Lo spazio tra le pagine

Modi che hanno le cose, per esistere

Cosa succede quando la curiosità di un astronomo incontra la vulnerabilità della poesia? Esploriamo la raccolta "Instabilità dei microsatelliti" di Silvia Caratta

Di pianeti fuori dal Sistema Solare, fino all’inizio degli anni Novanta, non se ne conoscevano poi molti. A dire la verità, non se ne conosceva nessuno. Naturalmente si riteneva che le altre stelle potessero avere sistemi di pianeti, ma non si riuscivano ad osservare. In pratica, era come se non ci fossero.
Il primo esopianeta, 51 Pegasi b, è stato scoperto e annunciato il 6 ottobre 1995 dagli astrofisici svizzeri Michel Mayor e Didier Queloz. L’importanza di questa scoperta è certificata nientemeno che dal Premio Nobel per la Fisica che i due scienziati hanno ricevuto nel 2019 (con i tempi rilassati tipici del Nobel, a parte forse quello per la pace che invece di tempi rilassati, a mio parere, ne avrebbe davvero bisogno) per la scoperta di un esopianeta in orbita attorno a una stella simile al Sole. Come riporta l’amico e collega Gianluigi Filippelli in un articolo nel suo blog la notizia fu pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature il giorno 1 novembre 1995.
E da quel giorno, cambia tutto. Non tanto per i lettori di Nature, o per gli scienziati in generale, ma per ogni donna e uomo sul pianeta Terra. E’ un completo rovesciamento di scenario. Le cose avvengono, come avvenivano prima, ma in un contesto tutto diverso.
Cambia tutto anche – e necessariamente – per i poeti. Che si trovano a fare i conti con un cosmo profondamente diverso da quello di chi scriveva poesia solo pochi anni prima.

Un cosmo pieno di pianeti
“Fare poesia in un cosmo di pianeti”, elaborazione dell’Autore attraverso Copilot Designer di Microsoft

Silvia Caratta, classe 1972, ha frequentato il Conservatorio diplomandosi in Flauto e in Didattica della Musica e si è inoltre laureata in Storia della Musica con una tesi su Johannes Brahms. Nel 2000 ha pubblicato per LietoColle La trama dei metalli, che ha vinto il premio Franco Matacotta per l’opera prima. Sue poesie sono apparse in numerose riviste, quotidiani e antologie (in particolare nel 2004 nella Nuovissima poesia italiana, Mondadori), e sono state tradotte in olandese, spagnolo, arabo, russo e cinese.
E io di Silva nulla sapevo, fino alla fine dello scorso anno.
Giusto una settimana prima di Natale ero al Fondo Ferroni a Frascati, e mi è capitato sotto gli occhi la sua raccolta Instabilità dei microsatelliti (Guanda, 2025). Il titolo mi ha colpito, tanto che (debitamente autorizzato, s’intende) me lo sono portato a casa, pensando tra me e me che un buon titolo è tutto, se si vuole che il proprio lavoro sia letto. Questo, è un buon titolo.
A sorpresa, scoprirò poi che si riferisce a un ambito completamente diverso da quello che mi aspettavo: nella mia ignoranza beata, pensavo a qualcosa di tecnologico o spaziale (e per questo lo volevo leggere), ma in realtà si riferisce a una situazione medica.
Però non mi sono pentito, perché il cosmo c’è, eccome se c’è, in questo agile libretto.
Così scrive Silvia, nella parte iniziale della sua raccolta:

I pianeti mortali e gassosi
butterati spaccati e corrosi
che ruotano intorno
bruciati dal sole
e la luna, una pietra.

Lapidario, in ogni senso. Quasi brutale. Però è vero. Questo universo, pur così abbondante (sono più di seimila i pianeti oggi conosciuti e la situazione è sempre in aggiornamento), attende comunque un movimento di prima cordialità da parte dell’uomo, lo attende per esporre la sua parte amica, per proporre la sua alleanza. Silvia fotografa uno stato che mi fa pensare a Giovanni Pascoli, per questa percepita e dolorosa distanza tra cosmo e cuore. Se non si apre un dialogo, il cosmo rimane minaccioso o tutt’al più, freddo, distante. E tenacemente sconosciuto, nonostante tutto lo sforzo della scienza. Più avanti i versi di Silvia si riagganciano allo spazio, con medesima, inscalfibile, perentorietà.

Dell’universo, che forse
è solo una piccola parte
di qualcosa di più grande,
una sola cosa sappiamo:
che non sappiamo niente.

Non è nemmeno da dire, quanto questa illuminazione poetica vibri in accordo con il quadro che riteniamo più attendibile per la struttura dell’universo, per il quale il 95% circa è composto di energia oscura e materia oscura, sulla cui natura ancora non possiamo ancora dire nulla di certo. Veramente, non sappiamo niente. Inoltre, sulla piccola parte di qualcosa di più grande, vedo affacciarsi l’idea del multiverso, ovvero la possibilità che il nostro universo sia appunto “il nostro”, ma non sia l’unico. La sensibilità del poeta è sempre contemporanea, vibra del modello di universo entro il quale il poeta vive.
Proseguo l’esplorazione: come a questo punto potevo aspettarmi, trovo anche loro, le stelle.

Dicono sia scritto nelle stelle
ma nelle stelle, credi a me,
non ci sa scritto proprio niente.

Deve essere però da qualche parte
se incrociarsi non è mai incontrarsi

nel fuoco, tra le stelle o sulla terra
con tempo le distanze si accorciano di più
e prima o poi qualcosa incontrerà qualcosa:
tu.

Silvia mi spiazza sempre, frusta la mia idea (speranza?) di universo ampio e relazionale con la fulminea lirica intuizione, con una sorta di perentorietà poetica, che azzera ogni accenno di retorica.
E va bene. Non c’è dunque niente di automatico nell’alleanza nuova dell’uomo con il cielo, è tutta sempre da costruire, senza l’energia umana il cosmo è comunque piatto, silenzioso. Non c’è scritto proprio niente dunque non c’è alcuna storia oggettiva, non c’è infatti nessuna storia se non lo vogliamo, se non guardiamo l’universo in quel modo specifico ed unico che genera storie, se non contribuiamo a crearlo con l’energia della nostra coscienza.
Ma Silvia insiste, mi sta mettendo alla prova.

L’irragionevolezza di qualunque mossa
tutto quel cadere nel vuoto
se pensi che proprio al centro della galassia
vive un enorme buco nero.

Non basterebbe questo solo
a rendere tutto vano?

Eccolo dunque, il cadere nel vuoto: compagno strettissismo di quel pender giù dal vuoto che cantava Pascoli, quale angosciosa eventualità sempre aperta.
Certo, la forza della poesia è anche questa, è questo riverbero anche dell’ipotesi negativa, perché niente deve essere rimosso, niente deve essere celato. Tutto vano? Bene portare la domanda fino in fondo, fin dove fa male. Del resto, non ci basta più una felicità approssimativa, che viva della dimenticanza. Vince chi dimentica cantava Fiorella Mannoia, interpretando da par suo un bel brano di Ivano Fossati. Tornando alla poesia, già Primo Levi con Le stelle nere si era mosso efficacemente lungo questo filone astronomico-nichilista.
Assorbo il colpo e mi chiedo, è veramente così? Cerco di capire, almeno dal punto di vista a me più familiare, quello dell’astronomia. Avanzo ipotesi. Cerco conforto nei dati.
Se quel buco nero al centro della Via Lattea, se anche quello, lungi dal riverberare evidenze dell’assenza di significato, fosse lì per noi, in un certo senso? Secondo alcuni studi, la sua presenza limita la nascita di nuove stelle nel centro della galassia, evitando un potenziale collasso per formazione stellare incontrollata. Il suo ruolo sarebbe dunque quello di contribuire ad una evoluzione galattica più regolare. Né mancano gli studi secondi i quali, in certe galassie, i buchi neri potrebbero addirittura favorire lo sviluppo della vita.
Chiaro, non pretendo di insegnare nulla ad un poeta, lo ascolto e basta. E lo ringrazio. Al contempo, mi viene da pensare che ciò che ci sembra insensato, spaventoso o inutile, può essere diverso da come lo percepiamo. Ciò che ci terrorizza, può in realtà essere, alla fine, al nostro servizio. La luna è una pietra (ci siamo stati, possiamo dire che lo è), ma anche uno scrigno di risorse, un conforto nell’oscuro della notte, una presenza amica, a cui dare del tu.
La scelta di come guardare, di come fare esistere le cose, è sempre nostra. Una libertà assolutamente non comune, in questo vastissimo universo.

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Scritto da

Marco Castellani Marco Castellani

Ricercatore presso l'Osservatorio Astronomico di Roma. Si interessa di popolazioni stellari ed è nel team scientifico del satellite GAIA di ESA. Divulgatore e scrittore per passione, gestisce da anni il blog divulgativo Sturdust.blog (già  GruppoLocale.it) e coordina il progetto Altrascienza.it.

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