Era il 14 marzo del 1996 quando nelle edicole italiane arrivava un albo che in qualche modo cambiò il fumetto italiano in modi che all’epoca né gli autori né noi lettori potevamo immaginare: Paperinik New Adventures, o semplicemente PKNA.
In questo 2026, dunque, ricorrono i trent’anni da quel primo albo, il numero 0, in effetti. E sono diverse le storie celebrative di quella mitica stagione: tra storie su Topolino e su Paperinik e albi speciali di prequel pubblicati nello stesso formato dell’originale PKNA, le proposte per i pkers stanno proseguendo nel corso di tutto questo 2026. Per cui questo mi è sembrato il momento giusto per celebrare quei trent’anni raccontando di una delle armi iper-tecnologiche più identificative ancora oggi di quelle storie: lo scudo extrasformer.
Una scazzottata aliena

Lo scudo esordisce su PKNA n.0 ed è una delle armi sviluppate dal geniale e misterioso multimiliardario Everett Ducklair, misteriosamente sparito dalla circolazione (si scoprirà solo successivamente del suo destino e delle sue origini).
La prima volta che lo vediamo in opera è quando gli evroniani, gli alieni invasori provenienti dallo spazio profondo e giunti per conquistare la Terra, attaccano il party organizzato sulla Ducklair Tower in onore di una notissima soap opera del Calisota: Patemi.

La storia, però, ci mostra anche le prime caratteristiche dello scudo: un paralizzatore bradionico che sospende il tempo soggettivo (qualsiasi cosa esso voglia dire!), l’arma 87 bis che sul momento non funziona, il pugno precedentemente detto, che può allungarsi e anche staccarsi a piacimento, lo stesso scudo che può essere lanciato in direzione dell’avversario, e, soprattutto, il comando densomorfico, che permette sia al pugno di allungarsi, sia allo scudo stesso di cambiare forma.
Lo stesso scudo, in base a quanto scritto nella scheda tecnica presente sull’albo, è costituito da tecnometallo espanso e materiale mutageno. A ideare tutto ciò troviamo Alessandro Sisti ed Ezio Sisto, motori del progetto e sceneggiatori di PKNA n.0.
Se, però, proviamo a pensare allo scudo extrasformer con gli occhi della scienza che abbiamo a disposizione, ciò che ci verrebbe naturale chiederci è se ci sono modi per rendere uno strumento del genere plausibile. E non solo la risposta è positiva, ma andando indietro nel tempo di appena qualche anno scopriamo che in effetti qualcuno aveva pensato a un uso della nanotecnologia che potrebbe farci pensare proprio al comando densomorfico di PKNA n.0.
Una nebbia di nanobot

Questi robot, un po’ come quelli immaginati da Richard Feynman in un suo famoso speech (che molti considerano il punto di partenza della nanotecnologia), di dimensioni microscopiche, erano dotati di bracci estensibili e orientabili in grado di riconfigurarsi in una struttura reticolare tridimensionale. Il tutto grazie a particolari punti di aggancio attraverso i quali non solo riconfigurare la struttura costruita, ma anche scambiarsi informazioni.
Tutto ciò, però, andrebbe scritto al condizionale, perché rimase sulla carta, in particolare nell’articolo Utility Fog: A Universal Physical Substance, versione estesa della conferenza che Hall fece in occasione del convegno Vision-21: Interdisciplinary Science and Engineering in the Era of Cyberspace organizzato dalla NASA nel 1993, ovvero più o meno negli anni in cui veniva presumibilmente ideato PKNA.
Questa utility fog, il nome assegnato ai foglet quando si mettono insieme, all’inizio era stata pensata da Hall per progettare delle nuove e più efficienti cinture di sicurezza, ma insieme ai suoi collaboratori si rese conto che gli usi ipotetici di questo ipotetico strumento sarebbero decisamente molto più ampi.
Il punto, però, è che non sono mai stati realizzati, anche se qualcuno ci si è avvicinato e non poco.
Nanobot che cambiano forma
Quasi contemporaneamente sulle pagine delle due riviste concorenti, Nature e Science, sono usciti tra settembre e novembre 2024 due articoli in cui si raccontava di nanobot in grado di spostarsi e compiere le azioni più disparate, incluso aggregarsi in forma diverse, un po’ come i foglet.
In particolare su Electronically configurable microscopic metasheet robots vengono presentati dei nanobot di geometria esagonale che grazie a particolari impulsi elettrici sono in grado di assumere forme differenti, ma preprogrammate, e può anche espandere o contrarre la propria area di circa il 40%. Più o meno come lo scudo extrasformer!

Anche i nanobot descritti in Magnetically programmed diffractive robotics sono in grado di muoversi e aggregarsi per creare forme differenti, ma cambia il sistema. Non più impulsi elettrici ma dei magneti nanoscopici di due forme differenti, in modo tale che le risposte di nanobot diversi siano diverse uno dall’altro anche di fronte al medesimo campo magnetico esterno.
Tra l’altro lo stesso gruppo di ricerca di quest’ultimo lavoro, guidato da Paul McEuen e Itai Cohen, pochi anni prima, nel 2022, aveva proposto degli attuatori di dimensioni microscopiche in grado di creare un origami in grado di ripegarsi da solo, altra funzione utilizzata dallo scudo extrasformer grazie al comando densomorfico.

Come abbiamo visto, però, tutto ciò prevede anche che le istruzioni dei nanobot siano preprogrammate, motivo per cui lo scudo di Everett Ducklair ha anche dietro un corposo manuale d’uso che ovviamente Paperinik ha dimenticato di leggere, come sappiamo dall’iconica vignetta in cui la sua arma fa cilecca, evidentemente perché ha premuto il pulsante sbagliato!
Da qual momento, però, il buon PK non ha più sbagliato un colpo. O quasi!



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