Lo spazio tra le pagine

Il cielo è di tutti

Tra Voyager 1 e Gianni Rodari, per riflettere su come il cielo e la terra - e le meraviglie che portano con loro - siano davvero patrimonio comune.

Il mondo entrava nei Novanta, e la sonda Voyager 1 si trovava ormai alla bellezza di quattro miliardi di chilometri dal nostro Sole. Era partita il 5 settembre del 1977 e piano piano aveva guadagnato questa rispettabile distanza, oltrepassando anche i pianeti esterni, quelli che erano stati il suo principale oggetto di investigazione. Missione estesa, oltre ogni previsione iniziale.
Il giorno 14 febbraio dell’anno 1990, successe qualcosa di particolare. La sonda voltò la camera all’indietro, realizzando il primo ritratto di famiglia di un Sistema Solare, che per la prima volta si poteva abbracciare nella sua meravigliosa completezza. Appena prima che la camera venisse spenta – per garantire il funzionamento ininterrotto della sonda, diveniva ormai necessario disattivare alcuni strumenti – fece questa foto particolarmente significativa. In questo ritratto la nostra Terra entra tutta dentro un singolo pixel. Un selfie da più lontano di così, non ce lo siamo mai fatti.

Pale Blue Dot
La famosa Pale Blue Dot: immagine della Terra ripresa dalla sonda Voyager 1 nel 1990 da una distanza di 6 miliardi di km, in una nuova versione rilasciata nel 2020. Crediti: NASA/JPL-Caltech

Siamo questo, visti da così lontano. Piccoli piccoli. E passerà certamente molto tempo prima che una analoga foto della nostra Terra possa essere presa da analoghe distanze siderali.
Come è noto, si deve al famoso divulgatore Carl Sagan l’idea di usare la camera della Voyager per “guardarci” da così lontano. Il suo celebre commento alla foto è qualcosa che è uscito dall’ambito degli addetti ai lavori o degli appassionati, per acquisire una dignità di particolare valore, per ogni donna ed ogni uomo. Difficile sopravvalutare infatti la portata culturale di una tale immagine, vista la sua straordinaria unicità.

Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole…

Sulle stesse frequenze, ma da un diverso punto di osservazione, Gianni Rodari con Il cielo è di tutti:

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Mentre scrivo è in svolgimento la Sesta Edizione del Concorso Rodari, il concorso di scrittura INAF organizzato dal Gruppo Storie per i più giovani, ispirato alla visione del grande poeta, al suo desiderio di capire e scoprire le cose, di lavorare insieme per una nuova umanità, in un’ottica di pace e fratellanza. Appunto, perché la terra sia una, così come ci appare essere il cielo. Le pagine del concorso riportano questa sua frase:

Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un vero scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora e scoprirle, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo.

Persone come Carl Sagan e Gianni Rodari ci dicono che amare e cambiare il mondo – terra e cielo – è possibile se prima di tutto lo si guarda. Le Voyager ci aiutano a farlo, a guadagnare una visione d’insieme. E’ straordinario pensare che queste sonde stiano continuando il loro cammino (ormai) interstellare, e che ancora riusciamo da qui a ricevere i dati che ci stanno inviando.

Voyager tra le stelle
“La Voyager tra le stelle”, elaborazione dell’Autore attraverso Copilot Designer di Microsoft

Personalmente, è una cosa che non cessa mai di stupirmi. Adesso che scrivo, la Voyager 1 si trova a più di venticinque miliardi di chilometri (siamo quasi a un giorno luce) mentre la Voyager 2 dista da noi poco più di ventuno miliardi di chilometri, come è specificato dagli indicatori in tempo reale che compaiono sul sul sito della missione.
E quel puntino blu siamo noi. In quel puntino blu, sperduto nell’universo, largo come un pixel — un’unità elementare di immagine — c’è una forma di vita capace di elaborare un modello fisico-matematico di come funziona il cosmo e di come si è sviluppato tutto quel che c’è.
Capace di lanciare due sonde meravigliose (tecnologia anni Settanta) e poi di non dimenticarle, di non perdere il contatto.
E soprattutto, capace di amare e di sperare. Quindi, di fare poesia. Nonostante tutto, nonostante l’eccentricità bizzarra dei potenti di turno sembra aver piegato il mondo ad una spietata logica di guerra e prevaricazione. Nonostante gli eccidi, i genocidi perpetrati nell’imbarazzato silenzio delle nazioni, per cui le convenienze spicciole di talune storiche alleanze contano di più dello strazio del sangue innocente.
Quel puntino blu è speciale, da quel puntino blu si guarda il cosmo. E lo spettacolo — tutto sommato — è ancora bello.

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Scritto da

Marco Castellani Marco Castellani

Ricercatore presso l'Osservatorio Astronomico di Roma. Si interessa di popolazioni stellari ed è nel team scientifico del satellite GAIA di ESA. Divulgatore e scrittore per passione, gestisce da anni il blog divulgativo Sturdust.blog (già  GruppoLocale.it) e coordina il progetto Altrascienza.it.

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