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Raccontare la fine del mondo

In occasione dell'Earth Day, vi proponiamo un libro che, usando la fantascienza, prova a raccontare il mondo e in che direzione lo stiamo portando.

raccontare_fine_mondo-coverViviamo in tempi difficili, in cui gli effetti delle polarizzazioni vengono sempre più accentuate. In pratica diventiamo sempre più ricettivi alle posizioni vicine alle nostre, accantonando uno degli elementi più importanti del pensiero critico: l’autocritica. E il saggio Raccontare la fine del mondo di Marco Malvestio è innanzitutto un esercizio di autocritica nei confronti della società umana e di ciò che ha costruito sulla Terra.
In poche parole, potremmo ridurre il libro al racconto del nostro rapporto con il pianeta, mediato attraverso il punto di vista di un genere letterario piuttosto particolare: la fantascienza.
In effetti Malvestio si è concentrato su un suo particolare sottogenere, come intuibile dal titolo del saggio, l’apocalissi. In questo caso ha esaminato cinque possibili fini della civiltà (o del mondo, adottando il punto di vista antropocentrico): quella dovuta a una catastrofe nucleare, quella dovuta a una pandemia, quella dovuta al cambiamento climatico, e infine quelle che coinvolgono il mondo vegetale e quello animale, intesi come forze che all’imrpovviso si rivoltano contro il dominio dell’uomo sulla natura. Malvestio, ad ogni modo, non si limita a classificare come la fantascienza ha raccontato queste possibili apocalissi, ma confronta il genere anche con la scienza legata a quelle specifiche apocalissi.
L’intero saggio, poi, poggia sull’idea dell’Antropocene, ne fa una specie di guida. Malvestio spiega come la sua definizione e la sua adozione per descrivere l’era attuale sia stata oggetto di discussione, ma è abbastanza evidente come l’autore sposi la definizione scientificamente più valida. L’inizio dell’Antropocene, infatti, viene posto con i primi esperimenti nucleari a scopo bellico, questo perché hanno lasciato segni geologicamente rilevabili sul pianeta.
In un certo senso lo scrittore compie un’azione non molto diversa da quella realizzata da James Kakalios con La fisica dei supereroi, in cui usa un particolare genere per fornire al lettore strumenti scientifici per capire la direzione intrapresa. D’altra parte gli scrittori di fantascienza sono stati in grado di anticipare il futuro soprattutto perché il loro punto di partenza era il mondo a loro contemporaneo. Era quest’ultimo che raccontavano, spesso a partire da situazioni per così dire disfunzionali, descrivendo così non solo cosa sarebbe potuto andare "storto", ma cosa lo è già nel presente.
In quest’ottica è particolarmente interessante il capitolo relativo al cambiamento climatico, che ovviamente si concentra sulla sua origine antropica. La fantascienza apocalittica, in particolare quella cinematografica, avendo bisogno di eventi essenzialmente catastrofici, non è stata in grado di raccontare in una maniera adeguata un fenomeno che ha dei tempi scala dei decenni se non dei secoli. E questo approccio è stato spesso sposato anche dalla comunicazione mediatica, che ha pensato che sottolineare le paure fosse molto più utile per comunicare il problema stesso. La sensazione, però, è che questo approccio sia fondamentalmente fallace, perché sottrae alla discussione proprio l’elemento fondamentale della questione: il tempo necessario per creare problema e quello ancora più lungo per risolverlo, almeno nell’ottica della sopravvivenza del genere umano.
Come infatti ci ha raccontato Alan Weisman ne Il mondo senza di noi, ciò che sappiamo dalle aree improvvisamente abbandonate dall’uomo presenti sul pianeta è che la vita proseguirebbe tranquillamente senza la nostra presenza, adattandosi alle condizioni che ci lasciamo dietro. In questo senso è interessante osservare come Malvestio nel suo saggio abbia segnalato alcuni romanzi particolari che hanno adottato un approccio differente, non apocalittico al tema del cambiamento climatico e delle sue influenze sul genere umano. Sarà interessante vedere se anche in questo caso la fantascienza sarà riuscita ad anticipare il mondo reale, in questo caso nel modo di comunicare la questione.
Raccontare la fine del mondo è, alla fine, un saggio che suggerisce al lettore un nuovo punto di vista con cui guardare il mondo, molto più autocritico. E questo è un successo che è da ascriversi anche alla scelta di usare la fantascienza, il genere letterario più autocritico, come guida attraverso la complessità del pianeta. E questo perché, per usare le parole dell’autore nel finale del libro

(…) la letteratura sia in grado non solo di parlare del mondo, ma anche di parlare al mondo (…) e soprattutto che sia capace di nominare cose che le altre discipline (quelle scientifiche come quelle filosofiche) non necessariamente riescono a rendere manifeste con altrettanta chiarezza.

Abbiamo parlato di:
Raccontare la fine del mondo
Marco Malvestio
Nottetempo, 2021
216 pagine, brossurato – € 15
ISBN: 9788874529353

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Scritto da

Gianluigi Filippelli Gianluigi Filippelli

Ha conseguito laurea e dottorato in fisica presso l’Università della Calabria. Tra i suoi interessi, la divulgazione della scienza (fisica e matematica), attraverso i due blog DropSea (in italiano) e Doc Madhattan (in inglese). Collabora da diversi anni al portale di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, dove si occupa, tra gli altri argomenti, di fumetto disneyano, supereroistico e ovviamente scientifico. Last but not least, è wikipediano.

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