesso a sproposito. Di fatto è un fenomeno decisamente pericoloso sia a livello individuale che sociale.

Nel 2007, l’American Psychological Association ha provato a definirla in modo chiaro. Si può parlare di sessualizzazione di una persona in uno di questi casi:

  • il suo valore viene fatto derivare solo dal suo comportamento sessuale o dalla sua capacità di attrazione sessuale, escludendo le altre caratteristiche;
  • è valutata secondo un metro che identifica l’attrattività fisica (in senso stretto) con l’essere sexy
  • è sessualmente oggettificata, ovvero pensata come una cosa per il consumo sessuale di altri, piuttosto che considerata capace di azioni indipendenti e di una propria capacità decisionale;
  • la sessualità le/gli è impropriamente imposta.

Vale la pena osservare subito che, nella maggioranza dei casi, la sessualizzazione può essere implicita e, spesso, inconsapevole. Non è il caso della moda, naturalmente, che usa gli stereotipi come strumento di vendita e, al tempo stesso, li rafforza: donna oggetto seducente per il maschio forte e dominante, sessualmente molto focalizzato. E li rafforza sia con gli uomini che con le donne, sia con le bambine che con gli adulti.

Ecco perché a un certo punto la Martina Tremenda che era dentro di me da qualche anno, dall’epoca della mostra, ha iniziato ad agitarsi e ha deciso di uscire, come ho già raccontato altrove. Circa sei anni di gestazione: il triplo di un elefante. Ma non avevo fretta. Avevo bisogno di una ragazzina di circa 12 anni, che fosse del tutto insofferente delle convenzioni sociali – giuste e meno giuste. Che usasse il cervello, che avesse fame di esplorare, conoscere posti persone fenomeni. In sostanza, avevo bisogno di una ragazzina normale, non di una tipa vestita come una bambola vezzeggiante.

Oddio, proprio normale no: Martina doveva essere la figlia di Pippi Calzelunghe e di Giovannino Perdigiorno, cioè la nipote di Astrid Lidgren e di Gianni Rodari. Per libertà di pensiero e di azione, ma anche per una chiara ideologia ispiratrice. Senza paura di rompere le regole: una piratessa romantica, anarchica ma con una morale molto chiara di libertà, di uguaglianza, di equità. Avrebbe esplorato l’universo, alla ricerca di forme di vita che non siano alieni, ma semplicemente altri – appunto.

Schermata 2021-01-19 alle 18.51.16Per i primi mesi, Martina Tremenda ha vissuto avventure brevi, sotto forma di filastrocca, in incontri domenicali con 50 e oltre bambini e bambine alla volta, grazie a un fantastico gruppo di collaboratori e collaboratrici (Filippo, Laura, Alessandra, Bianca, Paola, Mariachiara, Sonia), con cui ci siamo divertiti davvero tanto.

Poi Martina, grazie a Laura Daricello, che l’ha presa sotto la sua ala protettrice, e ad Angelo Adamo che l’ha disegnata e tantissimi altri colleghi, è diventata un personaggio di un libro. E poi ha fatto una salto definitivo a teatro, divenendo protagonista di uno spettacolo teatrale con l’aiuto di tanti colleghi dell’INAF, dell’attrice Debora Mancini, dell’attore e regista Filippo Tognazzo, del musicista Daniele Longo, dello scrittore Roberto Piumini (leggete i suoi libri per i più grandi, non solo quelli per ragazzini!). Oltre 30 repliche in giro per l’Italia – e abbiamo appena iniziato.

Ma perché è importante proporre Martina ai bambini delle primarie sotto forma di una storia? Perché Martina è come loro vorrebbero essere se si sentissero liberi e senza condizionamenti, senza pudore o vergogna. Perché Martina compie viaggi che loro possono fare con la fantasia. Aiuta alieni con i quali stabilisce rapporti sinceri– anche se non sempre di amicizia, perché non è necessario condividere tutto con tutti. Sa ascoltare – al contrario di Pippi Calzelunghe – e si permette di avere dubbi – a differenza di Giovannino Perdigiorno. Sa rispettare: sa riconoscere le regole che la limitano ingiustamente, perché sono regole non necessarie. E va.

Questo andare la rende necessaria. Perché le ricerche ci dicono anche che – ancora oggi, sebbene risulti incredibile nel nostro paese – le ragazze sono scarsamente incentivate ad avvicinarsi alla cultura scientifica, ritenuta più adatta ai maschi e poco femminile, come scrive la giornalista Rosy Matrangolo. Inoltre, lo sviluppo della tecnologia si veste di una connotazione culturale fortemente maschile, che da un lato rende difficile l’apprendimento femminile, dall’altro porta al rifiuto delle donne di questi modelli. Gran parte delle ragazze che cercano di andare, vengono distratte, diseducate.

La fantasia e le storie sono importanti per chiunque, come ci ha ripetuto Gianni Rodari in mille modi diversi. Gli esperimenti mentali, l’immaginarsi in una situazione diversa rafforza l’autostima delle singole bambine e permette loro di costruire un loro proprio modo di sentire, di pensare, di essere, senza porsi il problema di essere o meno come gli altri vorrebbero che tu fossi. E non di vestire secondo modelli preconfezionati.

Certo, poi c’è il problema di che cosa succede a una donna una volta che abbia intrapreso una carriera scientifica. Ma Martina non è ancora cresciuta abbastanza: a lei, per ora, basta giocare, immaginare ed essere libera. Roba non da poco.

P.S.: Com’è andata a finire con la mostra? Oltre la Terra, secondo gli organizzatori (cioè noi), avrebbe contato una mostruosità come 3 milioni di passaggi e ottime recensioni. Ho continuato ad andare a prendere Anna con grande gioia e, negli anni successivi, il suo fratellino. E su su per i vari ordini di scuola, correndo – sempre correndo – e arrivando spesso tardi. No, dopo quella telefonata non ho più risposto a chi insiste a chiamarmi mentre sto aspettando i miei bimbi all’uscita da scuola.

Scritto da

Stefano Sandrelli Stefano Sandrelli

Tecnologo dell'Inaf presso l’Osservatorio Astronomico di Brera. E' stato responsabile nazionale della Didattica e Divulgazione per l’Ufficio Comunicazione dell’INAF dal 2016 al 2020. Docente del corso “nuovi modi per comunicare l’astronomia” per il master MACSIS, Università Bicocca. Collaboratore della rivista Sapere, per la quale tiene la rubrica Spazio alla scuola. Dal maggio 2000 al dicembre 2015 ha curato per l’ Agenzia Spaziale Europea (ESA) oltre 500 puntate di una rubrica televisiva in onda da Rainews24 e RAI 3. Autore per Zanichelli, Einaudi e Feltrinelli.

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