Franco, di fantascienza deve averne digerita tanta. Distillando poi – come solo gli artisti sanno fare – delle parole e dei ritmi che, in qualche modo, è come se dicessero tantissimo, senza quasi dire. Questa, a mio avviso, è arte.
Non è per niente facile lasciar intuire tutto l’iceberg, appena dalla punta. E’ infatti come se nei suoi pezzi affiorasse qualcosa, per cui tu capisci immediatamente che il sommerso è molto di più. E questo, per un testo breve come quello di una canzone, è veramente tutto. Lasciar capire, immaginare: senza dire esplicitamente. Con uno sbuffo di colore, un tocco appena di pennello, dire ogni cosa. O meglio, far sentire chi legge, chi ascolta, che hai detto tutto, senza che tu lo abbia fatto. E’ come dare per condivisa qualcosa, senza doverla spiegare mai completamente. Lavorare per sottrazione: decisamente, un’arte sottile.

A noi qui interessa in particolar modo quando l’argomento è lo spazio. E quando, per dire quel tutto, l’artista impreziosisce la sua opera di riferimenti astronomici. Come in questo caso, come in Via Lattea, una canzone di Franco Battiato che apre l’album Mondi Lontanissimi dell’ormai lontano 1985.
La poesia, già da sé, vive nella capacità di sintesi. Si potrebbe dire, nella capacità di generare un cosmo coerente, con il minimo possibile di informazione fornita: con pochissimi byte, ma scelti bene (nell’era della banda larga, è una controtendenza segno di coraggio). Altrimenti è prosa, è descrizione, è spiegazione. Oppure cronaca. O ancor peggio, chiacchiera.
Un testo elaborato per il canto è indubbiamente contiguo alla poesia, anche se spesso non ambisce a considerarsi tale, per ammissione stessa dei suoi autori. Francesco Guccini nella sua dissacrante Avvelenata (già nel 1976) lo esprime bene: sgombra subito il campo, si smarca abilmente da sottili pretese e da scomodi paragoni. La butta giù chiara.
si fan rivoluzioni
si possa far poesia
Io mi permetto di dissentire (con un certo dolore) dal grande Guccini, qui. Cioè, lo capisco, capisco perché lo diceva. Ugualmente, dissento. Prendendo, a conferma della mia tesi, proprio la canzone di Battiato. Fin dall’incipit si viene trasportati in un ambiente futuristico, ma dai contorni sfumati. Notate che le frasi sono volutamente vaghe, larghe, spesso indefinite (ci si potrebbe chiedere, colti da un incontrollato impeto di pensiero logico: ma perché alzarsi prima dell’alba? quali sono mai le porte di Sirio? Cosa diavolo è il centro impressioni?). Eppure questa frasi funzionano: dopo pochi secondi che ascolti, ecco che già ti immagini persone in tuta sintetica, astronavi, equipaggi, missioni spaziali, tuffi nelle stelle, motori a propulsione ionica (quando non a improbabilità infinita). Tutto un mondo non detto, ma ben presente.
Se andiamo a vedere i riferimenti astronomici, dobbiamo ammettere che – per quanto scelti, per certo, in funzione puramente evocativa – se ne trovano con buona abbondanza. Se di seguito mi permetto di analizzarne qualcuna, è appena per un’occasione di approfondimento, non certo per fare le pulci ad una canzone meravigliosa che vive di un suo perfetto equilibrio e che ha l’obiettivo di parlare al nostro gusto musicale ed armonico, al nostro senso del bello, non di soddisfare una – pur legittima – curiosità scientifica.
E’ dunque una esplorazione che intende rispettare con ogni delicatezza possibile lo spazio poetico in cui vive la canzone. La scienza viene abbracciata per la sua carica evocativa, non descrittiva. Proprio come fa Federico García Lorca in Alle cinque della sera, quando scrive:
alle cinque della sera.
Assai impropria sarebbe, come è ovvio, l’analisi di ogni troppo zelante chimico che volesse meglio indagare questo processo ipotetico in cui un ossido, non meglio precisato, semina cristallo e nichel.
Però, attenzione. Tutto ciò non implica che una canzone (o una poesia) non possa essere scientificamente precisa, se l’intento è quello. Lo stesso Battiato in Pollution, poco più di un decennio prima, cantava queste parole:
È il volume liquido
Che passa in una sua sezione
Nell’unità di tempo
proseguendo poi con altre specificazioni, dello stesso tono rigoroso da libro di testo. Insomma, ci sono infiniti modi di giocare con la scienza magari scatenandone il potere evocativo, oppure denunciando sottilmente il senso di distacco dall’umano di un certo modo di raccontarla, tanto in una poesia quanto in una canzone. Dipende da ciò che si vuole, appunto. E soprattutto, dal fatto di sapere ciò che si vuole e saperlo ottenere.

Entriamo perciò finalmente nella scienza di questa canzone, facendo deflagrare le sue felici e creative contraddizioni. Arrivare in fretta alle porte di Sirio, innanzitutto, apparrebbe già impresa notevolissima. Sirio è – possiamo concederlo – una stella tra le più vicine alla Terra: con i suoi quasi 8,6 anni luce di distanza, è appena la quinta in ordine di distanza. A voler essere pignoli, è in realtà un sistema binario: attorno alla componente principale (detta Sirio A) orbita infatti una nana bianca chiamata Sirio B, che compie la propria rivoluzione attorno alla compagna con un periodo di circa mezzo secolo. Per arrivare alle porte del sistema di Sirio (posto che, qualunque cosa sia, si trovi da quelle parti), con la tecnologia attuale, ci impiegheremmo circa centocinquantamila anni. Questo è infatti quanto ci vorrebbe, viaggiando alla velocità delle sonde Voyager (circa diciassette chilometri al secondo, tra gli oggetti artificiali più veloci in assoluto) per coprire gli ottantunomila miliardi di chilometri (e passa) che ci separano, appunto, dal sistema di Sirio. E’ ben lecito pensare che nel mondo futuristico di Franco, i sistemi di propulsione siano diversi, chessò, sfruttino qualche piega dello spazio tempo, magari attraversino buchi bianchi o cose del genere.
Per parte sua, l’accenno ai provinciali dell’Orsa Minore ci proietta subito in uno spazio cosmico ancor più evocativo ed (se possibile) indefinito. L’Orsa Minore è infatti una costellazione del cielo settentrionale. Per la sua natura, dunque, non è un sistema fisico reale e non si può propriamente parlare di distanza, perché le sue stelle sono a varie distanze da noi. Al suo interno si trova il polo nord celeste, che è la coda dell’asterismo chiamato Piccolo Carro. Le stelle principali della costellazione sono tutte a distanza superiori a cinquanta anni luce: dunque se possiamo dirci provinciali di tale costellazione è soltanto in un un senso molto largo.
Le rotte in diagonale sono, indiscutibilmente, un fulgido esempio di semplicità evocativa raffinatissima. La miglior descrizione è quella che trovo come commento sul testo in Genius,
Sarebbe come dire, pensare fuori dalla scatola. Continuando nell’analisi, il citato capitano del centro impressioni ci appare come figura enigmatica che – nella poetica della canzone – non sembra necessitare ulteriori specificazioni. Rimane il significato ambivalente di questo esaurimento, che potrebbe anche essere un non allineamento con un potere centrale, il quale non esita a mandare in esilio chi non sia completamente omologato. Ma più ancora di questo, è forse un accenno veloce ad una parte umana nell’esplorazione e nella colonizzazione dello spazio, poiché verosimilmente, nell’esaurimento, vi è invece un aggancio alla fragilità che ci accompagna anche nell’esplorazione degli spazi cosmici. Come a dire, siamo umani, anche davanti alle porte di Sirio. Abbracciamo il cosmo, ma anche le nostre debolezze.
Cosa è vero? Forse entrambe le cose, insieme a mille altre. Questo è il bello di tale descrizione ampia, che vibra costantemente su molti significati e collassa su uno di questi, solo quando noi (ascoltando, leggendo) gli attribuiamo un significato. In questo modo diventiamo parte attiva nella costruzione del senso: non lo riceviamo e basta, ma lo elaboriamo insieme all’autore. L’ho già detto, che è arte?
Alla fine, peraltro, tutto è una preparazione al lungo viaggio / in cui ci si perde. Quale sia questo viaggio, anche qui non è chiarito (solo attenzione, la rotta è in diagonale). Perché la risposta, credo ci direbbe Battiato, tocca a noi lavorarla, darle forma, darle senso. Attraverso la scienza, attraverso la poesia. Soprattutto, attraverso la nostra stessa vita.



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