Cose dell'altro cielo

Il cielo che non ero partita per vedere

Per questo mese, Cose dell’altro cielo parte da un viaggio fatto per osservare un’eclissi e finito, quasi per caso, sotto uno dei cieli più belli che abbia mai visto.

Sono arrivata all’Osservatorio Astrofisico di Javalambre, in Spagna, per vedere l’eclissi totale di Sole del 12 agosto. Ottantacinque secondi di totalità per i quali ho volato fino in Spagna, portato strumenti, controllato previsioni meteo e preparato per giorni ogni dettaglio. Quel viaggio, dall’organizzazione alla totalità, è diventato il podcast Totalità – Diario di un’eclissi totale di Sole. Qui, invece, voglio soffermarmi su quello che è successo qualche ora più tardi, quando siamo rimaste all’osservatorio e abbiamo alzato di nuovo gli occhi al cielo.
Io e la mia collega Claudia Mignone siamo rimaste all’osservatorio insieme alle persone che erano venute fin lassù per assistere al fenomeno. L’eclissi era terminata da un paio d’ore, ma noi eravamo ancora immerse in quello che avevamo appena visto. Abbiamo cenato con le immagini del Sole ancora negli occhi, ripensando alla totalità e a quei pochi secondi che sembravano aver occupato molto più spazio del tempo reale. Verso le dieci e mezza di sera ci siamo guardate e ci siamo dette: Andiamo a caccia di stelle cadenti?. Era la notte del picco delle Perseidi. Così siamo uscite di nuovo all’aperto.
Ed è stato allora che ho visto il cielo che non ero partita per vedere.

Osservatorio Astrofisico di Javalambre sotto un cielo notturno molto buio; la Via Lattea attraversa chiaramente il cielo sopra la cupola dell’osservatorio.
La Via Lattea sopra l’Osservatorio Astrofisico di Javalambre, poche ore dopo l’eclissi totale di Sole del 12 agosto. La fotografia è stata scattata con uno smartphone, con un’esposizione di circa 30 secondi. © Federica Duras

Le meteore attraversavano la notte con scie molto più lunghe e luminose di quelle a cui ero abituata. Alcune erano quasi impressionanti: così ampie e luminose da sembrare molto più vicine di quanto fossero davvero, come se occupassero per un istante una parte enorme del cielo. A occhio nudo le stelle erano così numerose che, accanto alle costellazioni che riesco facilmente a riconoscere dal cielo di Roma, compariva una quantità di punti luminosi normalmente invisibili. Per un momento è stato quasi destabilizzante: c’erano così tante stelle che facevo più fatica del solito a ritrovare le figure familiari delle costellazioni. La Via Lattea attraversava il cielo e persino un semplice smartphone, con una posa di trenta secondi, riusciva a restituirne chiaramente la struttura. Con il Seestar di Claudia, un piccolo telescopio automatizzato, abbiamo poi continuato a esplorare quello stesso cielo più in profondità.
A questo punto la domanda viene quasi spontanea: perché un osservatorio astronomico viene costruito proprio in un luogo come Javalambre? E che cosa rende davvero “buono” un cielo per l’astronomia?

Che cosa rende buono un cielo?

La prima risposta è probabilmente la più intuitiva: il buio.
L’inquinamento luminoso prodotto da città, strade e infrastrutture rende il fondo del cielo più luminoso e finisce per nascondere gli oggetti più deboli. Allontanandosi dalle grandi città, invece, emergono stelle che normalmente non riusciamo a distinguere e, nelle condizioni migliori, anche la fascia della Via Lattea diventa chiaramente visibile a occhio nudo. Ma un cielo buio non basta a fare un buon sito astronomico.
Gli astronomi cercano luoghi in cui l’atmosfera sia anche il più possibile trasparente e stabile. Il vapore acqueo, le particelle sospese nell’aria e le nuvole possono assorbire o diffondere parte della radiazione proveniente dagli oggetti celesti. Anche la turbolenza atmosferica conta: le masse d’aria in movimento fanno cambiare continuamente il percorso della luce e rendono meno nitide le immagini astronomiche. La qualità delle immagini dovuta alla stabilità dell’atmosfera viene descritta attraverso un parametro chiamato seeing. Più l’atmosfera è stabile, migliore sarà il dettaglio che un telescopio potrà ottenere. A questo si aggiungono il numero di notti serene durante l’anno, l’umidità, il vento e le caratteristiche del territorio circostante. La scelta del luogo in cui costruire un osservatorio è quindi il risultato di molte condizioni che devono funzionare insieme.

Più in alto significa sempre meglio?

Molti grandi osservatori astronomici si trovano in montagna, e non è un caso. Salendo di quota diminuisce la quantità di atmosfera che la luce proveniente dallo spazio deve attraversare prima di raggiungere un telescopio. Spesso ci si trova anche al di sopra di una parte dell’umidità, delle polveri e dell’inquinamento presenti negli strati più bassi dell’atmosfera. Ma essere in alto non basta. Una montagna circondata da grandi città illuminate o caratterizzata da forte turbolenza atmosferica potrebbe essere un sito peggiore di un luogo meno elevato ma più buio e stabile. Prima di costruire un osservatorio, quindi, le condizioni del sito vengono studiate e misurate per lunghi periodi.
Javalambre, a circa duemila metri di quota, riunisce molte delle caratteristiche necessarie per l’osservazione astronomica: altitudine, oscurità del cielo e condizioni atmosferiche favorevoli. Ed è proprio per questo che lassù è stato costruito un osservatorio professionale.

Il cielo che vediamo e quello che può registrare una camera

Quella sera la Via Lattea era chiaramente riconoscibile a occhio nudo. Ma quando ho puntato verso il cielo lo smartphone e ho lasciato aperto l’otturatore per trenta secondi, sullo schermo è comparso qualcosa di ancora più ricco. Non significa che la fotocamera “veda meglio” dei nostri occhi in ogni situazione. Occhio e sensore funzionano in modo diverso. Il nostro sistema visivo osserva continuamente il cielo e si adatta molto bene alle diverse condizioni di luminosità, ma non può sommare per trenta secondi tutta la luce proveniente dallo stesso punto. Una fotocamera, invece, durante una lunga esposizione continua a raccogliere fotoni. Più lunga è l’esposizione, maggiore è la quantità di luce registrata e più facilmente emergono strutture deboli che a occhio nudo risultano appena percettibili. È uno dei motivi per cui le fotografie astronomiche mostrano spesso molti più dettagli e colori di quelli che percepiamo guardando direttamente il cielo. Con un telescopio automatizzato abbiamo potuto spingerci ancora oltre, raccogliendo luce per osservare oggetti troppo deboli per essere distinti a occhio nudo. Lo stesso cielo, quindi, può raccontare cose diverse a seconda dello strumento con cui lo osserviamo.

Un osservatorio scelto per la notte, un viaggio fatto per il Sole

C’è qualcosa di curioso nel fatto che fossimo arrivati in un luogo scelto per la qualità del suo cielo notturno per osservare, invece, il Sole. Per un’eclissi totale entrano infatti in gioco criteri diversi. Prima di tutto bisogna trovarsi all’interno della stretta fascia della superficie terrestre dalla quale la Luna riesce a coprire completamente il disco solare. Poi bisogna considerare l’altezza del Sole sull’orizzonte, la conformazione del territorio e, naturalmente, il meteo. Il luogo migliore da cui osservare il cielo, quindi, non esiste in assoluto: dipende anche da ciò che vogliamo osservare.
Nel nostro caso Javalambre ci ha regalato entrambi: per 85 secondi il cielo dell’eclissi e, qualche ora dopo, quello delle Perseidi e della Via Lattea.

Add Comment

Click here to post a comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scritto da

Categorie