Insegnare l'astronomia

Innovare la didattica con l’astrofisica

Il concetto di “didattica innovativa” – molto utilizzato e spesso abusato – non ha certamente per tutti  lo stesso significato.

Soprattutto in ambito universitario o dell’istruzione degli adulti, alcuni si concentrano sulla modalità di comunicazione docente/studente e classificano come modalità innovativa una didattica che faccia un uso assiduo di dispositivi e software che spostano l’azione didattica dall’aula alla stanza dello studente. A seconda del grado di questo spostamento si parla di online learning o blended learning (quando le attività in presenza si alternano alle attività in aula virtuale o a lezioni asincrone). A volte anche per quanto riguarda la scuola dell’obbligo si utilizza  questo termine per indicare una modalità di comunicazione diversa da quella standard per cui viene chiamata didattica innovativa tutta la didattica (anche quella  tradizionale) che viene condotta attraverso piattaforme digitali come ad esempio le Classroom di Google suite o i Teams di Microsoft. Didattica digitale sarebbe forse l’aggettivo più adatto per questo tipo di pratica ma il fraintendimento nasce dal fatto che  chiaramente le due cose si intrecciano: avere i ragazzi connessi ad un computer con la possibilità di scrivere codice, di esplorare le mappe di Google o la possibilità di accedere ad esempio a database museali o a dati scientifici apre molte possibilità e può essere uno strumento di vera innovazione didattica.

D’altra parte soprattutto quando questa novità non è una profonda scelta pedagogica ma il frutto di una moda o di una contingenza, come può avvenire proprio in questi mesi di emergenza sanitaria, non è detto che a uno strumento di comunicazione nuovo corrisponda una vera innovazione didattica. In questi casi la replica “in digitale” di vecchi modi di stare in classe può rappresentare al contrario una grande perdita soprattutto in termini di socialità e confronto tra i ragazzi.

Andando un po’ più a fondo c’è chi collega il concetto di didattica innovativa all’utilizzo nelle attività di strumenti e materiali didattici tecnologici: dai lego spike a scratch, dai motorini da modellismo agli strawbees, da arduino ai makey makey. La scelta è enorme e per le scuole italiane  è ormai abbastanza semplice procurarsi questo materiale. A partire dal 2015 con il Piano Nazionale della Scuola Digitale (PNSD) del DDL della Buona Scuola, poi rifinanziato da tutti i governi fino ad oggi, attraverso i vari PON per la didattica innovativa, le scuole si sono arricchite di atelier digitali in cui  robotica educativa, tinkering, coding, digital fabrication e produzione video la facevano da padrone.

La domanda un po’ provocatoria a questo punto è la seguente: pensate che l’utilizzo di questi nuovi e scintillanti devices basti affinché la didattica ad essi associata si possa dire innovativa? Certamente i materiali hanno il loro peso, e alcuni materiali veramente chiamano una facilitazione “leggera”, di cooperazione tra pari e di ricerca comune ma ovviamente il materiale da solo non è magico e non basta. Un computer è solo un computer e si può paradossalmente trasformare in uno strumento perfetto per una didattica ultra-tradizionalista, una didattica fatta di istruzioni e di nozioni che vengono trasferite dal docente allo studente, una didattica che ha al centro l’azione del docente e non l’apprendimento dello studente.

Per le pratiche che richiedono una dotazione tecnologica anche minima quanto detto finora è lampante ma anche in altre pratiche didattiche innovative ci si trova ad affrontare problemi simili. Ad esempio non basta portare un gioco da tavolo a scuola per fare didattica ludica o “stare in giardino” per costruire un percorso di outdoor education.

Ma allora che cosa è questa didattica innovativa? Ognuno ha una propria personalissima ricetta, forse per capire la didattica innovativa si potrebbe partire dalle esigenze alle quali prova a rispondere.

Le nostre società  che chiamiamo  “società della conoscenza” sono cambiate, hanno meno bisogno di esecutori e gran bisogno invece  di cittadini che giochino un ruolo attivo e riescano ad interpretare un mondo in rapido cambiamento.  Questo significa non solo comprendere anche le “scienze dure”, come le STEM (Science Technology, Engineering and Mathematics) ma comprendere i meccanismi della scienza e dello sviluppo tecnologico.

Questa non è solo una questione di educazione ma di democrazia, ci dobbiamo impegnare per formare cittadini e non sudditi, persone che ad esempio potrebbero affrontare un dibattito pubblico sulle politiche energetiche del paese.

Con queste premesse quindi benvenuti e prepariamoci a tuffarci alla scoperta della didattica innovativa!

Scritto da

Sara Ricciardi Sara Ricciardi

Ricercatore presso l'Osservatorio di Astrofisica e di Scienza dello Spazio di Bologna. Nel campo della didattica e della divulgazione, si occupa di attività di tinkering per le scuole.

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