Lo spazio tra le pagine

Omaggio a Plutone

Dall’incontro con Plutone alla poesia, una riflessione sulla meraviglia della scoperta e su ciò che distingue ancora la creatività umana dall’intelligenza artificiale.

Arriva nei pressi di Plutone nel luglio del 2015. Si risveglia dallo stand-by in modo perfetto e inizia solertemente a fotografare la superficie, rivelando per la prima volta una meravigliosa complessità di ambienti.
Lei, la sonda New Horizons, era stata lanciata nove anni prima: sapeva bene di avere un lungo viaggio davanti a sé. Nel frattempo, il pianeta – ironia della sorte, solo pochi mesi dopo la partenza della sonda – era stato declassato a “quasi pianeta” con un pronunciamento dell’Unione Astronomica Internazionale.

Plutone e la New Horizons
“La sonda e Plutone, con una delle sue lune”, elaborazione dell’Autore via chatGPT

Morale della favola: parti con entusiasmo verso un pianeta e quello, quando arrivi, non lo è più. Non è certo un caso che in prima linea a difendere il ruolo di pianeta per Plutone ci fosse Alan Stern, ideatore della missione e suo principal investigator. Quando si votò la nuova definizione di pianeta nell’agosto 2006 (che cacciava subito fuori Plutone dalla categoria), Alan reagì energicamente, definendo la decisione scienza approssimativa (“sloppy science”) e asserendo che non avrebbe superato una normale revisione scientifica tra pari.
La sonda è ancora nei pressi di Plutone (a quasi dieci miliardi di chilometri da Terra) e ci sta inviando dati preziosissimi. Lei sola può farlo: laggiù, non c’è nessun altro che ci può “parlare”. È notizia del mese scorso che probabilmente alcuni strumenti di bordo verranno presto spenti: non perché non funzionano più bene, ma per l’insufficienza dei fondi destinati alla ricerca (online c’è anche una petizione per cercare di evitare che accada).
È un tempo strano, sulla Terra. Un tempo ambiguo, tempo di sedicenti “volenterosi” che corrono (con agghiacciante entusiasmo) al riarmo, per la malcelata gioia delle industrie belliche. Tempo di primi ministri accusati di stragi, onorati nel loro paese e dagli amici nordamericani (e non solo), ma ricercati per crimini di guerra contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. Insieme, tempo di grandi scoperte nel cosmo, specialmente nel Sistema Solare (dalla scoperta di nuove lune alle rinnovate possibilità di imbattersi in vita extraterrestre).
Nonostante questo, interessa poco meravigliarsi per un lontano corpo celeste, ci viene assai meglio gonfiare i muscoli contro il vicino, radunare carri armati sui confini come a Risiko!, minacciare e (assai spesso) bombardare. Questo mi preoccupa, che ci stiano già convincendo che è “necessario”, che sia ormai già avviata la meccanica della menzogna. È il primo passo di ogni guerra: una volta decisa – nelle stanze dove si decide – bisogna poi convincere la gente a farla, a subirla.
La parola di propaganda si situa all’opposto esatto della parola poetica, perché è volgare, oscena. Depotenziata e prostituita al potere, avvilisce, deprime il pensiero. Il cielo (quello della poesia, quello della scienza) è fattore di pace in quanto rieduca alla meraviglia. Rischia dunque – in questo contesto – di dare fastidio. Verrebbe davvero da pensare ad Antonio Seccareccia, con la sua profetica, bellissima poesia, nella quale spedirebbe i potenti sulla Luna, proprio per preservare la vivibilità poetica del pianeta Terra.
Non sono molte le poesie dedicate a Plutone, ed è comprensibile: il corpo celeste è stato scoperto appena nel 1930, meno di un secolo fa. Scelgo di riportarvi questa, di composizione assai recente. Interessante, perché menziona anche la sonda New Horizons:

Nel freddo silenzio ai confini del mondo,
s’accende un saluto, un respiro fugace:
New Horizons scruta il tuo sonno profondo,
poi scivola oltre, lasciandoti in pace.
Un battito d’ali nell’ombra infinita
ha acceso quel cuore scolpito nel ghiaccio;
e torna la notte alla roccia smarrita,
custode per sempre d’un solo abbraccio.

Se siete rimasti perplessi, leggendola, non posso darvi torto. Chi l’ha scritta? Questo è il punto interessante. È stata generata con un motore di Intelligenza Artificiale (nel presente caso, Gemini), dietro mia richiesta di una breve composizione dedicata a Plutone, che includesse tra i versi la sonda New Horizons.
Questa, come altre composizione “sintetiche” di cui ci siamo già occupati, si dimentica – per così dire – assai volentieri. Manca qualcosa, manca quella umanissima irregolarità, quello scarto dal consueto, che è il tratto distintivo dell’arte. Ce ne accorgiamo assai facilmente se approcciamo una vera poesia (tranquilli: nessun trucco, stavolta) su Plutone. Opera dell’italiano Fabio Pusterla (classe 1957), si intitola Breve omaggio a Plutone. Già l’inizio (la composizione si può leggere in rete, sia nell’originale italiano che tradotta in inglese) ci avvolge come qualcosa di arcano ma profondamente nostro: subito il cosmo si sposa felicemente con l’interiorità umana.

Non ridiscendere. Qui
nella notte del vento,
da qualche parte nella notte, lunga
di fari e strade, Plutone
aspetta che tu sali, più in basso.
Più in basso: se resta
nel suo chiuso.’essere
così: non ridiscendere, vai.
Verso i tuoi giorni, solo tuoi e di nessuno.
Verso altre notti più dolci da spezzare
come un frutto, con altri. Non ridiscendere,
vai.

I felici paradossi come sali / più in basso ci portano subito mille anni luce lontano dalle composizioni automatiche. Tanto formalmente corrette, quanto desolantemente prevedibili. Inutili, se non per un aspetto, se non per quel che non sono. Le “poesie” sintetiche in effetti illuminano, ma per privazione.
Osservando infatti gli effetti dell’automazione, ci troviamo di fronte a dei modesti compitini che difettano dolorosamente della scintilla creativa propria dei poeti in carne e ossa. L’esperimento è istruttivo: analizzando delle composizioni automatiche, e paragonandole a vere poesie, capiamo meglio cosa è propriamente l’umano. Irriducibile ad ogni algoritmo.
Queste composizioni automatiche, infatti, non graffiano. Cioè, non contengono nessun momento di sorpresa, nessun accostamento particolare tra parole che attivi la meraviglia di chi legge. Non generano insomma alcun sapore. Sono versi esageratamente tranquilli, si muovono nell’ottica dello status quo, nel ruminante ossequio all’ordine esistente, senza quel sano fermento rivoluzionario che è proprio della vera poesia, della vera arte.
Un minuscolo frammento di Saffo (per esempio anche giovinezza già si dilegua / e nel mio letto resto sola) o di Giuseppe Ungaretti (celebre, mi illumino / d’immenso) mette assai più sotto sforzo le nostre strutture di pensiero, gli affetti personali e gli assetti sociali rispetto a tutti i versi che possiamo far generare a chatGPT o a Gemini.
La vera arte è sempre scomoda. Se non ti porta fuori dalla tua zona di comfort, se non ti richiama ostinatamente a quella specifica bellezza che continuamente perdi di vista, se non ti fa baluginare un fulgore inedito che brilla dietro lo schermo opaco delle tue abitudini, dietro l’equivoca luccicanza degli ordigni di morte, è inutile, quindi non è arte.
Per quanto l’intelligenza artificiale appaia ormai insostituibile in molti compiti, l’arte sintetica – almeno per il momento – non è vera arte. Non produce bagliore, non genera quel momentaneo scarto della ragione (a momentary lapse of reason, per dirla con i Pink Floyd) in forza del quale per un attimo perdi gli appigli necessari al tuo ostinato moto di piccolo cabotaggio, silenzi la mente ragionante, vieni proiettato nella smisurata vastità del cosmo. Per un attimo, voli. La parola poetica non è un tranquillante, è un detonatore.
Riconoscere in che misura l’arte sia specifica dell’umano, ci costringe davvero a chiederci – di nuovo e con più passione – cosa sia l’umano. E a meravigliarci, con rinnovato candore, della sua irriducibile, misteriosa, bellissima fiamma creativa, non riproducibile (secondo studiosi come Federico Faggin, né ora né mai) da alcuna soluzione algoritmica.
Non a caso, proprio Faggin afferma – in un incontro con il filosofo e (appunto) poeta Marco Guzzi che ho avuto il privilegio di moderare qualche anno fa – che l’intelligenza artificiale oggi ci sta incalzando e ci sta veramente muovendo verso la nostra libertà. Ci spinge cioè a prendere coscienza, a difendere l’umano.
L’arte è anche tecnica, certo, ma in ultima analisi vive per quel centro pulsante di felice evasione dall’ordine costituito (di pensieri, di strutture, di convenzioni) che è irresistibile propulsore di cambiamenti e di progresso. Di converso, nessuna macchina si sognerà mai di evadere da un bel nulla: nemmeno da uno stato di guerra (perché non vede l’utilità e la bellezza del farlo, perché non è stata progettata per quello). Nessuna struttura elettromeccanica esprimerà quell’imprevedibile, incalcolabile (in senso stretto) guizzo di coscienza che ci fa riconoscere veramente creativi: punto di reale specificità in questo vasto, vastissimo spazio. Secondo Victor Franckl, psicologo ed inventore della logoterapia, sopravvissuto a tre anni nei lager, il solo fatto di creare è capace di dare senso all’esistenza, a qualsiasi esistenza. Ecco, una macchina non ha il problema di dare senso a nulla, riceve il senso dal nostro stesso operare. Non ha né l’urgenza, né la capacità, di vera creazione artistica.
Così vasto è questo cosmo, che il pur lontanissimo Plutone è in realtà, da un punto di vista globale, appena dietro l’angolo, e mille altre meraviglie attendono di essere scoperte. E sopratutto cantate, con un trasporto e una passione che nascono dalla carne e dal sangue. Quel trasporto e quella passione che nessuna server farm potrà mai veramente generare, ma solo simulare.

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Scritto da

Marco Castellani Marco Castellani

Ricercatore presso l'Osservatorio Astronomico di Roma. Si interessa di popolazioni stellari ed è nel team scientifico del satellite GAIA di ESA. Divulgatore e scrittore per passione, gestisce da anni il blog divulgativo Sturdust.blog (già  GruppoLocale.it) e coordina il progetto Altrascienza.it.

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