Nel numero di settembre di questa rubrica, abbiamo lanciato un piccolo sondaggio per i docenti. Potete rileggere le motivazioni qui. Potete anche continuare a compilare il questionario proposto: vorrei che fosse un canale di dialogo aperto. Lo scopo principale è quello di capire in che modo la ricerca e la scuola possano prendersi per mano e camminare insieme in modo efficace, in modo da essere una vera sorgente di arricchimento per ciascun cittadino. Al sondaggio, durato circa 30 giorni, hanno risposto, nella stragrande maggioranza dei casi, docenti delle scuole secondarie superiori.
Partiamo dall’inizio. Allo stato attuale, quanto è efficace la collaborazione tra gli enti di ricerca e la scuola? Direi che la risposta è “così-così”: si ottengono le classiche code basse di una gaussiana, con una grande maggioranza di valutazioni dal 2 al 4, con una media complessiva di 3,4.

Cerchiamo di capire insieme il significato di questo risultato, che non è particolarmente esaltante per gli enti di ricerca in generale.
Riporto di seguito le domande, seguite da una breve analisi, mettendo in evidenza tutte le sfaccettature.
1. In che modo un ricercatore/una ricercatrice di un ente di ricerca può essere utile al mondo della scuola?
Uno dei dati più significativi, indicato in quasi il 40% delle risposte, è la sete di novità di aggiornamento, di risultati recenti. Si chiede ai ricercatori di far respirare la scuola, di restituirle un ruolo di frontiera, introducendo sia i docenti che gli studenti alla ricerca più recente, grazie al contatto diretto con i ricercatori e le ricercatrici. Ma con quali modalità?
Per i docenti ci sono i corsi di formazione (ma devono essere “stimolanti”!), ma per gli studenti? Circa il 65% indica che lo strumento principale è una didattica attiva: progetti, esperimenti, laboratori, che siano proposti con cura e attenzione. Circa il 40% degli insegnanti sottolinea come sia importante calibrare la proposta sui curricula (attenzione però: questo termine è mio e non è mai usato nelle risposte!), soprattutto collaborando con i docenti.
L’importanza di una formazione in education dei ricercatori è sottolineata anche dai risultati che mostriamo nel grafico, senza bisogno di ulteriori commenti.

Più distribuita è la proposta sul dove o sul quando è opportuno programmare gli interventi: c’è chi indica le stesse strutture di ricerca, eventualmente anche per un percorso di FSL, possibilmente dopo il termine della scuola.
Solo il 10% delle risposte sottolinea che sia importante capire, prima della proposta, quali siano gli interessi dei ragazzi. La mia interpretazione è che i ragazzi possano essere interessati a tanti argomenti, a patto di utilizzare la metodologia giusta. E quale potrebbe essere la metodologia giusta? Non ce n’è una sola: una modalità attiva e comunque condotta con passione, con la voglia di mettersi in gioco, condividendo anche storie o aneddoti sugli ambienti di ricerca o sulle scoperte. Last but not least, questa apertura di orizzonte potrebbe svolgere anche una funzione positiva per orientare al mondo del lavoro. Anche nella ricerca, perché no?
2. Al contrario: che cosa bisogna evitare di fare? Quali sono gli errori da evitare?
Secondo il 70% delle risposte, bisogna evitare la specializzazione estrema, le proposte passive – le famose lezioni o conferenze, tanto care ai ricercatori e – un po’ meno – alle ricercatrici. E questo è particolarmente vero se sono interventi spot, che spezzano la didattica regolare già di per sé allo stremo. Occorre poi evitare un taglio troppo alto, che ha il risultato di allontanare le persone e che, a volte, si associa con un approccio freddo, specialistico. Ed è fondamentale evitare di sopravvalutare o sottovalutare il target (come età e competenze) e concordare prima con i prof. e le prof.sse gli argomenti.
Il rischio, infatti, è di ottenere l’opposto di quel che si vuole: le persone si annoiano, si allontanano, si perdono. E chi li riprende più, dopo?
Mi ha colpito un’osservazione specifica, che riporto per come è scritta: Non dare per scontato che la scuola sia un ambiente inclusivo e sereno. Non lo è. Per come la interpreto io, significa che occorre ricordare che la scuola non è un ambiente migliore della società nella quale si trova. Riflette le stesse difficoltà e contraddizioni che conosciamo bene su scala maggiore.
3. Più in generale: secondo voi, quali sono le condizioni da realizzare perché la scuola torni a svolgere un ruolo centrale nella vita del paese? O più modestamente, per mettervi in condizioni di lavorare in modo sereno e soddisfacente?
Questa era la domanda più complessa, ma dall’analisi delle risposte emergono categorie molto chiare. Ecco le dimensioni che mi sembrano emergere meglio:
- Lo spazio: quello a disposizione per i docenti e quello per gli studenti. Laboratori, aule tematiche, ma anche spazi in generale più confortevoli. Gli spazi scolastici devono essere didatticamente efficaci (laboratori, aule a tema), ma anche belli da vivere, accoglienti e piacevoli.
- Il tempo: occorre liberare tempo ai docenti. Tempo per studiare, per formarsi, ma anche per creare contatti con il territorio: insomma tempo da dedicare alla formazione e ad aprire la scuola. E per farlo, probabilmente, occorre selezionare la burocrazia secondo il criterio della sua sostanziale utilità. La burocrazia è un problema per circa il 50% degli insegnanti, anche perché spesso nasconde le inefficienze o le insufficienze del sistema. Il tema del tempo si associa anche a quello del ruolo: gli insegnanti spesso devono anche supportare il personale tecnico-amministrativo, sopperendo alla carenza di personale, invece di approfondire metodi e contenuti della didattica. Per non parlare, poi, della necessaria gestione dei rapporti con i genitori, spesso ingombranti e spesso poco allineati al processo educativo.
- Il riconoscimento economico e sociale. Oltre il 90% dei docenti che hanno risposto, mettono in evidenza che è necessario un investimento maggiore: non solo sugli stipendi dei docenti, ma anche sul riconoscimento sociale del loro ruolo.
Insomma, è chiaro che servirebbe proprio cambiare la struttura del sistema scolastico, spazi, tempi e discipline insegnate nei vari livelli. In altri termini occorre cambiare la visione della scuola e applicare le finalità proprie della scuola pubblica così come sancito dalla costituzione e ribadito da Calamandrei nel suo discorso storico. La delegittimazione e svuotamento della scuola parte da lontano.
Al di là delle possibili sfaccettature che una analisi di questo genere può prevedere, a me pare che il panorama sia relativamente chiaro: docenti poco motivati e poco incentivati, una scuola che tende alla burocrazia sterile, senza preoccuparsi di valorizzare chi, al proprio interno qualità e competenze, modalità di insegnamento vecchie.
Il lato buono però, è la richiesta a un patto specifico con la componente di ricerca, che non dovrebbe farci trovare impreparati!



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