Giacomo Leopardi era appassionato di Luna, naturalmente, ma anche di astronomia in generale. E non pensiamo all’antica astronomia, ma a quei concetti che – alla sua epoca – erano di frontiera. Altrove abbiamo ricordato, per esempio, la sua espressione “nodi quasi di stelle”, per indicare le nebulose osservate da Charles Messier – in realtà galassie o ammassi globulari – che cita ne “La ginestra”. Forse, però, non tutti sanno che al piccolo Giacomo fu offerto di assistere – nel breve volgere di qualche anno – sia a un’eclissi totale di Sole dell’11 febbraio del 1804, sia al passaggio di una cometa molto brillante. Ecco come racconta quegli episodi all’amico Antonio Ranieri – almeno secondo quanto raccontato da Stefano Sandrelli nel suo “Il coraggio di ridere – biografia leopardianamente ironica di Giacomo Leopardi”, pubblicato dalla casa editrice Mimesis.
Giacomo ride, mentre salgono finalmente in carrozza. – La cara Luna e le stelle mi sono sempre state compagne, lo sai. Recanati è immersa fra colli e campagne: di notte regna l’oscurità. Sdraiarmi a guardare il cielo, con Carlo e la Pilla, era un appuntamento imperdibile nelle serate estive. (…) E quando avevo 5 anni e mezzo, vidi un’eclissi totale di Sole. –
– E quando è successo? –
– Era l’11 febbraio del 1804. A ripensarci, vedo la scena come se fosse capitato ieri. Era ancora mattina, sul tardi e la giornata era piuttosto nuvolosa, per cui luce e ombre si alternavano continuamente e, dietro le nuvole, si muoveva questa gran Luna piena, che avanzava verso il Sole. Il Conte Monaldo ci aveva raccontato di quel che stava per succedere, naturalmente, in gran dettaglio: mio padre non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione per farci una lezioncina. Ricordo che la Pilla, che aveva 3 anni, lo guardava sbigottita, con le sopracciglia corrucciate che sembrava dicessero: “ma perché non ci lasci andare a giocare?”. E ricordo anche il gran pugno sulla spalla che diedi a mio fratello Carlo, non appena nostro padre uscì dalla stanza: lo vedi da te che non riesco mai a stare fermo e per i primi vent’anni sai quanti pugni gli ho rifilato? Per gioco, per gioco, me li restituiva e ridevamo, ma intanto i pugni glieli davo.
– E l’eclissi? –

– L’eclissi più breve della storia, Giacomo. In genere le eclissi durano qualche minuto, – commenta Ranieri.
– Quella volta fu così Antonio: sono sicuro che Newton ti potrebbe spiegare facilmente il motivo, – sorride l’amico, proseguendo. – Quel che mi colpì non fu l’eclissi, ma la reazione della Natura intorno a me… ricordo che, man mano che il buio aumentava, la temperatura scendeva, – Giacomo tira le tende delle finestre della carrozza, che precipita nella penombra.
– Immagina la scena, Antonio – prosegue. – A un certo punto, quando la luce si affievolisce, da tutta la campagna inizia a salire un nitrire spaventato di cavalli, un cinguettio insensato, un frastuono di animali selvatici. E anche i cani di famiglia sembrano impazzire tutti quanti, terrorizzati e ancora il Sole non è scomparso! Il mio cane preferito, un piccoletto solitario, si mette a ululare come se volesse protestare, come per avvertire che quella non è affatto l’ora del tramonto, che c’è un errore da qualche parte e che forse, chissà, la luce se ne sta andando per sempre. Ripensandoci, forse lui è l’unico di cui non dovrei stupirmi: era un cane sensibilissimo, gironzolava sempre per casa cercando di evitare mia madre… –
– Un obiettivo ambizioso… –
– Infatti non ci riusciva, era impossibile. E se il finestrone era aperto, lui finiva per rifugiarsi sul balcone, tra i vasi e le piante. Dico che era sensibile e d’animo buono perché, più di una volta l’ho visto con i miei occhi fare gesti caritatevoli: quando capitava che vedesse un altro cane sulla strada, dal balcone faceva cadere giù del pane, come se l’altro cane gli facesse compassione, come se sapesse che era più affamato di lui. Capirai che quel povero cane, con quell’attenzione al prossimo, quella mattina sia impazzito e abbia ululato come un lupo. E quando l’oscurità fu completa, per quell’unico secondo calò un infinito silenzio sull’intera campagna, mentre il volto delle persone si trasformò in una maschera di terrore primitivo, come se fosse davvero la fine del mondo. Inutile dirlo: un attimo dopo la luce e i rumori tornarono ad aumentare, la gente riprese a sorridere e il mio cane piccoletto a evitare mia madre. Tutto regolare: nessuno imparò niente. –
– Che cosa volevi che imparassero, Giacomo? –
– Forse che i fenomeni astronomici fanno parte della Natura e che non hanno nessun significato per noi. Ma niente: qualche anno dopo, quando avevo tredici anni, apparve una delle comete più belle mai viste, una meraviglia che osservai per settimane. E che fa la gente? Si mette subito a mormorare, a blaterare, a diffondere la voce che quello è un segnale di sventura, di future disgrazie. Guarda Antonio, le paure e le credenze di chi non ha studiato, a volte, sono insopportabili. Come se Dio, quando vuol farci capire qualcosa, si prendesse la briga di mandare una cometa o di oscurare il Sole! Avrebbero paura anche dell’Uomo nero o della Befana, – sorride Giacomo. – A proposito, ti ho mai raccontato dell’episodio della Befana? – chiede, tornando ad aprire le tende e poi a chiuderle subito dopo, per la troppa luce (…)



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