Play to learn / Learn to play Innovazione

Matteo Bisanti: imparare in prima persona

Con Matteo Bisanti affrontiamo il gioco e, in particolare, il gioco di ruolo in ambito STEM. Di ritorno da Play: Festival del gioco, Matteo ci racconta come questa pratica ludica possa essere molto interessante sia per lo sviluppo di competenze trasversali sia per un profondo engagement nelle STEM.
In questa intervista abbiamo anche affrontato alcune problematiche che si incontrano se si vuole portare il gioco di ruolo in classe, come, per esempio, la gestione della sessione di gioco. Matteo ci ha suggerito vari modi per superare questo ostacolo, sia co-progettando con i ragazzi il gioco stesso e quindi avendo a disposizione più di un giovane master a sessione, sia utilizzando dei giochi di ruolo ad autorità condivisa, dove il ruolo del master appunto è diluito tra tutti i giocatori.
Non ci sono proprio più scuse per non provare!

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Matteo Bisanti

Io e Matteo abbiamo un bel po’ di interessi in comune, quindi è stato difficile scegliere le domande perché vorrei fartene troppe. La prima riguarda la didattica delle discipline STEM e le didattiche innovative. Dal tuo particolare osservatorio quali sono gli errori tipici che si possono commettere quando si ha la voglia di innovare in questo aspetto?
Allora spesso e volentieri quello che vedo è che il ricercatore/scienziato che si trova a parlare del proprio argomento in maniera diciamo divulgativa o didattica, costruendo ad esempio una unità di apprendimento per la scuola, tende a dare tutto il peso al contenuto disciplinare e tralascia spesso lo strumento col quale comunica questo contenuto. Spesso l’errore più grosso è quello di perdersi nei contenuti o comunque mettere l’accento su dettagli che sono tipici del del proprio lavoro che al ricercatore possono sembrare semplici e comprensibili ma che in realtà non vengono capiti se non sia un certo tipo di background. Di contro lo strumento  che viene utilizzato spesso è messo in secondo piano. Ad esempio pensiamo al gioco, se non conosco come funziona il gioco nella didattica o nella comunicazione della scienza farò fatica a utilizzarlo come mio strumento. Ovviamente questo vale per tutti gli strumenti.
Ad esempio prossimamente ci sarà un esempio tipico di questo genere di errori ovvero  la notte dei ricercatori delle ricercatrici. Nei vari anni nelle diverse Università dove ho lavorato ho notato che spesso e volentieri i ricercatori promettono un gioco su una certa attività di ricerca mentre quello che propongono è qualcos’altro travestito da gioco: un questionario a quiz, un gioco dell’oca, se stiamo parlando di gioco deve avere un regolamento chiaro e deve essere divertente! Se non ha potere di engagement perde proprio quelle caratteristiche che ci permettono di utilizzarlo e che ne fanno uno strumento ricco e utile per poter spiegare cose come l’astrofisica o la biologia.
Questo vale anche per altri strumenti, ad esempio le attività laboratoriali che magari sconfinano con la spiegazione di un esperimento scientifico. Bisogna dire che i ricercatori in generale si mettono sempre molto in gioco in questa occasione, hanno bisogno di parlare un pochino quasi come fosse una sessione di psicoanalisi! Comunque ad onor del vero negli ultimi anni ho visto un miglioramento netto nella qualità delle proposte.

Anche  a Bologna si vedono cose interessanti, ad esempio è stata organizzata recentemente una consensus conference che non è affatto banale né nell’ideazione né nella messa in opera e si va verso una professionalizzazione di chi fa didattica e divulgazione. Diciamo che il ricercatore fa fatica a rinunciare a un pezzettino di conoscenza che sembra sempre fondamentale.
Si, spesso e volentieri per paura di dimenticarsi di dire qualcosa di fondamentale, poi guarda caso è tutto fondamentale, si perde tutto, perché alla fine non passa neanche il concetto base. E’ poi bene ricordare che ci sono persone che lo fanno di mestiere cioè ci sono persone che sono i comunicatori della scienza oppure gli insegnanti stessi che fanno quel mestiere lì. Insegnare è il loro mestiere e non riguarda solo il contenuto disciplinare ma anche il modo in cui veicoli i contenuti, il dialogo che metti in campo, il coinvolgimento che riesci a creare, le emozioni. Tutto questo entra nell’esperienza ed è importante.

Si chiaramente per noi nella nostra esperienza con Pixel (gioco da tavolo sviluppato recentemente da INAF) è stato fondamentale lavorare con Andrea Ligabue perché anche se è da tanto che lavoriamo sul gioco forse per la prima volta abbiamo affrontato un game design di un gioco da tavolo rigoroso e devo dire che è stata un’esperienza diversa perché ci siamo dati priorità diverse tunando le meccaniche con il concetto scientifico che volevamo veicolare. Da alcuni punti di vista il gioco di ruolo mi sembra lo strumento privilegiato per la grande possibilità di rendere l’apprendimento molto personale che per me è un caposaldo. Vorrei sapere cosa ne pensi e qual è la cosa secondo te che ha più valore in queste pratiche sia dal punto di vista dei docenti e educatori ma soprattutto per l’esperienza di apprendimento dei ragazzi
Una piccola premessa per chi non sa di cosa stiamo parlando. I giochi di ruolo sono tutti i giochi che derivano dal capostipite ovvero Dungeons & Dragons, ovvero di un gioco di ruolo al tavolo uscito nel 1974. Quindi in realtà è una pratica ludica abbastanza recente. E’ un gioco in cui c’è un giocatore che normalmente viene chiamato master ma si può chiamare narratore o in altri modi che racconta una storia di descrive dei luoghi, porta avanti una fiction. Gli altri giocatori impersonano un proprio personaggio, descrivono che cosa fa il proprio personaggio a volte parlando in prima persona a volte parlando in terza man mano che si snoda la narrazione. Questo gioco capostipite è un gioco fantasy ma questo non vuol dire che non si possa giocare invece a tutt’altro ad esempio una avventura sull’esplorazione spaziale. Qual è il vantaggio del gioco di ruolo rispetto ad altre forme ludiche? Il gioco di ruolo ha tutta una serie di caratteristiche generali del gioco educativo quindi innanzitutto c’è un principio di motivazione, si riescono ad attivare competenze di problem solving con un aumento di alcune competenze cognitive. Funziona sicuramente sulle competenze relazionali e etiche ma per quest’ultime forse non di più del gioco in generale.
Le competenze relazionali e sociali sono sollecitate perché il gioco permette ad esempio di mettersi nei panni di qualcun altro e di vivere situazioni a volte diverse da quelle che i ragazzi normalmente vivono. Non a caso il “role playing” quindi il “giocare di ruolo” è un termine che nasce a cavallo degli anni venti e trenta ed è un termine psicoterapico, dalla terapia poi diventa anche teatro sperimentale.

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Una sessione di gioco di Dungeons & Dragons

Questo è molto interessante effettivamente se si pensa ai giochi dei bambini “giochiamo che ero…” e fa riflettere che il role playing è un qualcosa di profondamente umano, anzi sembra quasi strano che nelle scuole non sia una pratica così frequente.
Ecco il gioco di ruolo si può dire che è un “facciamo che ero” o “facciamo che sono” un pochino più regolamentato. Quindi esistono delle regole per crearsi il personaggio, per vivere in questo mondo e per partecipare alla narrazione. Non stiamo parlando solo di una simulazione perché sarebbe troppo poco, parliamo proprio di vivere una sorta di finzione narrativa, una vera propria storia che si dipana.

Volevo saper come le caratteristiche del gioco di ruolo a livello cognitivo impattano sull’apprendimento. Immagino ad esempio che il fatto che il gioco possa essere immersivo ovvero che per quelle 3 ore il giocatore è concentrato in un mondo altro possa effettivamente far funzionare l’apprendimento in modo più profondo.
E’ vero ma secondo me non è l’aspetto più importante. Ad esempio per me soprattutto in relazione alla scienza e alla tecnologia l’aspetto più importante è quello dell’esplorazione. Il gioco di ruolo è un gioco di esplorazione che può essere di un evento, di uno spazio e anche del tempo dal fantasy alla stazione spaziale. Secondo me quando vogliamo affrontare temi complessi come quelli scientifici la chiave dell’esplorazione è vincente. Il ricercare all’interno di uno spazio immaginario è un valore aggiunto che ci aiuta a veicolare tanti contenuti in più rispetto ad altre tipologie di gioco.
Poi c’è l’immersione, la possibilità ad esempio di esplorare il lato umano e la personalità di uno scienziato o di qualsiasi altra persona molto lontana dal giocatore. Questo è un altro aspetto fondamentale del gioco di ruolo. Chiaramente l’immersione può essere completa o anche molto bassa. I bambini fanno ad esempio molta più fatica  a tenere il personaggio. Il gioco di ruolo diciamo che comincia a funzionare dagli 8 anni anche se si possono coinvolgere anche bambini più piccoli. Ho organizzato sessioni anche con bambini di 4 anni e ho visto dinamiche molto diverse. I bambini anche più grandini non è detto che siano in grado di immergersi totalmente e ad esempio difficilmente useranno la prima persona ma riusciranno comunque  a vivere questo mondo diverso esplorando e “facendo parlare” il proprio personaggio.  Adesso i puristi mi picchieranno ma la dinamica è simile a quella di un videogioco di esplorazione, solo che non hai la tua stanza virtuale ma hai un mondo immaginato descritto dal master.
Ci sono tanti altri elementi che possono essere molto utili per la didattica ad esempio  le ambientazioni dette anche setting. Anche solo la creazione di un setting dal punto di vista educativo è molto molto utile. Basti pensare allo studio della storia!
Quello che io consiglio sempre ai docenti interessati a utilizzare il gioco di ruolo come strumento a scuola è, se hanno il tempo necessario, di pensarlo come un progetto da fare in classe cioè non di presentarsi con qualcosa di già pronto da giocare ma di progettare il gioco insieme i ragazzi. Vogliamo ad esempio parlare dei romani? Benissimo facciamo una storia, dividiamo la classe in gruppi: un gruppo si occuperà dell’ambientazione di questa storia quindi bisognerà definire l’anno, capire com’era la vita in quel momento, capire se la storia è ambientata a Roma o in un’altra città periferica e definire il mondo. Chiaramente questo già con classi di scuola secondaria superiore e inferiore.

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Immagino che il tipo di docente che fa questa scelta didattica, sia una persona già appassionata sia per l’impegno e il tempo da dedicare sia per le competenze non scontate che da docente bisogna avere o sviluppare in questo percorso
Sì poi in realtà dipende molto da quanto tempo si vuole dedicare a questo progetto perché non è detto che debba essere così totalizzante. I docenti che lavorano quel gioco di ruolo sono spesso giocatori di ruolo e hanno già capito la potenza della strumento non è una pratica neanche così tanto recente. Se ci pensiamo il libro più interessante da questo punto di vista che è “Inventare destini” del 2003 scritto da Andrea Angiolino, Luca Giuliano e Beniamino Sidoti.
Tutto sommato sono passati ormai 18 anni quindi inizia a essere veramente datato però già in quel libro si metteva in luce tutta una serie di esperienze pratiche a scuola di docenti che si mettevano in gioco e portavano il gioco di ruolo a scuola e in contesti un po’ più difficili come ad esempio il carcere. In maniera molto moderna il mondo ludico è venuto incontro a queste esigenze creando dei regolamenti sempre più snelli e semplici abbandonando l’idea di dover simulare tutto nel gioco ma riuscendo comunque a creare un’esperienza viva all’interno del gioco di ruolo.  Snellendo molto i regolamenti si è andato incontro anche ai non giocatori. Da questo in questo punto di vista oggi grazie all’opera di tante persone come Andrea Ligabue in Italia si sta iniziando a pensare il gioco e anche gioco di ruolo in maniera seria all’interno  del contesto scolastico.

Per noi  è importante entrare nelle scuole perché comunque la scuola pubblica italiana forse è l’unica che può effettivamente democratizzare ed allargare l’accesso alla conoscenza soprattutto per le discipline STEM. Lavorare con le scuole è abbastanza irrinunciabile nei progetti che ci coinvolgono ma in generale ovviamente che possono interessare i docenti. La mia domanda è un po’ diciamo tecnica e riguarda la gestione del gioco in classe. Se ho un solo master (il docente) non riesco a far giocare tutti quindi ti chiedo se nella tua esperienza di possono coinvolgere i ragazzi per fare il master o se ci sono giochi dove non esiste la figura del master ma a storia si sviluppa con altri meccanismi.
pulsazione-gioco_di_ruoloNon tutti i giochi di ruolo hanno il master alcuni giochi di ruolo hanno, quella che viene definita un’autorità condivisa al tavolo e quindi a turno i vari giocatori hanno l’autorità su una determinata scena. Mi viene in mente un gioco di Luca Giuliano che si chiama On Stage in cui si mette in scena Shakespeare. Ogni giocatore è un attore che si costruisce un personaggio ma per ogni scena un giocatore a turno diventa anche il regista nel senso che ha l’autorità su quella scena.
Un altro gioco di ruolo molto famoso che io propongo a tutti gli adulti quando mi chiedono che cosa è il gioco di ruolo è Fiasco. E’ un gioco di una decina di anni fa almeno di Jason Morningstar in cui si narrano storie fallimentari un po’ grottesche e tragicomiche tipo quelle dei film dei fratelli Coen. Si chiama Fiasco appunto perché di solito, quasi con certezza vanno a finire male. In questo caso ogni scena è costruita da uno dei giocatori con l’aiuto degli altri. Si fanno scene e si sviluppa la storia come una collana di perle dove ogni perla una è scena costruita secondo la fantasia di un giocatore e di tutti gli altri che interagiscono con l’idea iniziale.
Un altro esempio costruito proprio da un docente è Micro Fiction un gioco che costruisce delle storie tipo web series veramente brevissime. Senza master e con una autorità distribuita si può gestire la sessione esattamente come si fa per i giochi da tavolo. Si creano gruppi, ogni gruppo porta avanti la sua storia e il docente coordina i lavori e facilita.
Un altro modo per lavorare in classe che è gioco di ruolo dal vivo che volendo si può tranquillamente fare in classe spostando i banchi ed è assimilabile al teatro sperimentale. Una sola persona può tranquillamente gestire una classe. Il Congegno di Leonardo è un collettivo di autori che ho co-fondato con Andrea Castellani in cui costruiamo dei giochi di ruolo dal vivo ovvero dei larp (Live Action Role Play) che siano educativi. All’inizio ci siamo dedicati alle scienze poi in realtà l’interesse si è allargato a tanto altro. Anche in questo caso si creano scene, è un vero e proprio gioco di ruolo per quanto riguarda i personaggi.

In questo caso i ragazzi giocano tutti insieme o sono divisi a gruppi?
Direi tutte e due, mi viene in mente un gioco che si chiama eroi d’impresa che si ispira al caso Olivetti. Si inscena la storia di questa azienda che è in crisi e cerca soluzioni nel proprio interno. Questa azienda è una casa editrice quindi ci sono vari ambienti/gruppi: la tipografia, i creativi, l’ufficio amministrativo, il consiglio di amministrazione. Per superare questa crisi nella prima parte del gioco i ragazzi sono divisi nei gruppi (uffici) e poi ad un certo punto punto c’è una specie di consiglio di azienda allargato dove il CdA fa conoscere le proprie decisioni e i dipendenti dicono la loro.

La grossa differenza quindi con il gioco di ruolo classico è che in un caso si sta seduti al tavolino e qualsiasi azione viene raccontata mentre nel larp i ragazzi sono più liberi di muoversi , immagino anche che nel larp potrebbero esserci degli oggetti che possono fare da trigger per una azione e che la presenza di un oggetto fisico aiuti molto soprattutto i più piccoli.
 Gli oggetti si usano e si possono usare, in realtà  abbiamo degli scenari fatti per i bambini delle elementari, scenari per le medie e scenari per le superiori con temi molto differenti. Ad esempio alle superiori possiamo proporre i pitagorici, magari alle elementari un buon argomento è la musica.

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Una sessione di gioco di Planetary Journey

L’ultima domanda che ti volevo fare riguarda le possibilità di diffusione di questo tipo di gioco e qualche consiglio pratico per cominciare ad impiantare questo tipo di pratiche nelle scuole. Per altri progetti conosco i PON scolastici, quindi vedo questa via anche se anche qui magari poi si iscrivono sono certi tipi di ragazzi e ragazze.
A mio avviso fa comunque bene giocare di ruolo, dentro e fuori la scuola. Il gioco di ruolo sta diventando sempre più famoso anche tra i più giovani grazie a tanti elementi, il primo un’edizione nuova di d&d sicuramente molto più semplice di quelle passate. Poi grazie anche ad alcune serie tv che lo hanno messo in luce il gdr sta diventando più popolare e una patina vintage che piace. Sta tornando tantissimo anche nel mercato, in Italia ci sono veramente tanti bei prodotti. La pandemia ha velocizzato questo trend. E ora si vede tanto actual play su piattaforme come youtube o twitch, ovvero persone che giocano ai videogiochi o ai giochi di ruolo e che registrano le loro sessioni. Chiaramente alcuni sono fatti meglio altri peggio però sta diventando una piccola moda se vogliamo. Quindi se mettiamo al primo posto giocare direi che va bene sia giocare in presenza ma anche online perché diciamo che il gdr forse soffre meno nella versione virtuale.
Di fatto a raccontarsi delle storie al tavolo, su discord o su meet non cambia tanto e di mese in mese durante il lockdown diventava sempre più facile giocare di ruolo online. Quindi è vero che la scuola arriva a tutti ma anche altri canali non sono affatto da sottovalutare. Nella scuola dell’autonomia una buona strada è effettivamente quella dei progetti. Progettare un gioco di ruolo insieme potrebbe essere un ottimo progetto scolastico e nella progettazione un gruppetto di ragazzi che costruisce la trama della storia si allena a fare da master magari co-masterando per sostenersi a vicenda.

Ringrazio tantissimo Matteo per questa bella chiacchierata e per averci dato tutte queste idee sul gioco di ruolo. Ci salutiamo direi con la promessa di ritrovarci presto a giocare!

Matteo Bisanti è collaboratore di ricerca presso IMT Lucca. Biologo evoluzionista, entomologo, e game designer, si occupa principalmente di progetti di ricerca legati al gioco e alla comunicazione di contenuti scientifici attraverso strumenti ludici, con particolare attenzione all’ambito museale e a setting di educazione informale.
Ha partecipato a progetti come Giocare all’Evoluzione, Vita da lupi per il MUSE di Trento e il progetto europeo Free to Choose per la creazione di un gioco che contrasti gli stereotipi di genere. Ovviamente è membro del game science research center ed è responsabile Educational, GdR e Larp a Play – Festival del Gioco di Modena.

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Scritto da

Sara Ricciardi Sara Ricciardi

Ricercatore presso l'Osservatorio di Astrofisica e di Scienza dello Spazio di Bologna. Nel campo della didattica e della divulgazione, si occupa di attività di tinkering per le scuole.

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