Scoperte Donne e scienza

Trasformare la scuola in una comunità che crea futuro

Intervistiamo la Dirigente Daniela Conte del Ferraris di Napoli sui Laboratori Territoriali per l’Occupabilità: un progetto tra innovazione, dati e riscatto sociale
Daniela Conte
Daniela Conte
Entrare all’Istituto Tecnico Industriale “Galileo Ferraris” di Napoli significa attraversare una soglia che va ben oltre l’idea tradizionale di scuola. Qui la parola chiave non è solo innovazione, ma legame: tra studenti e docenti, tra formazione e lavoro, tra un quartiere complesso di Napoli, Scampia, e la promessa di un futuro possibile.
Lo racconta con passione la dirigente scolastica Daniela Conte, anima di un percorso che sta trasformando il rapporto tra scuola e territorio con un progetto che vale la pena di raccontare. Si chiamano LTO, Laboratori Territoriali per l’Occupabilità, finanziati dal Piano Nazionale Scuola Digitale e pensati per creare un ponte concreto tra istruzione e mondo del lavoro.

Dirigente Conte, lei è arrivata al Ferraris in un momento delicato. Qual è stato il primo impatto?
Impatto forte, direi. Il Ferraris non è solo una scuola: è una città. Parliamo di oltre 2.000 studenti, più di 300 docenti, 60 ATA, 100 classi. Quando sono arrivata, nel 2024, il progetto LTO esisteva dal 2016, ma era rimasto in gran parte sulla carta. Il Ministero mi ha chiesto se intendessi portarlo a termine. Ho risposto: datemi il tempo di capire. Da lì è iniziato tutto.
La scelta è stata quella di non “vincere facile”. Sarebbe stato semplice concentrare tutto dentro il Ferraris. Invece ho voluto ribaltare il paradigma: partire dai bisogni reali dei ragazzi e del territorio, costruendo un laboratorio diffuso, in rete. Il Ferraris come capofila, sì, ma con la responsabilità di generare legami, non di accentrare risorse.

Uno degli elementi più innovativi dell’LTO napoletano non è soltanto la dotazione tecnologica, ma il modo in cui il laboratorio dialoga con la realtà circostante.Perché il territorio è così centrale nel progetto?
Perché l’occupabilità non è un concetto astratto. Dipende dal contesto economico e sociale in cui i ragazzi vivono. Un laboratorio che non dialoga con il territorio rischia di formare competenze eccellenti ma inutilizzabili. l’LTO nasce proprio per leggere il territorio e costruire percorsi coerenti con la richiesta del mondo del lavoro.
Per questo siamo partiti da un’analisi puntuale dell’area metropolitana nord di Napoli: alta densità di piccole e medie imprese, forte presenza di settori tecnologici e informatici, ma anche fragilità sociali e rischio dispersione. Napoli è la terza città italiana per numero di PMI: il lavoro c’è, ma spesso non incontra le competenze giuste. Il laboratorio serve proprio a ridurre questo mismatch.

L’LTO del Ferraris non è un’aula attrezzata in più: è un vero ecosistema. Ci spieghi in dettaglio cosa significa laboratorio territoriale diffuso?
Significa che non è un laboratorio chiuso dentro la scuola. Abbiamo costruito una rete che coinvolge altre scuole, enti di formazione, ITS Academy, imprese, terzo settore. Ogni attore contribuisce alla filiera dell’occupabilità. Il Ferraris coordina, monitora, raccoglie dati, ma l’impatto è diffuso su tutta la città.
Ogni istituto della rete ospita un laboratorio tematico coerente con il proprio indirizzo: stampa 3D, robotica, multimedia, editoria digitale, accoglienza, cucina smart. Un sistema interconnesso che coinvolge anche scuole di quartieri meno abituati alla didattica laboratoriale.

Uno degli aspetti più innovativi del progetto LTO riguarda la raccolta degli esiti a distanza. Perché è così importante monitorare cosa succede dopo la scuola?
Oggi il sistema nazionale rileva solo due cose: iscrizione all’università e contratti di lavoro formalmente registrati. Tutto il resto sparisce. Ma la vita reale dei ragazzi è molto più complessa: tirocini, ITS, lavori intermittenti, riorientamenti. L’LTO nasce anche per recuperare questi dati invisibili.
Per questo è nato il portale Ferrarisfuture.it, una piattaforma che mantiene il contatto con i diplomati per almeno cinque anni, raccogliendo informazioni su percorsi di studio e lavoro. Intorno a questo portale abbiamo costruito un vero e proprio servizio di placement, capace di incrociare domanda e offerta, di seguire non solo gli studenti più brillanti ma anche i profili fragili: NEET, adulti, donne, persone con disabilità.
La scuola non finisce con il diploma. Con questi dati possiamo intervenire, riorientare, accompagnare. E soprattutto possiamo dialogare con il Ministero in modo concreto: non vogliamo sostituirci al sistema nazionale, ma costruire dal basso strumenti che permettano alle politiche pubbliche di leggere meglio la realtà. Se gli esiti a distanza vengono raccolti in modo strutturato, la scuola diventa davvero un nodo stabile tra istruzione, lavoro e territorio.

Accanto alla dimensione formativa, tecnologica e occupazionale, c’è quella umana. Lei parla spesso di “scuola dei legami”: a quali risultati porta questo approccio e quanto è importante l’inclusione?
I risultati si vedono eccome, sul piano della formazione. Nell’ultimo anno, su 303 diplomati, cinque hanno ottenuto 100 e lode, oltre cinquanta il massimo dei voti e circa tre studenti su quattro sono usciti con una valutazione superiore all’80. Numeri che dimostrano come attenzione alla persona, didattica laboratoriale e rigore possano procedere insieme.
Tuttavia, in una grande scuola il rischio è l’anonimato. Io credo che senza appartenenza non ci sia apprendimento. Per questo il Ferraris è aperto dal lunedì al sabato, spesso anche la domenica. Laboratori, WebTV, contest, attività pomeridiane: tutto serve a creare comunità.
Al Ferraris abbiamo anche 123 studenti con certificazione 104. Questi ragazzi e ragazze non si devono “collocare”: si accompagnano. Le intelligenze sono multiple, come ci ha insegnato Gardner. Il laboratorio serve anche a questo: a non lasciare indietro nessuno, a costruire percorsi mirati, dignitosi, reali.

In questo mese di febbraio si celebrano le ragazze e le donne nella scienza. Lei partecipa con le alunne della scuola a questo evento internazionale promosso dall’ONU: che cosa la colpisce di più di questo contesto, da dirigente e da donna?
Mi ha colpita, prima di tutto, il cambio di prospettiva: per una volta non si parlava “delle ragazze” in astratto, ma con le ragazze, mettendole al centro di un racconto composto da scienziate, chirurghe, ricercatrici che mostravano, con la propria biografia, che la competenza femminile nella scienza non è più un’eccezione ma una realtà.
Da dirigente mi ha colpito la forza di una domanda solo in apparenza teorica – “quanto pesa il gender gap in medicina?” – che in realtà descrive benissimo ciò che vedo ogni giorno: quando le ragazze non hanno modelli, quando non vedono donne in camice, in sala operatoria, in laboratorio, finiscono per autoescludersi dai percorsi STEM prima ancora che qualcuno le ostacoli apertamente. Portarle in quel contesto significava far vedere loro, in carne e ossa, che “si può fare” e che la scienza ha bisogno anche del loro sguardo.
Da donna, mi ha toccato il tono delle testimonianze: nessuna retorica vittimista, ma una narrazione lucida delle difficoltà – tempi di lavoro, carichi familiari, stereotipi – accompagnata però da una determinazione serena a non rinunciare né alla propria identità femminile né all’eccellenza professionale. È un equilibrio di cui parlo spesso con le mie studentesse: non siete chiamate a imitare un modello maschile, ma a portare nella scienza il vostro modo di essere, anche fatto di empatia, di cura, di capacità relazionale.

Congresso vite3 daniela conte studentesse
Daniela Conte con le due studentesse Chiara Calzona e Carmela Manzo al congresso VITE III a Matera.

Che sviluppi ci sono stati dopo la partecipazione a quell’evento per le sue studentesse? Ci può raccontare degli esempi concreti?
Vi racconto di due studentesse, Carmela e Chiara. Per Carmela, quella giornata è stata una vera svolta orientativa: ascoltando le dottoresse e le ricercatrici, ha trovato le parole per nominare un desiderio che forse aveva già dentro, ma che non osava dichiarare fino in fondo. La domanda sul peso del gender gap in medicina l’ha spinta a chiedersi non solo “posso farcela?”, ma “che contributo posso dare io per ridurre questo divario?”. Da lì sono seguiti due passaggi: una scelta più convinta del percorso verso Medicina e una maggiore assunzione di responsabilità nello studio, sostenuta anche dalla borsa di studio che ha ricevuto proprio in quell’occasione. Quella borsa, oltre all’aiuto economico, è un messaggio molto chiaro: il tuo talento scientifico è riconosciuto e atteso.
Per Chiara, che era già in un indirizzo tecnico e con un’idea molto chiara sull’ingegneria, quell’evento ha avuto un effetto diverso: ha dato senso “umano” a ciò che lei già faceva con l’elettronica. Il guanto sensorizzato per la diagnosi precoce dei noduli al seno ideato da lei nasce esattamente da questa sintesi: usare la tecnologia per la salute delle donne. Dopo “la giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza”, lei ha preso ancora più consapevolezza di quanto un progetto del genere non sia solo una bella esercitazione tecnica, ma una possibile risposta concreta a un bisogno reale di prevenzione. Il suo dispositivo è stato presentato in contesti nazionali, davanti al ministro e alla stampa, e ha iniziato a dialogare con aziende del settore high-tech.

Vorrei concludere questa intervista con un’immagine simbolo di questo percorso.
Nel 2025 il Ferraris ha ospitato al Teatro San Carlo il summit internazionale NextGen AI: seicento partecipanti, studenti da quaranta Paesi, Napoli al centro del dibattito sull’intelligenza artificiale applicata alla didattica.In quel momento ho capito che la scuola può cambiare la narrazione di un territorio . Anche in contesti difficili si può costruire eccellenza, futuro e dignità. L’importante è crederci e lavorare insieme.

L’intervista si chiude, ma resta la sensazione di aver incontrato qualcosa di prezioso: una scuola che non si limita a istruire, ma orienta, accompagna, misura, crea opportunità. Un laboratorio che diventa territorio. E un territorio che, grazie alla scuola, prova a immaginare se stesso in modo nuovo.

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