Una mattina d’estate, mi metto in macchina per andare in osservatorio. Una mattina come tante, anche se ogni mattina è diversa (in modo sottile, il più delle volte). Per il mondo, per come lo vedo e lo sento, per come ridefinisco l’universo intorno a me.
Già, l’universo.
Chi mai ci pensa di mattina, all’universo? È come fosse dato per scontato: concediamo che esiste (perché negarne l’essere ci darebbe dei problemi), però non ce ne occupiamo. Eppure lui sarebbe lì a dire ehi, ma non mi guardi, non mi pensi? Come mi trovi, stamattina? Ma ti rendi conto di quanto sono diverso da ieri? Ora che prendi il caffè, lo sai che il quasar 3C273 è più lontano da te di quasi quattro miliardi di chilometri rispetto alla tua tazzina di ieri?

Spesso, le mie preoccupazioni al risveglio sono decisamente più terra terra. Altro che spazio interstellare, si vola a pochi centimetri dal suolo, abbondantemente sotto rilevamento radar. Molti hanno bisogno di un po’ di tempo per carburare, io sono senz’altro tra questi.
Ho le mie strategie. Qualche scampolo di letture ben scelte, mentre faccio colazione (con il Kindle, così posso evitare di inforcare subito gli occhiali). E poi, lei: la musica, mi aiuta. Mi riporta a contatto con il senso del bello, con il quale ricomincio a fare pace con il cosmo, a percepire – innanzitutto – che lui c’è.
Anni fa, sceglievo una cassetta e la inserivo nell’autoradio, se il tempo era sufficiente – o il traffico ingente – mi ascoltavo un album pari pari. Ora gli strumenti sono diversi, i supporti fisici sono in via di sparizione, gli ascolti sono assai meno tematici (lo so, me ne sono già lamentato di recente, ma tant’è). Ho una playlist “pensata” proprio per i viaggi in macchina, spesso lascio scorrere quella. Poi con il fatto che Spotify – da un po’ di tempo – mixa anche i brani, sembra quasi di avere una radio fatta su misura, con solo le cose che mi piacciono (per inciso, più cresco e più divento intollerante verso quelle che non mi piacciono, la mia mente aduna subito una pletora di ragioni per le quali non possono davvero piacere).
Nella mattina d’estate (sempre quella) quasi subito arriva lui, il grande Franco Battiato. Con una canzone il cui titolo (che è anche ritornello) si mostra sufficientemente perentorio per essere subito proiettati fuori dai pensieri spiccioli della mattina
La canzone, che apre l’album Fleurs 2 (2008) è splendida ed è delicatamente impreziosita dalla voce flautata di Carmen Consoli. Il titolo peraltro non viene cantato, ma quasi declamato, a sottolinearne ulteriormente l’importanza. Ecco dunque che l’universo viene infilato dentro la mia mattina, mi raggiunge fin dentro la macchina: che io lo voglia o no.
Ormai (anche per colpa di questa rubrica) quando qualcuno si gioca la parola universo in una canzone (invece chessò, di cielo, mondo, cosmo…) io mi attivo: lo avverto come un atto di deliberata connessione con quanto per me è oggetto di studio e riflessione. A volte, la intendo proprio come una provocazione. Tu che ti fai chiamare astrofisico, che mi dici di questo?
Accuso il colpo, prendo tempo. Non voglio affrettare risposte. Imbocco guardingo il Grande Raccordo Anulare, in direzione della Roma Napoli, proprio mentre Franco canta
Come bisonti infuriati
Le strade sono praterie
Accanto a grattacieli assolati
All’altezza dell’ingresso dalla Nomentana non scorgo grattaceli – concedo che sarebbero comunque assolati, in questo periodo di estrema canicola – ma le auto stridono e corrono per certo, in questa prateria del Raccordo (come è sinteticamente chiamato a Roma). Mi rigiro nella mente la frase sull’Universo: Franco e Carmen me la ripetono più volte, in caso intendessi continuare a far finta di nulla.
Alla fine, mi arrendo. Credo che bisogna, in casi come questi, fare come i bambini. Non pensare subito di aver capito, ma tornare ai fondamentali. Alle domande bambine, appunto: quelle disarmanti, proprio quelle che i grandi non si fanno più. Tipo, ma che vuol dire? Il titolo del brano è solo una frase tanto per dire, scelta per l’effetto delle parole? E anche se fosse – con Battiato, non credo – perché queste parole mi fanno effetto? A cosa vanno incontro, nell’universo nascosto della mia anima? Che segrete corrispondenze attivano?
Certo, quando Battiato canta Tutto l’universo obbedisce all’amore, non sta formulando una teoria fisica (si badi, non che non lo possa fare, volendo). Sta piuttosto suggerendo che esista un principio di armonia e di relazione più profondo delle sole leggi della natura. Di fatto, alcuni tra i più grandi fisici del Novecento, pur senza parlare (pubblicamente) d’amore, hanno riconosciuto che dietro l’ordine del cosmo si cela un mistero che la scienza può esplorare, ma non esaurire.
L’amore, propriamente parlando, non è una variabile fisica, lo sappiamo. Siamo dunque su un terreno delicato. Però è anche vero che il cielo stellato, per come lo percepiamo noi, non è affatto un aggregato di dati asettico e di trascurabile impatto emotivo. Contemplandolo, avvertiamo una misteriosa e profonda corrispondenza con qualcosa che vive dentro di noi. In fondo questa rubrica non cerca altro che di sondare questa corrispondenza, senza derivare per forza conclusioni o evidenziare assiomi. Se il cielo stellato non ci colpisse, dopotutto, non sarebbe finito nelle pagine dei grandi della letteratura, nella musica, nei film.
Brian Swimme è un cosmologo contemporaneo dalla scrittura alquanto poetica. Colgo una sua frase che potrebbe stare bene accanto a quella di Battiato:
Dovrebbe ormai essere chiaro che non stiamo parlando di risultati di equazioni scientifiche, nondimeno tocchiamo un tema fondamentale. Il senso di corrispondenza tra il cosmo e la nostra interiorità, questo senso è stato “registrato” da innumerevoli scienziati e da praticamente tutti gli artisti.
Tecnicamente, si può studiare il cosmo “registrandone” gli aspetti numerici e anzi certamente è una cosa che va fatta, una cosa che porta molti emozionanti risultati: ma possiamo fermarci a questo soltanto, in quanto donne e uomini con un cuore pulsante? Eppoi, è lo stesso studio “scientifico” del reale che ci conduce ad uno stato di aumentata meraviglia, ad una sorta di stupore che riguarda il momento presente, che viviamo dentro e assieme al cosmo. Pensate a che cosa incredibile è vivere adesso, vivere quando – per così dire – le cose esistono.
Che non è detto sia per sempre. Dice infatti il fisico Brian Greene (secondo Wikipedia, tra i più importanti studiosi della teoria delle stringhe, mica uno qualsiasi) in Fino alla fine del tempo (Einaudi, 2020)
Studiare scientificamente il mondo dunque è qualcosa che riguarda assai da vicino i sentimenti che proviamo per esso. Ce ne fosse bisogno, ce lo conferma un premio Nobel come Richard Fayman
La paura che la scienza sottragga meraviglia, cospiri ultimamente contro la poesia, è infondata. La scienza semmai apre a problemi ed ambiti, che essa stessa non può finire di esplorare: ha dunque bisogno di aiuto, di soccorso. Ha bisogno del dialogo con altre discipline, ha necessità della letteratura, della musica, della mistica (intesa nel senso più ampio e libero possibile).
La vera scienza non liquida come effimere le vibrazioni più umane, come amore e compassione, si ferma davanti al senso – tanto misterioso quanto reale – di corrispondenza tra il cuore e le stelle. Semplicemente, ci informa che non è suo compito occuparsene. La scienza non studia il reale ma il mondo naturale: occorrerebbe soltanto tornare a capire che il primo ambito non coincide affatto con il secondo, ma è assai più vasto. Altrimenti perché la metafisica, la musica, la letteratura? Tutte sovrastrutture? Se mai lo fossero, perché ne abbiamo così bisogno?
La frase di Battiato è geniale e felicemente poetica perché apre una questione che non pretende assolutamente di esaurire. Il suo asserto evade dalla logica puramente matematica, senza per questo preoccuparsi di contraddirla. Chiede semmai una verifica squisitamente personale, che impegna tanto il cervello quanto il cuore. Per questo, è supremamente interessante.
Così quella mattina. E intanto (zoom ad allargare) una Puma blu elettrico sbucava fuori dal Raccordo, imboccando l’autostrada Roma-Napoli per uscirne dopo pochi chilometri, al casello di Monteporzio. Dopo un poco, qualcuno sarebbe entrato in osservatorio, con le parole di Battiato ancora in circolo.



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