Scoperte Donne e scienza Inclusione

Come i media raccontano la diversità

Cosa ci dice il Diversity Media Research Report 2025: come migliorare l'inclusione nella comunicazione e nella scienza attraverso nuove narrazioni (e perché tutto questo riguarda anche la cultura scientifica).

Diversity research media report 2025 coverNegli ultimi dieci anni il modo in cui i media italiani raccontano la diversità è cambiato, ma non sempre nella direzione di una vera inclusione. È questo il messaggio centrale del Diversity Media Research Report 2025, il lavoro di analisi che accompagna i Diversity Media Awards e che rappresenta oggi uno degli osservatori più solidi e strutturati sul rapporto tra media, rappresentazione e società nel nostro Paese.
I Diversity Media Awards (DMA) premiano personaggi e contenuti mediali che si sono distinti per aver contribuito a una rappresentazione valorizzante e inclusiva della diversità nelle sue molteplici dimensioni — genere, identità di genere, orientamento sessuale e affettivo, aspetto fisico, etnia, età e generazioni, disabilità — nel panorama mediatico italiano. Fondato nel 2016 da Francesca Vecchioni, presidente della Fondazione Diversity e relatrice nel meeting Inaf Oltre i Confini: Equità e Inclusione nella Cultura Scientifica, il riconoscimento DMA prende ispirazione dai GLAAD Awards statunitensi, che dal 1990 rappresentano un punto di riferimento internazionale sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale e affettivo.
Il report incrocia tre livelli di analisi: l’intrattenimento (film, serie TV, programmi, prodotti digitali), l’informazione dei principali telegiornali italiani e l’impatto dei contenuti sui consumi mediali e sulla percezione del pubblico. Una metodologia quali-quantitativa rigorosa, costruita nel tempo e aggiornata costantemente, che guarda a sei aree di diversity: genere, LGBT+, etnia, disabilità, età e generazioni, aspetto fisico. Non si tratta solo di “contare presenze”, ma di valutare la qualità narrativa, il linguaggio, l’assenza di stereotipi e – elemento cruciale – il coinvolgimento reale delle persone rappresentate anche dietro le quinte.
Per chi lavora nella ricerca scientifica, negli enti pubblici come l’INAF o nelle università, questo approccio è particolarmente interessante: richiama da vicino il tema della governance della conoscenza. Non basta comunicare un tema “giusto”, serve chiedersi chi lo racconta, da quale posizione e con quali strumenti.

Intrattenimento: progressi diseguali, ma segnali chiari

Il Diversity Media Report sull’intrattenimento mostra un panorama molto disomogeneo. Le serie TV straniere rappresentano ormai un benchmark qualitativo: produzioni come Sense8, Pose, Watchmen o The Last of Us riescono a costruire personaggi complessi, intersezionali, lontani dalla retorica o dall’eccezionalismo. Le serie italiane, invece, crescono più lentamente. Il vero cambio di passo arriva con Skam Italia e poi con Prisma, che introducono soggettività queer, musulmane, non conformi, raccontate con autenticità e ascolto dei vissuti reali.
L’area LGBT+ è quella che ha conosciuto il miglioramento più evidente, anche grazie a un contesto normativo e culturale più favorevole dopo la Legge Cirinnà del 2016. Il tema del genere segue un percorso simile, spinto dal e dall’ingresso delle piattaforme streaming, che hanno portato nuovi modelli produttivi e narrativi. Più fragile resta la rappresentazione di etnia, disabilità e aspetto fisico: qui dominano ancora stereotipi, narrazioni emergenziali o approcci pietistici.
Particolarmente critica è l’area della disabilità, soprattutto quella invisibile, e la neurodivergenza. Il report sottolinea come l’Italia continui a preferire attrici e attori “che interpretano” la disabilità, invece di coinvolgere persone che quella realtà la vivono. Un limite che riguarda da vicino anche il mondo scientifico, dove accessibilità, partecipazione e riconoscimento delle competenze restano nodi aperti.

Skam italia
Un frame della serie tv Skam Italia

Informazione: molta cronaca, poca complessità

L’analisi dei telegiornali rivela un dato forte: per anni i temi di diversity sono rimasti sotto l’1% dell’agenda informativa. Solo dal 2018 si registra un aumento, dovuto in parte all’ampliamento delle aree analizzate. Tuttavia, temi come LGBT+, disabilità e aspetto fisico continuano a essere marginali, mentre genere, età ed etnia emergono soprattutto in relazione a cronaca nera, violenza o conflitti internazionali.
Il rischio è evidente: associare sistematicamente alcune identità a contesti negativi o traumatici. Un meccanismo che produce distorsioni nella percezione pubblica e che dovrebbe interrogare anche chi si occupa di divulgazione scientifica e istituzionale: quali storie raccontiamo quando parliamo di scienza, e quali soggetti restano invisibili?

Media e scienza: inclusione e narrazione

Nei media scientifici, la questione della rappresentazione è altrettanto centrale. Produrre contenuti scientifici inclusivi significa rendere la scienza accessibile a tutte le persone, promuovere la partecipazione e rompere il cliché dello scienziato “bianco, maschio e anziano”.
Buone pratiche emergono da diversi esempi recenti che arrivano dall’estero: il documentario Oceans: Our Blue Planet ha affiancato la divulgazione scientifica a narrazioni empatiche e alla valorizzazione di scienziate e ricercatori di diverse etnie e generi; la serie Cosmos: Odissea nello spazio-tempo, tra l’altro ideata e prodotta da una donna, Ann Druyan, e condotta da un astrofisico afroamericano, Neil DeGrasse Tyson, ha mostrato un approccio inclusivo, facendo raccontare la scienza a chi la fa e mettendo in luce storie provenienti da contesti diversi.
Anche il cinema italiano ha prodotto contenuti scientifici di qualità: film come CRISPR: Il codice della vita (la scoperta delle CRISPR è valsa il Premio Nobel per la Chimica alle due scienziate Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier) e Human, realizzati da Rai Documentari, raccontano ricerche e scoperte scientifiche evitando linguaggi esclusivi e inserendo voci di ricercatrici e ricercatori, anche giovani, mostrando come la scienza possa essere vicina e comprensibile a tutti.
Programmi radio e podcast come Radio3 Scienza e Tutti gli uomini hanno adottato narrazioni intersezionali, esplorando temi di genere e neurodivergenza anche nel contesto scientifico, creando un ponte tra ricerca e pubblico più vasto. Dal punto di vista narrativo, i contenuti digitali rappresentano un terreno fertile per l’inclusione scientifica: creator e piattaforme online hanno la possibilità di raccontare storie complesse, mostrando coloro che fanno ricerca e hanno disabilità, donne scienziate e giovani talenti senza la rigidità dei media tradizionali. Educational channels su YouTube e TikTok gestiti da persone che lavorano in fisica, astronomia, biologia mostrano come narrazione, linguaggio accessibile e immagini coinvolgenti possano avvicinare il pubblico alla scienza senza rinunciare alla profondità e alla complessità dei temi.

Podcast tutti gli uomini
La copertina del podcast Tutti gli uomini di Irene Facheris.

Nonostante alcuni segnali positivi, il Diversity Media Research Report evidenzia criticità strutturali: la disabilità rimane spesso rappresentata in maniera paternalistica, le questioni etniche sono marginalizzate e l’aspetto fisico continua a essere trattato in modo stereotipato. Questo vale anche per la divulgazione scientifica, dove il rischio di un’immagine monolitica di chi fa scienza può allontanare intere fasce di pubblico e impedire che giovani talenti si riconoscano in modelli reali.
Le serie TV italiane di successo come Skam Italia (basata sul format norvegese di Skam) e Prisma hanno mostrato come la rappresentazione autentica e partecipativa possa cambiare percezione e immaginario; analogamente, nella scienza, la costruzione di contenuti inclusivi – che coinvolgano direttamente ricercatori e ricercatrici con esperienze diverse – permette di abbattere stereotipi e diffondere la conoscenza in modo più equo. La sfida futura sarà consolidare queste pratiche, integrando l’intersezionalità nei contenuti scientifici e garantendo che ogni narrazione, sia essa cinematografica, televisiva o digitale, rispecchi la varietà reale di tutte le identità che contribuiscono al sapere.

Media e consapevolezza: l’impatto conta

La terza parte del report, dedicata ai consumi mediatici, mostra una correlazione chiara tra esposizione ai contenuti e aumento della consapevolezza sui temi di diversità ed equità. Film, serie e programmi TV – soprattutto i talk show – hanno una capacità trasformativa maggiore rispetto alla cronaca, perché lavorano sull’identificazione, sull’empatia e sulla continuità narrativa.
Non è un dato secondario per enti di ricerca e atenei: la cultura scientifica non vive solo di dati e risultati, ma anche di immaginari, modelli di ruolo e narrazioni. Se i media influenzano la percezione di chi “può” fare scienza, allora inclusione ed equità non sono temi accessori, ma strutturali.

Film diritto contare
Un frame tratto da Il diritto di contare. Il film di Theodore Melfi racconta la vera storia della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson (Taraji Penda Henson) che nel 1961, insieme alle colleghe Mary Jackson e Dorothy Vaughan, sfidando razzismo, segregazione e pregiudizi di genere, lavorò alla Nasa tracciando le traiettorie del programma di missioni spaziali con equipaggio Mercury e, in seguito, per la missione Apollo 11.

Una lezione trasversale

Il Diversity Media Research Report 2025 ci restituisce una lezione chiara: la presenza non equivale all’inclusione. Serve qualità narrativa, partecipazione reale e responsabilità culturale. Un messaggio che va oltre il mondo dei media e chiama in causa anche le istituzioni scientifiche, i luoghi della formazione e della ricerca.
Costruire una cultura scientifica equa significa, prima di tutto, riconoscere chi ha voce, chi resta ai margini e chi può – finalmente – raccontare la propria storia. La scienza raccontata bene, inclusiva e partecipativa, può diventare strumento di equità, accesso e crescita collettiva, promuovendo un ecosistema in cui tutti possano vedersi e riconoscersi, sia nei laboratori sia sugli schermi.

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