All’inizio di questa torrida estate – come i più attenti lettori ricordano – abbiamo deciso di allargare il focus di questa rubrica per includere film e altri prodotti visivi, scelti tra quelli emblematici per il nostro rapporto con la ricerca astronomica o con le imprese spaziali. Se la partenza è stata, per così dire, obbligata – con quel Viaggio nella Luna di Georges Meliés del 1902, considerato il primo film di fantascienza nella storia del cinema – ora però l’orizzonte si allarga, le strade da poter imboccare diventano molte. Dalla Luna allora scelgo di fare uno scarto verso Marte. Ma lo scarto, come vedremo ben presto, è solo apparente. Si salta, ma si rimane dove si è. Perché le cose – lo vedremo presto – non sono come sembrano.
Capricorn One (1978, regia, soggetto e sceneggiatura di Peter Hyams) è innanzitutto un gran bel film che si lascia guardare con gusto, complice il ritmo generalmente sostenuto e alcune sequenze realmente memorabili. Certo, a prima vista la Luna non c’entra nulla, si parla infatti di una missione su Marte. Eppure appena terminato di vederlo, quella domanda ti prende quasi alla gola, con rinnovata intensità: ma ci siamo andati davvero, sulla Luna?
Non c’è verso. Funziona sempre, l’ho provato diverse volte sulla mia pelle. Benché consapevole che gli argomenti a sostegno del fatto che siamo stati davvero sulla Luna sono ormai tali e tanti che appare francamente irragionevole non dar loro fiducia, questo rimane pur sempre un fatto “di testa”. Il cuore è costituzionalmente oltre e un buon film sa parlare al cuore, superando le recinzioni razionali che costruiamo – spesso con ottimi motivi – proiettandoci piuttosto verso nuovi universi, dove vigono regole differenti. Siano o meno scientificamente plausibili, in questo momento mi importa meno, rispetto a ciò che sento.
Sento infatti che sui titoli di coda, la domanda ritorna comunque ad affacciarsi alla mente. Non è che è stata tutta una finzione? Non a caso Wikipedia, nella voce Teorie del Complotto Lunare, lista tra i film proprio Capricorn One. Sento, e desidero comprendere meglio.
Sul piano della trama, perché tutto ciò avvenga è facile da capire: la pellicola espone abbastanza scopertamente le più consolidate teorie del complotto lunare, traslandole assai abilmente verso il pianeta Marte. La prima missione umana sul pianeta rosso si trascolora fin dal momento del lancio, assumendo via via tutti i classici aspetti di un complotto, orchestrato da una serie di potenti convenienze politiche, irresistibilmente terrestri nella loro specifica natura.

Così gli astronauti, inizialmente ignari, sono ben presto costretti a coprire un gioco di menzogne e convenienze che non dà alcuno scampo a chi vi si vorrebbe opporre. Tanto che il dilemma sarà, per loro, tra l’accettare di diventare complici del “sistema”, oppure morire. Ma sarà proprio la concreta possibilità di essere eliminati – che ben presto si paleserà a loro in tutta la sua inevitabilità – a scatenare un eroico tentativo di riscossa che porterà il film (tranquilli, no spoiler) verso un finale squisitamente surreale, finale che solleva impietosamente quel pesante velo di falsità che è gettato sopra la società neoliberale nordamericana e – più in generale – occidentale. Questo fa presa, perché sentiamo tutti che una certa impostazione umana è ormai intollerabile, è inesorabilmente avviata al suo tramonto.
Il ritmo del film è incalzante e il suo reale messaggio, complottismo a parte, è limpido e positivo: la forza della verità si impone attraverso la lotta di chi sceglie di non arrendersi, di non diventare complice, collaborazionista. Rischiando, così facendo, la sua stessa vita.
Un buon film in fondo è questo, non si tratta di inviare un messaggio per dire chi ha ragione e chi ha torto: sarebbe terribilmente noioso. Non si tratta nemmeno di illustrare in modo equilibrato una verità storica (per dire, Amadeus di Milos Forman rimane un capolavoro immortale anche se uno storico direbbe che la vita di Mozart non è stata quella).
Si tratta, insomma, di ben più che raccontare, si tratta di prendere lo spettatore e portarlo nel “tuo” mondo e nel tuo mondo possono esserci alieni, complotti, lune che escono dall’orbita, invasioni di ultracorpi, qualsiasi cosa. E non dimentichiamo, c’è lo spazio. Comunque andare nello spazio è un tema che affascina, è il vero motivo per cui sorge l’interesse anche per tutti gli intrighi assai poco cosmici che vengono orchestrati attorno alla missione. Per questo si desta la nostra indignazione, perché sentiamo l’avventura spaziale quasi come una cosa “sacra”, come la direzione verso cui la nostra perpetua sete di esplorazione ed avventura può e deve dirigersi. Non tolleriamo venga avvelenata da intrighi di palazzo.
E non dimentichiamo, mentre diffidiamo delle teorie del complotto lunare, che c’è una parte di verità importante. Sì, siamo andati sulla Luna, ma è verissimo che sulla Terra sentiamo, mai come adesso, pesarci addosso uno strato di menzogne e falsità che avvelena i nostri telegiornali e la nostra esistenza. La sete di aria pulita, di vederci chiaro, è sana. La risposta del complotto è, probabilmente, la risposta troppo facile, a noi tocca – avvertito il motivo per cui questi complotti sorgono – avviarci verso una vera guarigione, insieme personale e sociale, privata e politica. Ma questo è un discorso ampio, anzi più che un discorso è una sfida che possiamo raccogliere ogni giorno. Esplorare il cosmo deve essere il motore per un cambiamento qui e ora, altrimenti rischia di perdere la sua vera funzione.
Torno al film. C’è una sequenza, in particolare, davvero degna del più grande cinema “di denuncia”. Dal punto di vista cinematografico, una manciata di minuti riuscitissima (in parte compare anche nel trailer). Siamo su Marte (o dovremmo esserci). Un allargarsi progressivo del campo di vista, soltanto. Il lento arretrare della camera, che parte da un primo piano dall’astronauta costretto a un discorso gonfio di retorica, per svelare progressivamente come quella che all’inizio appare la superficie di un desolato pianeta, sia invece uno studio televisivo, debitamente attrezzato per le riprese. La ridondanza ampollosa della retorica si disarticola così totalmente da quanto, con stile molto asciutto, propongono le immagini.
Ecco, le cose non sono come te le raccontano, ti dice Capricorn One. E te lo dice, in modo che non lo puoi più dimenticare. Ma questo, lasciati scorrere via gli aspetti cospirazionisti che alimentano la trama, è davvero un messaggio da trattenere: non assuefarsi ipnoticamente ai racconti dominanti, ma mettere in gioco attenzione e intelligenza per interpretare attivamente la realtà, che non è mai gioco delegabile ad altri. Come dice Carlo Caracciolo, ognuno di noi è oggi chiamato a diventare non tanto individuo, ma persona.
Un’ultima cosa, ancora. Dire non ci siamo andati certo risponde a un legittimo sbigottimento: anche io, quando guardo la Luna alta in cielo, d’istinto reputo quasi impossibile che negli anni Sessanta alcune persone ci possano essere andate, e tornate sane e salve. Lo sbigottimento, insomma, è sano e non va irriso. Scienza e tecnica, evidenze e documenti, vengono proprio in soccorso alle nostre perplessità, che non vanno nascoste, ma accolte e lavorate. Così la vita ritorna interessante e bella. Perfino, più di un film.
Oltre alle copie non ufficiali che talvolta compaiono su YouTube, il film è disponibile su alcune piattaforme di streaming legale, tra le quali segnaliamo CHILI.



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