Scoperte Esopianeti

Missione nello spazio

Somewhere out in space dei Gamma Ray è il punto di partenza per approfondire il concetto di nave generazionale.

somewhere_out_in_space-coverI Gamma Ray sono una band power metal fondata nel 1988 dal chitarrista degli Helloween Kai Hansen. Il loro ultimo album in studio, Empire of the Undead, risale al 2014, ma noi oggi ci occuperemo del loro quinto album in studio e in particolare della title track, Somewhere out in space.
Il genere di composizione dell’album è tipicamente power metal, ma la velocità di esecuzione ancora più elevata rispetto al solito lo classifica anche come speed metal, variazione americana del power metal classico. Il tema di Somewhere out in space è, più che l’esplorazione spaziale, la fuga dal pianeta, per intraprendere una missione per la razza umana:

Out on a journey, on a mission for the human race

Sia il ritmo e l’esecuzione serrata, sia il testo trasmettono la sensazione di un tempo che scorre senza lasciare molte possibilità oltre andare da qualche parte nello spazio, come ben raccontato dai versi:

Tomorrow, I’ll see it, another day’s rise
(…)
And as the sun appeared, up in the sky
I saw another day that’s drifting by

Si possono solo sospettare i motivi di questa fuga:

I had to realize
That I’ve been talkin’ to the gods of fire

Il riferimento agli dei del fuoco sembra una metafora per la morte del Sole che, prima o poi nel lontano futuro (sempre che non ci autoestingueremo prima), ci costringerà ad abbandonare la Terra per un’altra destinazione, non necessariamente all’interno del Sistema Solare. A quel punto puntare su uno degli esopianeti scoperti nel frattempo potrebbe essere qualcosa di più di una semplice opzione remota. Il modo per coprire tali distanze non è, ovviamente, semplice, sia per i problemi tecnologici dell’impresa, sia per l’impossibilità di ridurre i tempi del viaggio, la cui velocità è limitata a quella della luce. A questo punto una delle opzioni più utili per affrontare l’esplorazione di sistemi solari diversi dal nostro è quella delle navi generazionali.

Generazioni spaziali

Pioniere della diffrazione a raggi X e della biologia molecolare, John Desmond Bernal è stato indubbiamente un bambino prodigio: all’età di sette anni, dopo aver letto Chemistry of the candle di Michael Faraday, chiese alla madre di scrivere al chimico locale per fornirle i materiali necessari per produrre ossigeno e idrogeno in casa. L’esperimento del piccolo Bernal, condotto in casa, fu quasi letale: l’incidente, però, insegnò al bambino a realizzare gli esperimenti in sicurezza (all’esterno della casa, ad esempio) e non scoraggiò il suo interesse per la scienza(1)Simone Caroti, The Generation Starship in Science Fiction: A Critical History, 1934–2001.
Nel corso degli anni sviluppò, anzi, una concezione politica molto simile a una sorta di socialismo scientifico(2)John Desmond Bernal, The World, the Flesh & the Devil. An Enquiry into the Future of the Three Enemies of the Rational Soul, che ritenne la struttura politica essenziale non solo per una Terra unita sotto un unico governo, ma anche per viaggiare nello spazio. La sua idea era, però, la realizzazione della così detta nave generazionale(3)Simone Caroti, The Generation Starship in Science Fiction: A Critical History, 1934–2001, che venne descritta per la prima volta proprio dallo stesso Bernal in un saggio del 1929(4)John Desmond Bernal, The World, the Flesh & the Devil. An Enquiry into the Future of the Three Enemies of the Rational Soul.
Una nave spaziale che si mette in viaggio verso le stelle con un equipaggio umano e un periodo stimato di secoli deve, però, essere dotata di un sistema completamente autosufficiente nella produzione dell’energia e delle materie prime essenziali per il mantenimento della vita dell’equipaggio stesso. Poiché il destino della nave è viaggiare per un tempo indefinito, l’equipaggio sarà costituito da veri e propri coloni, il cui obiettivo è quello di mantenere viva la razza umana nel corso del loro viaggio spaziale, probabilmente senza mai fermarsi veramente da qualche parte, ma alleggerendo il peso del tasso di crescita della popolazione lasciando sui pianeti abitabili coloro che sentiranno l’esigenza di esplorare nuovi mondi(5)Isaac Asimov, Civiltà extraterrestri.
La realizzazione di una nave di tal genere può avvenire in modi differenti: ad esempio, come suggerisce Bernal, costruendola direttamente nello spazio ricavando i minerali necessari dagli asteroidi(6)John Desmond Bernal, The World, the Flesh & the Devil. An Enquiry into the Future of the Three Enemies of the Rational Soul. Oppure, come suggerisce ad esempio Leslie R. Shepherd(7)L.R. Shepherd, Interstellar flight (pdf)., si potrebbe catturare un asteroide sufficientemente grande da permettere di ricavare al suo interno gli ambienti per la vita quotidiana dei pionieri, dotarlo di un motore, magari nucleare, e degli strumenti astronomici per osservare l’universo alla ricerca di un buon posto dove dirigersi.
Ovviamente l’idea era molto ghiotta per qualunque scrittore di fantascienza, visto che la nave generazionale fornisce un ottimo strumento per percorrere in maniera plausibile le distanze interstellari e al contempo raccontare storie, come ad esempio in The living galaxy di Laurence Manning o Space for industry di John W. Campbell. Tra le opere divulgative si segnala anche Islands in space: the challenge of the planetoids di Dandridge Cole, libro forse non molto interessante, per come lo recensisce Frank Edmondson su Science, ma che ha il pregio di descrivere da un punto di vista un po’ più scientifico la cattura di meteoriti e asteroidi proprio con l’obiettivo del viaggio interstellare, e che il recensore definisce la parte più controversa(8)Edmondson, F. K. (1965). Islands in Space: The Challenge of the Planetoids. Dandridge M. Cole and Donald W. Cox. Chilton, Philadelphia, 1964. xii+ 276 pp. Illus. $6.95..
Su questa linea c’è anche l’idea di Freeman Dyson di utilizzare le comete come mezzi per il viaggio interstellare: il fisico teorico, infatti, suggeriva di sviluppare una pianta geneticamente modificata per crescere sulla superficie di una cometa ed estrarre in questo modo le sostanze necessarie per il sostentamento della vita.
Per ora siamo ancora ancorati al nostro pianeta: la tecnologia a nostra disposizione non ci permette di affrontare l’esplorazione dello spazio oltre i confini del Sistema Solare. D’altra parte anche l’esplorazione dei nostri stessi dintorni al momento è affidata a satelliti e sonde spaziali, sebbene il ritorno sulla Luna, questa volta in pianta stabile, sembra sempre più vicino. Nell’attesa accontentiamoci dei versi dei Gamma Ray, dalla cui canzone siamo partiti per questo piccolo viaggio tra le stelle:

All that I see is the years… somewhere out in space
And it’s time for deliverance

Note

Note
1, 3 Simone Caroti, The Generation Starship in Science Fiction: A Critical History, 1934–2001
2, 4, 6 John Desmond Bernal, The World, the Flesh & the Devil. An Enquiry into the Future of the Three Enemies of the Rational Soul
5 Isaac Asimov, Civiltà extraterrestri
7 L.R. Shepherd, Interstellar flight (pdf).
8 Edmondson, F. K. (1965). Islands in Space: The Challenge of the Planetoids. Dandridge M. Cole and Donald W. Cox. Chilton, Philadelphia, 1964. xii+ 276 pp. Illus. $6.95.

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Scritto da

Gianluigi Filippelli Gianluigi Filippelli

Ha conseguito laurea e dottorato in fisica presso l’Università della Calabria. Tra i suoi interessi, la divulgazione della scienza (fisica e matematica), attraverso i due blog DropSea (in italiano) e Doc Madhattan (in inglese). Collabora da diversi anni al portale di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, dove si occupa, tra gli altri argomenti, di fumetto disneyano, supereroistico e ovviamente scientifico. Last but not least, è wikipediano.

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